giovedì 28 maggio 2009

RIEPILOGANDO

Avevo chiuso il mio ultimo post dicendo di non volervi anticipare i miei progetti di viaggio per farvi stare un po’ sulle spine, ma è passato più di un mese e mezzo da quando ve l’ho detto e credo che più che curiosi sarete ormai rassegnati all’idea di non sapere che fine ho fatto. E’ impensabile riassumervi in un solo post tutto il mio viaggio, perciò cercherò in qualche modo di sintetizzare tutto quello che è successo da quando sono ritornata a Melbourne per la seconda volta fino al mio arrivo quassù a Darwin, al Top End. Come da programma mia sorella mi ha raggiunta a Melbourne dove siamo state per quattro giorni ospiti di Jo, il suo ex flatmate e da qui abbiamo deciso la prima meta del nostro viaggio: il Red Centre.
“Red Centre” è il nome con cui è conosciuta la zona centrale dell’altrettanto centrale stato del Northern Territory e il nome deriva dal colore rosso della terra di questa immensa distesa desertica. Pur non essendo una fan dei tour organizzati non me la sentivo di viaggiare in macchina o in van con altri backpackers, come avevo fatto da Melbourne ad Adelaide e la ragione è molto semplice. Visitare il Red Centre significa sostanzialmente salire da Adelaide ad Alice Spring e da qui spostarsi ad ovest verso la meta principale: Uluru. Ma per raggiungere la meta finale occorre viaggiare per circa 3000Km o più nel nulla più totale: centinaia di kilometri di deserto, senza nessuna forma di vita umana se non qualche sporadica “road house” o stazioni di servizio. Tutto ciò implica che se non si è più che organizzati in termini di scorte d’acqua, di benzina, di cibo e di tutto ciò che può servire in caso di avaria dell’auto si è praticamente fottuti. Non voglio dire che si rischia la vita su questa strada, sarebbe esagerato, ma se si è fortunati si incrocia un’auto ogni ora e ritrovarsi a mezzogiorno nel deserto, con 35 o 40 gradi, magari senza scorte d’acqua e con l’auto in avaria non è sicuramente uno dei modi migliori per apprezzare il Red Centre. A questo va aggiunto il fatto che molto spesso i backpacker comprano le auto o i van semplicemente cercando quello più economico, senza preoccuparsi troppo delle condizioni del motore. Perciò fatte queste semplici osservazioni, condivise da mia sorella, abbiamo deciso di optare per il tour organizzato. Girando un po’ per agenzie abbiamo finalmente fatto la nostra scelta: 7 giorni e 6 notti di tour all inclusive da Adelaide ad Alice Spring. Nonostante ci sia costato un po’, sono più che soddisfatta della scelta fatta. I posti visitati sono stati a dir poco da togliere il fiato e la guida ha dato il contributo maggiore, dandoci un’infinità di informazioni sulla flora, fauna e geologia della territorio e sulla cultura aborigena, il che ha reso possibile apprezzare al meglio tutto quello abbiamo visto. Ciò che in effetti amo dei tour organizzati è che con una guida si viene a conoscenza del vero significato di quello che si sta vedendo e questo vale soprattutto per alcune regioni dell’Australia, come il Northern Territory e il Western Australia, che sono state il cuore della cultura aborigena per migliaia di anni prima della colonizzazione inglese. Il tour ci ha portati alla cittadina sotterranea di Coober Pedi passando per la catena montuosa delle Flinders Rangers e per William Creek, la città più piccola del South Australia (numero di abitanti: 5). Da Cooper Pedi ci siamo diretti al maestoso Uluru per contemplarne la sua bellezza sia al tramonto che all’alba. Avendo visto un’infinità di volte foto e cartoline dell’ Uluru avevo paura di rimanere delusa o comunque di non essere in grado di provare stupore nel vederlo dal vivo, ma devo dire che è proprio vero quello che ho letto una volta a tal proposito e cioè che si possono vedere migliaia di foto e di filmati dell’ Uluru, ma niente è equiparabile alla sua bellezza quando lo si ha di fronte ai propri occhi. E’ davvero difficile esprimere a parole, ma quello che ho provato quando me lo sono trovato di fronte è stato un senso di devozione e di rispetto come nei confronti di una divinità. Mi sono sentita una creatura piccola e impotente al cospetto di un’entità maggiore. C’era del divino in quella immensa roccia e ne potevo percepire le vibrazioni, quelle stesse vibrazioni che sono l’essenza della sacralità dell’Uluru per gli aborigeni e in qualche modo anche per me. Dopo aver trascorso gli ultimi due giorni facendo trekking a Kata Tjuta e al King Canyon abbiamo concluso i 4000Km di tour arrivando ad Alice Springs.

Trascorsa una giornata in relax per riprenderci dalle fatiche di sette giorni in viaggio e altrettante notti nel sacco a pelo sotto le stelle nelle fredde notti del Gibson Desert, il giorno successivo ci siamo imbarcate su un volo per Perth, la capitale del Wester Australia. La scelta di Perth è stata dettata del fatto che, prima di partire per il Red Centre, avevamo contattato due ragazzi francesi che avevano lavorato in farm con mia sorella e ci eravamo accordate per raggiungerli a Perth e viaggiare con loro in van lungo tutta la west coast. La salite al nord lungo la costa è durata 12 giorni durante i quali abbiamo visitato, con più o meno calma, tutte le attrazioni principali della costa. La bellezza della west coast sta nel fatto che, oltre alle ovviamente rinomate località cosiddette “da non perdere”, ci sono una miriade di lookout lungo la costa la cui bellezza non è menzionata in nessuna guida turistica ma che ti possono lasciare per ore in loro contemplazioni: spiagge bianche e acque cristalline che non hanno nulla da invidiare alle migliori spiagge caraibiche, il tutto amplificato dalla scarsità, o talvolta addirittura dalla totale assenza di qualunque altro essere umano al di fuori di te. Trascorrere 12 giorni in un van 24 ore su 24 insieme a due persone praticamente sconosciute e cercare di essere sempre sulla stessa lunghezza d’onda non è così facile come può sembrare, ma è l’unica scelta possibile quando si vuole viaggiare in economia. Viaggiare con un van significa di base non avere spese per l’alloggio e dividere i costi di cibo e benzina. Ma questo significa a sua volta dover dormire in 4 in un van dalla larghezza di un letto da una pizza e mezza, dover cercare ogni sera un posto in cui campeggiare “illegalmente” sperando di essere multati da un ranger, adeguarsi ad una dieta piuttosto monotona non avendo altro a disposizione che un fornelletto da campeggio, farsi la doccia nei bagni pubblici con l’acqua fredda e non avere chiaramente nessuna sorta di privacy. Fortunatamente l’Australia è stata creata apposta per i backpackers e in qualunque località, anche la più piccola e sperduta, si trovano sempre bagni pubblici perfettamente puliti e aree pic nic dotate di piastre elettriche per il barbeque assolutamente free. La scelta del van, o della macchina, è comunque l’unica possibile se si vuole davvero vedere la west coast. A differenza della east coast, molto più turistica e ben servita, la west è molto più selvaggia e ancora in parte libera da folle di turisti e perciò anche meno organizzata da un punto di vista di trasporti. Potendoci muovere con il nostro mezzo abbiamo raggiunto località altrimenti inaccessibili con un bus o un treno. Da sud a nord abbiamo passeggiato tra le colonne di roccia del Pinnacle Desert, dato da magiare ai delfini a Monky Mia, giocato con le conchiglie di cui è interamente costituita Shell Beach, osservato senza apri bocca la bellezza del panorama che si gode da Eagle Bluff e fatto un salto di qualche milione di anni in mezzo agli stromatoliti, la più antica di qualunque forma vivente tuttora presente sulla terra, le prime creature che sono state in grado di produrre ossigeno e di dare quindi origine a tutte le altre forme viventi più evolute, noi compresi. Poco più a nord ci siamo fermati per un paio di giorni a Coral Bay e a Exmouth, le due località principali del Ningaloo National Park. In Ningaloo è un parco marino, ossia una splendida barriera corallina in cui è possibile fare snorkeling semplicemente affittando maschera e boccaglio e entrando nell’ oceano, senza dover pagare nessuna barca o gita organizzata. Anche in questo caso la presenza di pochi turisti ha fatto sì che la barriera sia assolutamente intatta e incontaminata. Nonostante l’acqua fredda dell’oceano non abbiamo potuto fare a meno di perderci per ore a contemplare la bellezza di quei fondali, abbiamo visto pesci di ogni colore e forma, stelle marine e, meraviglie delle meraviglie, nuotato fianco a fianco con un paio di tartarughe giganti.

Dopo 12 intensi giorni siamo finalmente arrivati a Broome. A questo punto le nostre strade si sono divise: i due ragazzi francesi hanno proseguito verso Darwin, mentre io e mia sorella abbiamo deciso di fermarci poiché lei voleva cercare lavoro in qualche ristorante ed io volevo visitare il Kimberly National Park, impossibile da farsi con un van poiché la strada non è asfaltata e richiede perciò un 4WD. Girando un po’ per agenzie di viaggio mi sono resa conto dei prezzi esorbitanti dei tours nel Kimberly e mi ero ormai rassegnata all’idea di dover rivedere i miei piani, quando, fortuna vuole, nell’ostello in cui alloggiavo, ho conosciuto Max, un ragazzo tedesco che cercava un compagno di viaggio proprio per salire a Darwin attraverso il Kimberly. Dopo soli 3 giorni dal mio arrivo a Broome sono perciò ripartita lasciando mia sorella, che ne frattempo era riuscita a procurarsi un paio di lavoretti in un caffè e in pub. Il viaggio è durato 5 giorni e non trovo altre parole per definirlo se non “absolutely, totaly wild”. Come tutti i tedeschi, anche Max era ben organizzato in termini di equipaggiamento per la macchina e per campeggiare ma, ciononostante i disagi ci sono stati. Innanzitutto non volendo spendere soldi nei campeggi abbiamo sempre dormito in luoghi “illegali” e ciò ha comportato l’assoluta assenza di elettricità e acqua corrente per tutti i 5 giorni. Il Kimberly è considerata la regione più remota e in parte non ancora del tutto esplorata dell’Australia, il che rende la sua scoperta assolutamente entusiasmante, ma allo stesso tempo richiede un buon spirito avventuriero e capacità di adattamento. Avendo viaggiato solo su strade sterrate e non avendo avuto occasioni per fare una doccia vi lascio immagine in che condizioni eravamo alla fine del trip!!! Fortunatamente quasi ogni giorno abbiamo potuto nuotare nei numerosi fiumi che attraversano il parco, dandoci così quantomeno l’illusione di essere puliti. Il Kimberly è una regione immensa nella quale ci si possono spendere settimane avendo sempre qualcosa di diverso da fare e da vedere ogni giorno. Poiché Max non aveva molto tempo a disposizione abbiamo dovuto fare una scernita e optare solo per alcune soste. Abbiamo così deciso di visitare Windjana Gorge dove abbiamo potuto vedere da vicino numerosi coccodrilli arenati lungo le rive del fiume che scorre alla base di un lunghissimo canyon che milioni di anni fa altro non era che il fondale di un oceano. Ci siamo poi diretti verso alcune gole con cascate e piscine naturali dove abbiamo potuto nuotare e rilassarci. Da qui siamo saliti per 300Km al nord per raggiungere Mitchell Fall, un complesso di cascate che durante la stagione delle piogge devono essere assolutamente spettacolari, ma che anche ora, durante la stagione secca, sono assolutamente meritevoli di una visita. Gli ultimi due giorni purtroppo sono stati solo lunghe ore di guida su strade sterrate decisamente non ben tenute e che per tanto, onde evitare di distruggere la macchina, ci hanno costretto a procedere molto lentamente.

Il breve viaggio con Max lungo la Gibb Road si è concluso a Kununurru, una piccola cittadina locata a poche decine di kilometri dal confine con il Northern Territory. Lui voleva infatti fermarsi per qualche giorno in cerca di lavoro, io invece volevo proseguire in direzione di Darwin. Non avendo trovato nessun annuncio di backpackers che cercavano compagni di viaggio per salire al nord, ho dovuto comprare un biglietto del bus e partita alle 10.30 da Kununurru sono arrivata alle 22.30 a Darwin, ora locale (non so se lo sapevate, ma l’Australia è talmente grande che ci sono tre diverse fasce di fuso orario: forte eh!?!?!).
Ed ecco che una volta arrivata a Darwin sono piombata in una sorta di crisi mistica. Mi sono ritrovata per la prima volta ad aver voglia di tornare a casa. Ora, col senno di poi, posso dire che forse non era esattamente voglia di tornare a casa, ma più voglia di un po’ di stabilità. Nei miei progetti iniziali c’era l’idea, una volta arrivata a Darwin di prendere un volo per Cairns e scendere lungo East Coast fino a Sydney. Ma una volta giunta a Darwin mi sono resa conto di essere davvero stanca di viaggiare e di non avere più voglia di proseguire. Allo stesso tempo però l’idea di tornare direttamente a Sydney non mi entusiasmava più di tanto: qua su al Nord il tempo ora è assolutamente favoloso, circa 30 gradi, mentre a Sydney l’inverno è alle porte con i suoi 15 gradi. Quello di cui avevo bisogno perciò era una parvenza di stabilità unita al caldo del nord Australia. Dopo aver valutato mille diverse possibilità e speso ore su internet controllando prezzi di voli e bus ho deciso di tornare a Broome da mia sorella e darmi una settimana di tempo per trovarmi un lavoro. Se in una settimana dovessi trovare qualcosa mi fermerò circa un mesetto, in caso contrario prenderò il primo volo per Sydney e poi per l’Italia. La soluzione mi sembrava la migliore che potessi trovare: stare ancora un po’ con mia sorella in un posto con spiagge e tramonti da sogno.

Prima di tornare a Broome ho deciso comunque di visitare quello per cui tutti vengono a Darwin: il Kakadu National Park. Ero inizialmente un po’ restia all’idea di fare questo tour poiché una persona che aveva visto il Kimberly, come me, mi aveva detto che il Kakadu era più o meno simile, ma ora, a tour concluso, posso dire di essere stata contenta di averlo fatto. E’ vero, in effetti, per alcuni aspetti i due parchi si assomigliano molto ma il Kakadu in questo periodo, ossia appena dopo la fine della stagione delle piogge, è assolutamente da visitare. Tutto il nord Australia durante l’anno vede solo due stagioni: la Wet e la Dry. Durante la Wet (da Ottobre a Aprile) gran parte dei parchi e anche dei centri abitati sono soggetti ad inondazioni e perciò moltissime località sono assolutamente irraggiungibili, durante la Dry (da Maggio a Settembre), di contro, gradatamente tutto si asciuga. Il periodo migliore per visitare il Kakadu è proprio fine Maggio quando ormai tutte le attrazioni sono aperte l pubblico, ma il terreno è ancora pregno d’acqua e perciò la vegetazione è ancora rigogliosa. Sono stati tre bellissimi giorni trascorsi facendo trekking sotto il sole cocente per poi trovare refrigerio nelle acque dei fiumi, magari sotto il getto di una cascata dal salto di 150metri, come alle Jim Jim Fall. La sera abbiamo acceso il fuoco e cucinato barbeque con canguro, coccodrillo e bufalo, abbiamo provato a suonare il Dijiridu (il lungo tubo di legno suonato dagli aborigeni) e dormito sotto le stelle.

E’stata dura condensare in poche righe tutte quello che ho visto e fatto in due mesi di viaggio, ma spero di avervi dato un’idea di quanto meravigliosa sia l’Australia e magari di avervi trasmesso un po’ di curiosità e di voglia di visitare questa stupenda terra.

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