giovedì 26 marzo 2009

PER NON DIMENTICARE

Si parte per un lungo viaggio, una destinazione lontana, un paese sconosciuto, ansiosi di vedere grandi città, spiagge paradisiache, animali esotici, foreste tropicale, outback desolati, fondali corallini considerati tra le 7 meraviglie della terra e giorno dopo giorno la nostra valigia si arricchisce di nuove esperienze, conoscenze ed emozioni, ma le vere ricchezze, quelle che non hanno un prezzo e che per sempre rimarranno nel diario dei ricordi, sono quelle del cuore delle persone i cui destini si incrociano ai nostri durante il nostro peregrinare, persone che pur essendo perfette sconosciute e che probabilmente non si incontreranno mai più per il resto della nostra vita, sanno regalarci più amore di tante altre che si conoscono per decenni.

La signora Lina è stato esattamente questo per me: amore gratuito, che non pretende nulla in cambio. Tutto è cominciato quando tornando all’ostello dopo una giornata di lavoro, la moglie del manager mi si è avvicinata e, porgendomi un foglio di carta con scritto un indirizzo e un numero di telefono, mi ha detto che una signora di origini italiane era venuta quella mattina a chiedere se c’era qualche backpacker italiano e, saputo che c’era una ragazza, aveva lasciato il suo recapito dicendo che le sarebbe piaciuto conoscerla. Qualche giorno più tardi, essendo di riposo, ho deciso di chiamarla per andare da lei a bere un caffè. Arrivata a casa sua, mi ha aperto la porta una donnina di 70 anni, alta poco più di un metro e cinquanta, ben vestita e con un vivace rossetto rosso sulle labbra. Mi ha subito abbracciata, baciata e, chiamandomi “tesoro” mi ha invitata ad entrare. Da quel giorno in avanti sono diventata la sua figlia adottiva. Ho cenato spesso da lei e talvolta mi chiamava dicendomi “Oggi ho fatto la pasta per pranzo e ne ho fatta un po’ di più per te, vieni a prenderla così hai già la cena pronta”. Mi ha raccontato che ogni anno si informa se c’è qualche backpacker italiano in paese e lo aiuta se ha bisogno di qualunque cosa. L’anno scorso c’era Laura che alloggiava al caravan park e oltre a prepararle da mangiare le dava coperte e maglioni per difendersi dal freddo nelle freddi notte passate in tenda. L’anno prima c’erano due ragazzi che si erano talmente affezionati a lei da chiamarla Zia Lina. E poi ancora,anni addietro, un altro ragazzo che tutte le mattine, prima di andare al lavoro passava da lei per la colazione: uova sbattute con il marsala. Poche volte nella vita ho incontrato persone così generose, felici di donare per il piacere di donare, senza aspettarsi di essere contraccambiate in alcun modo. Ed è proprio vero che alla fine tutto torna. Questa donna che non ha mai lesinato il suo aiuto per gli altri si trova ora ad essere circondata da persone che le vogliono bene. Casa sua era più movimentata di un ostello: il telefono squillava in continuazione e ogni volta che andavo a trovarla aveva qualche visita. Ho potuto così conoscere tanti altri emigrati italiani ognuno con il proprio passato e la propria storia da raccontare. Tante volte parliamo di “italiani all’estero”, ma credo che poche volte ci siamo fermati a riflettere su cosa voglia davvero dire. Almeno io non lo avevo mai fatto prima di conoscere queste persone. Sono persone che all’età di 20 anni hanno lasciato la loro terra natale, per imbarcarsi su una nave, viaggiare per 30 giorni e arrivare in Australia, un paese conosciuto in Italia come la terra promessa dove la gente stava talmente bene da non dover lavare i piatti dopo mangiato, ma poterli buttare (scoprendo poi che era vero, sì, ma solo perché gli australiani mangiavano nei piatti di carta!). Sono persone che non avevano la minima idea di cosa fosse la lingua inglese e che hanno dovuto impararla giorno dopo giorno, vivendo sulla propria pelle il dolore della derisione da parte della popolazione locale. Sono persone che hanno lasciato genitori, fratelli e amici senza sapere se avrebbero mai avuto la possibilità di riabbracciarli di nuovo. Sono persone i cui occhi diventano lucidi quando oggi ripensano all’Italia, alla nostalgia che si porteranno fino alla tomba per un paese che gli ha dato i natali e che mai e poi mai potranno scordare.
Il giorno prima della mia partenza da Stenthorpe sono passata da lei per salutarla e, come se non bastasse tutto quello che ha fatto per me nell’ultimo mese e mezzo, mi ha fatto uno dei regali più belli che potessi ricevere. Tre fogli di carta con scritta di suo pugno la storia della sua vita. Tra poche settimane uscirà un libro proprio sulle storie degli emigrati italiani a Stanthorpe e anche a Lina è stato chiesto di dare il suo contributo raccontando la sua. Sicuramente la versione del libro sarà ben curata, rivista e corretta, ma io voglio condividere con voi questa versione, l’originale, con i suoi errori grammaticali e di sintassi e con tutta la verità che si cela dietro alle tracce di inchiostro lasciate dalla mano incerta di un angelo.

“Guaragna Giuseppe nato a Trebisacce in Provincia di Cosenza Calabria il 26-08-1928 da padre Rocco e mamma Concetta di famiglia molto numerosa 9 figli maschi e 3 femmine padre calzolaio madre casalinga. Vivevano in una casa molto piccola una cucina e una camera da letto. Il padre rocco e’ stato chiamato in guerra, con tanti sacrifici la mamma Concetta tirava avanti. In tempo di guerra ricordo che uno dei primi fratelli, Andrea, portava un sacco di grano contrabbando. I carabinieri l’hanno preso per metterlo in galera, ma la mamma Concetta si ha presentato alla questura dicendo che era colpa sua per non fare macchiare la condotta a suo figlio, così la povera donna fece due giorni di galera. Il padre Rocco tornato dalla guerra nacque un figlio dove hanno messo il nome Benito e stato battezzato da padrino per procura Benito Mussolini. Cresciuti tutti lavoravano e Giuseppe trovò lavoro in una fabbrica di mattonelle dove ci restò fino al giorno che partì per l’Australia. Partì da Genova 8-7-1955 arrivato in Australia con la nave Aurelia a Sydney prese il Treno per il nord dove arrivò Innisfail e si mise a lavorare nella canna da zucchero. Ci restò per tre anni tornato si trasferì nel NSW (New South Wales) a Tenterfield lì lavorò dove costruirono un ponte. Restava 15 mesi e andò a Mingula per coltivare tabacco dove ci restò fino al 1962. La mamma di Giuseppe trovò una ragazza per lui, Carmelina Sarubbi di San Giorgio Lucano in provincia Matera. Aveva una zia a Trebisacce vicino la famiglia Guaragna allora Carmelina andava spesso da sua zia al mare. Un giorno la madre di Giuseppe disse alla zia di Carmelina che le piaceva e sarebbe stata il tipo per il figlio. La zia chiese a Carmelina. Giuseppe incominciato a scrivere a Carmelina dove le mandò una foto ma i genitori di Carmelina non erano contenti ma lei sfidò tutti finché un giorno partì. 1-9-1961 Carmelina prese la nave Sydney a Genova partì per l’Australia. Arrivata A Sydney il 30-9-1961 la nave è arrivata un’ora di anticipo. Carmelina non vedeva nessuno andò con la foto di Giuseppe in mano cercando in mezzo alla folla. Finalmente vide uno che rassomigliava allora lei bussò alle sue spalle e le disse “Sei tu Giuseppe Guaragna?” e si abbracciarono commossi. Giuseppe portò Carmelina a casa dei suoi amici di nome Lucia e Mario Malatesta e il giorno dopo si sposarono nella chiesa dei capuccini a Sydney e restarono per una settimana felici e contenti. Giuseppe comperato una macchina nuova partirono per Mingula dove Giuseppe aveva la farm del tabacco. Dopo 12 ore di guida arrivarono a destinazione per Carmelina fu molto dura, mai visti boschi isolati in vita sua però era felice del passo che aveva fatto. Giuseppe finito la giornata di lavoro andò a sparare conigli e capre e li cucinava. Era molto duro per Carmelina non conoscere la lingua i costumi ecc. Al secondo mese di matrimonio ero in attesa di mia figlia dopo 8 mesi lasciammo Mingula ci trasferimmo a Stanthorpe dove fummo ospitati dalla famiglia Gottardi. Lì restarono finché non trovarono un appartamento. Allora trovarono una casa, in questa casa pioveva da per tutto . Lì restarono per cinque mesi. Partivano per l’Italia Giuseppe, Carmelina e la piccola Maria Concetta dove restarono per nove mesi. Tornarono si compravano una casetta, dopo 3 anni è nato il figlio Rocco, la famiglia era felice. Giuseppe trovò un lavoro portava il pane in giro in vendita e i bambini nella macchina con lui mentre Carmelina lavorava Motel. Così dopo tanti anni di sacrifici i bambini sono fatti grandi. Oggi Conny è sposata con due bei figli, Hidi e Lyndon e Rocco con tre figli Joshua, Tiarna e Cody. Una famiglia felici e contenti. Grazie a dio….”

giovedì 5 marzo 2009

TIME IS RUNNING OUT

Penso alla forma della maniglia della porta della mia camera da letto a Crodo, ma non riesco a ricordarmela. Penso ai colori delle banconote europee ma riesco a focalizzare solamente il rosa dei 5 Euro (perché sono rosa vero? Ditemi di sì vi prego) mentre i colori delle altre taglie sono in qualche cassetto della mia memoria che non riesco proprio ad aprire. Gli “amici” non mi mandano più e-mail, se non in risposta alle mie. I miei sogni sono popolati da gente che parla inglese e spesso mi ritrovo a pensare in inglese. Che dite, è arrivato il momento di tornare a casa? I segnali ci sono tutti, ma ancora non è tempo. Mi mancano ancora delle cose da fare e so per certo che devo farle ora prima di rientrare in Italia e mettere la testa a posto, perché poi sarebbe troppo tardi. So per certo che lasciare questa terra sarà uno dei momenti più difficili e che per settimane o forse mesi non farò altro che pensare all’Australia e chiedermi per quale motivo sono rientrata in Italia. Fino ad una settimana fa avevo preso la decisione di stabilirmi qui almeno per un altro anno. Poi, come sempre accade quando i progetti sono condivisi, tutto è sfumato nel giro di poche ore e ora mi ritrovo a dover fare i conti con una realtà diversa. La realtà è che dopo aver lavorato per due mesi in farm con il solo obiettivo di ottenere il secondo visto e rimanere in OZ un altro anno, mi sono ritrovata a non avere più la motivazione che mi dava la forza di alzarmi tutte le mattine alle 5 e trascorrere 8 ore a impacchettare peperoni verdi. Le soluzioni a questo punto erano due: mollare tutto o cercarmi un’altra motivazione. Chiaramente non era da me lasciarmi andare e così ho presto trovato un’altra ragione per restare: ottenere il secondo visto per poter sfruttare i mesi di Aprile e Maggio in viaggio. Finirò i miei tre mesi il 22 di Marzo e per allora avrò messo da parte i soldi sufficienti per poter vivere di rendita per un paio di mesi. Non so ancora di preciso che itinerario seguire, ma so di voler vivere senza pensieri ancora per qualche mese. Quando mi ricapiterà di poter vivere come sto vivendo ora? Nessuno che mi dice cosa devo fare e come lo devo fare. Nessuna scadenza da rispettare. Nessuna bolletta da pagare, se non l’alloggio negli ostelli. Nessuno, ma proprio nessuno, a cui dover render conto dei miei comportamenti o delle mie scelte. Nessuna occhiata di disapprovazione se indosso gli stessi vestiti per una settimana intera o se mi sdraio per terra dove mi capita. Quando mi ricapiterà l’occasione di svegliarmi la mattina e dire “Ok, oggi che si fa? Vado in spiaggia, al museo in centro o prendo il primo aereo e vado a Melbourne o a Perth o, perché no, a Darwin?” Il senso di libertà che si prova quando si è in viaggio è qualcosa di impagabile e di indescrivibile se non lo si vive in prima persona. Quando parlo di viaggio non mi riferisco alla vacanza di 15 giorni che l’italiano medio si concede una volta all’anno (non me ne voglia chi si sente tirato in causa in prima persona). La vacanza è semplicemente un trasferire la vita di tutti i giorni in un’altra location. Non è forse così? Quando si va in vacanza non si è mai veramente liberi di essere qualcosa di diverso dal solito. Ci si preoccupa del proprio aspetto e del proprio apparire in qualunque circostanza, esattamente come a casa: il bikini giusto per la spiaggia, il pareo in coordinato con l’infradito, il trucco perfetto per la cena e il tacco mozzafiato per la sera. Si parla sempre delle stesse cose: lavoro, politica, calcio, l’Italia che va a rotoli e i soldi che non bastano mai. Il viaggio è assolutamente qualcosa di diverso da tutto ciò, è dimenticarsi totalmente di ciò che si è stati, di come si è vissuto fino ad ora per lasciarsi totalmente avvolgere e coinvolgere da una nuova dimensione che magicamente e inspiegabilmente diventa la TUA dimensione, quella che ti calza a pennello e che non vorresti abbandonare mai. So benissimo che la vita da backpacker non può essere per la vita, ma quanto vorrei che così fosse!!!Prima d’ora non avevo mai pensato di quante cose superflue fossi circondata. Ora tutto ciò che possiedo sta in uno zaino ed è tutto ciò di cui ho bisogno, non mi manca nulla per vivere ed essere felice. Perché prima i soldi non bastavano mai e mi sembrava sempre di aver bisogno di comprare qualcosa assolutamente indispensabile? Non nego che il pensiero di ricadere nuovamente in questo vortice di materialismo e consumismo non mi alletta per niente. Ma so che purtroppo presto o tardi mi ricapiterà. So che verrà il momento in cui avrò di nuovo un lavoro “serio” e dovrò ogni giorno indossare qualcosa di diverso per poter essere socialmente accettata. Mi ritroverò nuovamente, come un tempo, ad aprire il mio grosso armadio e dire “Non ho niente da mettermi!!” avendo di fronte a me decine e decine di pantaloni, maglie e vestiti. Se qualcuno di voi ha un’idea di come rientrare in questo vortice senza traumi per favore me lo faccia sapere!!! Ovviamente so che non sarà tutto così terribile. Sarà bellissimo mangiare di nuovo al tavolo della cucina di casa con mamma e papà, sdraiarsi sul divano con il camino che scoppietta di fianco, rivedere i miei zii e i miei cuginetti, mangiare e bere insieme ai vecchi amici e scoprire che assolutamente nulla è cambiato. So che fra qualche mese quando tornerò a casa troverò negozi che hanno chiuso e altri che hanno aperto, vedrò facce sulle riviste di persone a me totalmente sconosciute, ascolterò tormentoni alla radio che per me saranno completamente nuovi, ci saranno nuovi modi di dire o nuove espressioni prese da Zelig o da qualche nuovo programma di cui ignorerò l’esistenza, ma di fondo so che nulla sarà cambiato. Ritroverò le stesse persone con la stessa vita di sempre e so che dopo una primo momento di stordimento, come un alieno catapultato all’improvviso sulla terra, ricomincerò a rientrarci piano piano e a scoprire che in fondo sarà proprio quella assoluta mancanza di cambiamenti che mi darà la forza di pensare a questo anno in Australia come a un meraviglioso ricordo e ad andare avanti per ricominciare da capo una nuova vita.