NOOSA
Dopo 40 giorni passati a fare il conto alla rovescia, non vedendo l’ora di finire i tre mesi di lavoro in farm, mi sono ritrovata l’ultimo giorno a non voler andar via. Chiaramente non per il lavoro (di quello ne avevo la nausea più totale), ma per le amicizie che si erano create in ostello. Dopo tre mesi trascorsi nello stesso posto, con le stesse persone a contatto ogni singolo giorno, si finisce per diventare come una grande famiglia e separarsene diventa difficile. Quindi è stato con un pizzico di tristezza che il 27, alle 7 di mattina sono salita su quel bus che mi ha portata lontano da Stenthorpe. Arrivata a Brisbane alle 10 avevo quattro ore buche prima della partenza del mio bus per Noosa. Conoscendo a memoria Brisbane, non avevo nessuna voglia di girare per la città, così mi sono semplicemente diretta verso la piazza principale e mi sono seduta su una panchina per mangiare il mio panino. Mentre me ne stavo così, semplicemente seduta a guardare la gente passare, mi si è avvicinato un tipo apparentemente “non del tutto sano di mente” (capelli lunghi, vestiti sporchi e decisamente lontano da una doccia da parecchi giorni) e mi ha chiesto l’ora. Probabilmente aveva voglia di fare conversazione e così, senza chiedermi se poteva, si è seduto vicino a me e mi ha fatto le solite domande “Come ti chiami? Di dove sei?Ecc.”. Dopodiché mi ha preso il polso per guardare il mio braccialetto e mi ha detto che gli piaceva. A questo punto, senza aggiungere altro ha tirato fuori dalla tasca della camicia un bellissimo fiore giallo di frangipani, me lo ha messo al polso, mi ha chiesto se mi piaceva, si è alzato e se ne è andato. Ancora soprapensiero per quell’incontro assurdo, dopo pochi minuti me ne è capitato un altro ancora più assurdo. Guardando attorno a me la gente passare, mi è caduto l’occhio su un ragazzo che camminava a pochi metri da me ed ho subito realizzato che io quel ragazzo lo conoscevo. Non sapendo come chiamarlo, poiché non ricordavo il suo nome, l’ho additato, sperando che si girasse e guardasse nella mia direzione e quando finalmente si è voltato gli ho domandato “Italiano?”. Lui mi ha chiaramente guardata con due occhi allucinati mentre avanzava verso di me. Una volta arrivato vicino gli ho detto “Tu sei di Domo, facevi il biologico al Rosmini” e lui mi ha risposto “Sai anche quando sono nato?” Ci siamo messi a ridere entrambi frastornati da quell’incontro. Per farla breve mi ricordavo di questo ragazzo perché faceva il Rosmini come me, solamente in un’altra sessione. Non credo ci fossimo mai parlati ai tempi della scuola, ma aveva un viso particolare e quindi, anche se erano dieci anni che non lo vedevo più, ero sicura che fosse lui. Mi elettrizzano sempre questi incontri sul tema “il mondo è piccolo”: un ragazzo di Beura e una ragazza di Crodo che si rivedono dopo 10 anni in piazza a Brisbane, in Australia. Purtroppo abbiamo potuto chiacchierare solo pochi minuti perché il mio bus era in partenza ma ci siamo promessi di vederci per una birra al mio ritorno a Brisbane.
Il viaggio da Brisbane a Noosa doveva durare da programma un paio d’ore ma il traffico del venerdì pomeriggio unito ad alcuni cantieri lungo il percorso, hanno posticipato di un’ora l’arrivo a Noosa. Dopo una notte di sonno profondo mi sono risvegliata al mattino con il rumore della pioggia che picchiettava sul tetto. Demoralizzata per il brutto tempo stavo già pensando a come avrei potuto passare una giornata piovosa in ostello, ma fortunatamente verso le 11 il cielo si è aperto dandomi la possibilità di girovagare per le strade e le spiagge della città. Noosa non è una vera e propria città, è una piccola cittadina che si sviluppa sull’oceano, lungo le rive del fiume che sfocia in esso e sulle colline retrostanti. Il centro è costituito semplicemente da una via principale corollata da boutique, cafè e ristoranti costosi. Pur non essendo mai stata a Cannes, credo che per l’aria sofisticata che si respira Noosa la possa in qualche modo ricordare. Mi ha particolarmente divertito leggere sulla Lonely Planet l’origine del nome Noosa. Quando i conquistatori inglesi sono sbarcati qui, hanno chiesto ad un aborigeno del posto : “Questo posto ha un nome?” e lui nel suo inglese approssimativo ha risposto “No sir”. Gli inglesi, non capendo la pronuncia del nativo hanno pensato che il posto che il posto si chiamasse “Nosir” e da qui “Noosa”.
Il mio soggiorno a Noosa è durato solo tre giorni durante i quali il tempo non è stato troppo clemente: sole cocente intervallato da acquazzoni improvvisi che non mi hanno perciò dato modo di godermi le spiagge e di riprendere un po’ di abbronzatura. La mia scelta di trascorrere tre giorni a Noosa era dettata dal bisogno di assoluto riposo in un posto tranquillo, dopo i tre mesi passati in farm, e dalla curiosità di vedere questa località decantata da molti come un vero e proprio paradiso. Sicuramente il brutto tempo ha dato un buon contributo, ma devo dire di essere rimasta davvero delusa. Regola numero uno del viaggiatore: non avere mai troppe aspettative verso la prossima destinazione, ma lasciarsi sorprendere dall’ignoto e dalla meraviglia dell’inatteso. Regola che ho dimenticato di seguire quando mi sono diretta a Noosa. Così tante persone avevano lodato questa località che le mie aspettative erano decisamente troppo alte. Dopo aver girovagato per le vie del centro, passeggiato una giornata nel parco nazionale facendo trekking lungo un percorso a picco sull’oceano , remato in kayak lungo le rive del fiume mi sono resa conto di non aver provato nessuna emozione forte, di quelle che ti fanno imprimere indelebilmente nel cuore e nella mente una tappa del tuo viaggio. Le spiagge, i faraglioni, l’oceano, erano decisamente degni di essere immortalati in una fotografia, ma non in me. Non so davvero dare a spiegazione razionale a tutto ciò, ma, come ho già detto, credo che la ragione principale siano state proprio le aspettative troppo alte.
MELBOURNE
La prova definitiva che la regola numero uno è sacrosanta verità l’ho avuta proprio con la mia successiva destinazione. Lasciata Noosa e trascorsa la notte a Brisbane mi sono imbarcata il mattino successivo sul volo diretto a Melbourne. La maggior parte delle persone che erano state a Melbourne, mia sorella in primis, mi avevano riportato commenti decisamente poco positivi su questa città: niente di speciale, solo grattacieli, locali notturni, brutte spiagge e in generale troppo europea, niente di australiano a caratterizzarla. Aspettandomi esattamente tutto ciò mi sono invece ritrovata ad amare questa città nel giro di poche ore. L’impatto iniziale è stato un po’ traumatico. Abituata al relax e allo stato costante di torpore che caratterizza la gente del Queensland, mi sono ritrovata di colpo travolta dalla camminata frettolosa dei businnes men e businnes women della CBD di Melbourne. Passeggiando a caso per le vie del centro, senza sapere esattamente dove stessi andando, mi sono concessa un’indigestione di bellezza. I tre mesi passati in farm sono stati un vero suicidio per l’esteta che è in me. Ero costantemente circondata da gente brutta, brutta in tutti i sensi. Quando si parla di Australia si pensa sempre alle spiagge paradisiache e ai corpi marmorei dei surfisti, ma questa è solo una piccola fetta della popolazione australiana e per la maggior parte non si tratta nemmeno di australiani veri, ma del frutto di incroci etnici e di immigrati d’oltremare. I veri australiani sono quelli del country, del bush, dell’outback. Sono gente che vive in villaggi isolati centinaia di kilometri dalle grandi città, le cui principali attività di sostentamento sono per lo più l’allevamento e l’agricoltura. Si credono i cowboys del 2000 e vanno in giro con stivali a punta, cinture da rodeo, gilet di pelle sopra la camicia a scacchi e ovviamente cappello a tese larghe. Le feste del paese sono feste country, con il rodeo, l’esposizione delle vacche, il toro meccanico e ovviamente gli immancabili fiumi di birra. Non hanno nessun concetto di salute e di cura del proprio aspetto, il 90% degli abitanti sono sovrappeso, se non obesi, e incuranti di tutto ciò persistono nella loro dieta a base di sousage rolls, fish and chips e hamburgers. Vi risparmio la descrizione delle donne, anche perché credo si possano definire tutto tranne che donne, corpi sgraziati e privi di qualunque traccia di femminilità al bancone del bar bevendo pinte di birra e imprecando come il peggiore degli scaricatori di porto. Ma l’ignoranza peggiore sta nel fatto che la maggior parte di loro hanno ancora una forte tendenza al razzismo nei confronti in primis degli asiatici e, in una forma diversa, anche nei confronti di noi backpackers. Ovviamente la mia è una generalizzazione, dato che durante il mio soggiorno a Stanthorpe ho avuto modo di conoscere anche delle bravissime persone, ma questo era in linea di massima il tipo di persone di cui ero circondata durante la mia esperienza in farm, perciò sedermi sulle scalinate dell’ex-ufficio postale di Bourke St e vedere belle donne in tailleurs e tacchi alti, e uomini eleganti nei loro “suits” passeggiare per la via mi ha letteralmente rigenerata. I miei occhi si sono riempiti non solo della bellezza della gente,ma anche di quella dei palazzi intorno a me. Come Sydney e Brisbane, anche Melbourne è caratterizzata da vertiginosi grattaceli di vetro e geometrie poliedriche che cambiano colore al mutare di quello del cielo: azzurro lucente nelle splendide giornate di sole con i grattacieli circostanti che si riflettono a vicenda, bianche nuvole che passano sulle vetrate, e grigio opaco nelle giornate uggiose. Le moderne costruzioni si alternano senza alcuna apparente logica a cattedrali in stile gotico o romanico, a cottage dell’era coloniale, a giardini lussureggianti, a stazioni ferroviarie e teatri dell’epoca vittoriana.
A rendere questa città ancora più meravigliosa ai miei occhi ci sono stati alcuni incontri che hanno reso assolutamente perfetto e indimenticabile il mio soggiorno a Melbourne. Innanzi tutto all’ostello in cui ho soggiornato per 4 notti ho conosciuto un sacco di ragazzi italiani assolutamente deliziosi. So di aver sempre cercato di evitare le amicizie con gli italiani, per la solita questione di voler parlare inglese, ma vi assicuro che ci sono dei momenti in cui si sente il bisogno di poter parlare con qualcuno a briglia sciolta senza dover ogni volta tradurre i propri pensieri. E’ stato perciò assolutamente piacevole poter cenare, chiacchierare e uscire la sera con Mauro, un ragazzo di Lecce che lavora come ricercatore in Università, Matteo di Alessandria, arrivato da due giorni in Australia e alla ricerca di un lavoro, e Pamela una bergamasca che dopo aver vissuto due anni a Londra ha deciso di prendersi un anno sabatico e di viaggiare in Asia e in Australia. A questi incontri “patriottici”, va aggiunto quello assolutamente fuori dall’ordinario con Ticiano. La mia seconda sera in ostello, non conoscendo ancora nessuno, ho deciso di uscire da sola a fare due passi per le vie del centro. Dopo aver passeggiato un po’ mangiando un gelato, mi sono seduta sulle scalinate di Federation Square e dopo pochi secondi, senza che mi fossi accorta di essere osservata da qualcuno, come una sorta di apparizione, mi compare davanti questo ragazzo che mi chiede se ho bisogno di compagnia. Non che ne avessi davvero bisogno, ma ho accettato di buon grado la sua offerta e l’ho invitato a sedersi. E’ cominciata così una strana amicizia con un ragazzo altrettanto strano. Mi sono bastati pochi scambi di parole per intuire che non avevo di fronte un ragazzo come tutti gli altri, che c’era qualcosa di diverso in lui ma non riuscivo bene a capire cosa fosse. Pur avendo raggiunto ormai un buon livello di comprensione della lingua inglese (o meglio, dell’australiano), mi capita di parlare un inglese discreto o pessimo a seconda di chi è il mio interlocutore. In linea di massima mi sento sempre a mio agio a parlare con altre persone non di madrelingua inglese, probabilmente perché le considero al mio stesso livello, mentre con i madrelingua posso parlare in modo fluente o al contrario non riuscire a spiaccicare una sola frase di senso compiuto e la variabile è sempre la persona che ho di fronte e la sua capacità di farmi sentire a mio agio. Con Ticiano, mi sono sentita subito perfettamente a mio agio e la frasi uscivano in maniera assolutamente naturale. Anche se mi rendevo conto a volte di sbagliare a coniugare i verbi o di esprimere dei concetti in modo non del tutto chiaro, non ho mai percepito derisione nei suoi occhi o noia nello starmi ad ascoltare, ma sempre una grande attenzione e interesse per quello che dicevo. Stupita per quello strano stato di perfetto “confortable” nella conversazione, mi sono doppiamente meravigliata quando ho scoperto che il ragazzo che avevo di fronte aveva solamente 27 anni. C’era ancora qualcosa di più misterioso in lui, soli 27 anni e un comportamento assolutamente atipico per un ventisettenne. Quella sera abbiamo continuato a chiacchierare passeggiando lungo le rive di South Bank e ci siamo scambiati i numeri di telefono per rivederci il giorno dopo. La sera dopo mi ha fatto ancora da guida turistica accompagnandomi a Brunswick Str, il quartiere “alternativo” di Melbourne con i suoi cafè,gli artisti di strada, i ristoranti vegetariani, i negozi vintage e a Lygon St, il cuore della “little Italy”. Più tempo trascorrevo in sua compagnia e più cresceva in me una strana percezione. E’ davvero difficile da spiegare a parole, ma era come se stessi passeggiando per le strade in compagnia di un angelo, come se stessi parlando non con un ragazzo in carne ed ossa, ma con puro spirito imprigionato in un corpo. Dava l’impressione di essere assolutamente al di sopra di tutto ciò che è materiale, non riuscivo a credere che avesse bisogno di mangiare e dormire per restare in vita, qualunque cosa che caratterizza la vita quotidiana di tutti noi, andare a fare la spesa, cucinare, andare al lavoro, fare il bucato , sembravano ai miei occhi tutte attività che non avevano nulla a che fare con lui, che non gli appartenevano, di cui lui non aveva bisogno per sopravvivere. Trascorrendo sempre più tempo in sua compagnia, ho piano piano capito le radici delle mie sensazioni. Innanzitutto è figlio d’arte. Nato in Portogallo si è trasferito in Australia all’età di 2 anni, la madre fa l’insegnante di Portoghese per l’esercito australiano e il padre è un pittore di fama internazionale che vive solamente di arte. All’età di 15 anni si è avvicinato al mondo dello yoga e della meditazione e da allora la pratica quotidianamente per se stesso oltre che insegnarla. Ogni sera medita dai 15 ai 30 minuti e dopo di che va per una camminata di 2 ore, 2 ore e mezza. Tutto ciò non è sufficiente per dare una spiegazione alle strane sensazioni che provavo quando ero in sua compagnia, ma mi hanno dato conferma della mia intuizione che c’era qualcosa di soprannaturale in lui. Purtroppo la nostra frequentazione è durata solo tre giorni poiché si erano create tutte le condizioni perfette per rimettermi il viaggio e non potevo assolutamente lasciarmele scappare. Con un pizzico di amarezza ci siamo salutati, ma dentro di me sapevo che sarebbe stato solo un arrivederci, e il mio istinto ancora una volta non mi ha tradito.
GREAT OCEAN ROAD
Una volta giunta a Melbourne il programma era quello di proseguire verso ovest, in direzione Perth, percorrendo la Great Ocean Road. Numerose agenzie organizzavano tours di uno o due giorni per percorrere questa magnifica via lungo tutta la costa meridionale, ma sapevo che il modo migliore e più economico era sicuramente trovare qualcuno con la macchina o il van e viaggiare insieme dividendo le spese del carburante. Fortuna vuole che proprio pochi giorni dopo il mio arrivo a Melbourne mi sia messa in contatto con Bruno, un ragazzo di Sondrio che aveva lavorato con me in farm per un mese e mezzo. Anche lui e la sua compagna di viaggio, Nadja, dopo aver percorso la costa est da Brisbane a Sydney, si trovavano a Melbourne ed erano diretti verso ovest. Fantastico!!!! Mi sembrava la soluzione perfetta: viaggiare in van, non dovendo così spendere nulla per l’alloggio, e con persone che già conoscevo (anche la ragazza infatti aveva lavorato con me in farm). In realtà le cose non sono andate così lisce come avrei sperato. Fin dal primo giorno di viaggio Nadja si è rivelata una persona completamente diversa da quella che avevo conosciuto in farm. Spesso di malumore, senza nessun entusiasmo nel fare le cose, nessuna iniziativa o quantomeno un atteggiamento propositivo da parte sua, non partecipava alle discussioni, non stava agli scherzi, la sua opinione era sempre e comunque l’opposto della nostra e si lamentava in continuazione per qualunque cosa:insomma, veramente irritante. Con lei personalmente non ho mai avuto nessuna sorta di discussione o litigio anche perché, essendo io l’ultima arrivata, non mi sentivo di avere nessuna voce in capitolo, ma era davvero difficile riuscire a godersi appieno le meraviglie dei paesaggi che avevamo di fronte con una tale ameba come travel mate. Al quarto giorno di viaggio Nadja e Bruno hanno discusso proprio in merito all’atteggiamento di lei e sono giunti alla conclusione che se ne sarebbe andata per la sua strada in un paio di giorni. In realtà la sua instabilità mentale si è rivelata proprio quando, dopo quella discussione, si è trasformata nella persona più socievole e solare del mondo per una giornata e dopo di che è ripiombata nuovamente nel suo malumore. A quel punto ho realizzato che lei non se ne sarebbe mai andata perché, con il suo carattere non ce l’avrebbe mai fatta a fare amicizia con qualcun altro con cui proseguire il viaggio. Perciò la soluzione era una sola: andarmene io. Era veramente insostenibile per me proseguire fino a Perth con loro due. Io non avevo bisogno di compagni di viaggio con cui dividere le spese del carburante per arrivare a Perth, avevo bisogno di amici, di gente allegra con cui viaggiare e stare bene. La mia idea di viaggio non è quella di macinare kilometri su kilometri giusto per poter dire, una volta rientrata in Italia, “Ho fatto tutto il giro dell’Australia in van!!!”, la mia idea è vivere di esperienze con i miei travel mates e soprattutto con la gente che si incontra lungo il viaggio, ma con loro sapevo che questo non sarebbe stato possibile. Perciò, anche se un po’ a malincuore, il mio viaggio con loro si è fermato ad Adelaide. Per l’ennesima mi trovavo a rivedere daccapo i miei progetti. Innanzitutto ho chiamato mia sorella per vedere quali erano i suoi progetti. Una volta appurato che in una settimana avrebbe finito con il suo lavoro in farm e avremmo finalmente potuto viaggiare insieme, il mio nuovo progetto era stare ad Adelaide una settimana e aspettare che mia sorella mi raggiungesse. Anche quest’altro progetto si è però dissolto nel giro di poche ore, ma questa volta per mia scelta. Dopo aver gironzolato qualche ora per le vie di Adelaide, ho deciso che non ci avrei passato più di un giorno in quella città. L’impatto che ho avuto è stato veramente bruttissimo. Sapevo che Adelaide non era una metropoli come Sydney o Melbourne, ma non aspettavo che fosse una città così brutta. Non c’è assolutamente nulla da fare o da vedere, il centro è una sola via con i soliti negozi che puoi trovare dovunque in Australia, la piazza principale è solamente il crocevia degli autobus e dei trams e le facce della gente per le strade erano quelle che comunemente definiamo “brutte facce”. Non mi sentivo assolutamente a mio agio in quel posto, perciò, non potendomi permettere di sprecare nemmeno un secondo del mio tempo, nel giro di un minuto ho deciso: “Ok, torno a Melbourne”.
E così eccomi qui di nuovo, a Melbourne. Dopo 10 ore di viaggio in bus sono di nuovo in una questa città che mi offre mille diverse cose da fare ogni giorno, mi trasmette “good vibes” e mi fa stare bene, la sola cosa che conta davvero. Ora l’unica cosa certa è che tra un paio di giorni mia sorella mi raggiungerà e da qui ripartiremo per viaggiare insieme. Un piano di viaggio in testa ce l’ho, ma non vi anticipo niente perché visti come sono andati a finire tutti i miei progetti, so per certo che il piano verrà rivoluzionato mille e più volte, perciò vi riserbo la curiosità e la sorpresa della mia prossima meta.
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1 commento:
sono perfettamente d'accordo, quando vivi in un ostello per tanto tempo diventa dopo un po la tua famiglia, e'assolutamente fantastico..
io a sydney ho vissuto al JOlly swagman backpackers, se ti dovesse capitare di passare per sydney vacci perche' e; davvero il massimo, troppo bello! www.jollysydneyhostel.com
buon viaggio e continua a divertirti!
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