Un’ora e mezza di strada e rieccoci nella civiltà: Brisbane, la capitale del Queesland, la terza città più popolata dell’Australia dopo Sydney e Merlbourne. L’iter è lo stesso di sempre: ufficio informazioni e ricerca di un ostello . La scelta cade ovviamente sull’ostello più economico e in questo caso si tratta del “Brisbane Backpackers Resort” che offre alloggio per 156$ a settimana. Dopo esserci sistemate nella “nostra” camera (la camera è divisa con altre 6 ragazze) partiamo subito per un giro in città con l’intenzione di vedere Brisbane e allo stesso tempo cominciare a distribuire curriculum in bar e ristoranti. La città, a dispetto di molte persone che mi avevano suggerito di evitare di visitarla, è, a mio parere, assolutamente da vedere. Costruita sulle rive del Brisbane River è ancora una volta un esempio di buon gusto architettonico che caratterizza la maggior parte delle città australiane. I grattacieli sono un mix di cemento, vetro, plexiglass, colori, tubi, forme geometriche che brillano, riverberano e riflettono il sole cocente di una città che si trova a soli 1000km dal Tropico del Capricorno. A spezzare la modernità di questi palazzi si intromettono chiese, palazzi del governo o semplici case e pub in evidente stile vittoriano coloniale ma che per nulla stonano con tutto il resto, anzi sembrano complementarsi a vicenda. La città negli ultimi anni sta vivendo un massivo ampliamento dovuto al fatto che numerose persone del sud Australia hanno deciso di trasferirsi a Brisbane. Il clima qui è assolutamente perfetto, l’inverno non esiste e l’estate è calda ma con un’umidità sopportabile che non ha nulla a che vedere con quella soffocante del nord Australia. Inoltre la vita è assolutamente meno cara rispetto a città come Sydney e Merlbourne ed è soprattutto più rilassata. Non ci vuole molto per rendersene conto: basta vedere che tutti i negozi chiudono alle 17.30!!!! Chiaro esempio di questo boom sono i numerosi cantieri edili sparsi un po’ dovunque e che probabilmente tra pochi anni renderanno Brisbane molto meno economica di adesso. Il sistema dei trasporti sembra essere efficiente con i suoi bus, treni e grossi motoscafi che collegano vari punti della città lungo il fiume. Il centro è comunque relativamente piccolo perciò decidiamo di girarlo a piedi. La giornata è assolutamente cocente: 30 gradi e un’umidità tipica dei paesi tropicali, quella che ti fa sudare solo stando fermo immobile. Ma non mi lamento assolutamente. Dopo due inverni di seguito (quello italiano e quello di Sydney) non vedevo l’ora di provare la sensazione della goccia di sudore che cola lungo la schiena ed inoltre il pensiero che in Italia la neve ha già coperto gran parte del nord non può che farmi apprezzare la mia ascella pezzata!!!!!!
Il pomeriggio vola in un attimo e il bilancio della giornata risulta essere 10 curriculum distribuiti e nessun locale che abbia bisogno di personale. Ovviamente non ci facciamo demoralizzare e il giorno dopo ricominciamo la nostra ricerca. Questa volta la fortuna sembra essere dalla nostra, o meglio, dalla parte di mia sorella che riesce a fissare due prove in due diversi locali uno dei quali dà la possibilità anche a me di fare una prova Venerdì sera. Il locale si chiama “Amici” e si spaccia come ristorante italiano ma mi basta lavorarci un’ora per capire che di italiano ha solo il nome. I cuochi sono tutti australiani e asiatici e di conseguenza i piatti non sono neanche lontani parenti di quelli della madrepatria. La prova va bene, ma il boss mi avverte che comunque non riuscirà a farmi fare più di 20-25 ore a settima. La notizia non è delle migliori perciò decido di farmi due conti in tasca prima di decidere se accettare o meno.
Ed è proprio a questo punto che nella mia testa cominciano ad accavallarsi mille pensieri e mille progetti che per un paio di giorni mi mandano in pappa il cervello. “Potrei passare Natale e Capodanno qui a Brisbane con mia sorella e lavorare al ristorante per racimolare quel tanto che basta per coprirmi le spese”; “Così facendo però mi ritrovo a dover fare quello che non vorrei, ossia ripartire da Brisbane per girare l’Australia toccando il mio conto in banca italiano”; “Potrei allora optare per il “country pub”, ossia un lavoro di 6 settimane in un pub in una qualunque zona remota del Queensland dove ti offrono vitto e alloggio e uno stipendio di minimo $250 a settimana. Potrebbe essere un buon modo per tirare su soldi senza annoiarsi troppo.”; “Però, se devo passare 6 settimane in mezzo al nulla in un paese sperduto del Queensland, tanto vale farle in una farm in modo da racimolare i giorni necessari per ottenere il secondo visto”; “Però non ho voglia di passare le feste non si sa dove senza mia sorella, ma il tempo stringe e se voglio estendere il visto devo farlo in fretta, non ho molto tempo da perdere”……AHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!
Alla fine come sempre accade nella mia vita è stato il destino a decidere per me. Questa volta il destino ha voluto mettermi sulla mia strada una persona speciale che mi ha detto quello che in fondo sapevo già, ma che quando è qualcun altro a dirtelo suona ancora più convincente. Ho deciso perciò di passare le feste con mia sorella, poiché ,anche se qui non c’è nulla nell’aria che faccia pensare al Natale, l’idea di svegliarmi la mattina del 25 e non avere nessuno a cui dare un bacio e augurare Buon Natale un po’ mi rattristava. Passate le feste mi sposterò per tentare nuovamente la strada del fruitpicking e riuscire così ad ottenere il secondo visto.
Avendo deciso di rimanere qui per un po’, abbiamo pensato bene di cercarci una stanza in un appartamento. Ora perciò viviamo in un quartiere di Brisbane chiamato Kangaroo Point. Dalla finestra di casa nostra non si vede nulla di che, ma basta attraversare la strada per ammirare dall’altro lato una meravigliosa vista della città sul fiume. Dividiamo la casa con una coppia brasiliana e un ragazzo turco, bravi ragazzi. Confesso che la voglia di viaggiare e di essere nomade è ancora forte dentro di me, ma da quando sono arrivata in Australia ho sempre lasciato che fosse il cuore a guidarmi nelle scelte e fino ad ora non ha mai sbagliato. Questa volta il cuore mi sta portando a vivere emozioni che credevo sepolte da tempo, ma che invece sono riaffiorate all’improvviso, un’esplosione che mi ha investito come una raffica e da cui, costi quel che costi, voglio farmi travolgere. Sarà la cosa giusta, il cuore non sbaglia mai.
venerdì 12 dicembre 2008
mercoledì 3 dicembre 2008
RAGAZZA DI CAMPAGNA
Eccitate per la nuova avventura, ma con un fondo di preoccupazione per l’ignoto a cui stavamo andando incontro, lasciamo Byron Bay alle 8.30 di Martedì mattina con destinazione Gatton. Dopo quattro ore di autobus arriviamo a Brisbane dove scopriamo che, essendo passate dal New South Wales al Queensland, dobbiamo tirare indietro di un’ora gli orologi. Come si può avere il fuso orario tra due città che si trovano sulla stessa longitudine ma solamente in due stati diversi? Bho??Misteri dell’Australia.
Avendo così a disposizione un paio d’ore prima della partenza del nostro bus per Gatton, decidiamo di fare un giro per Brisbane, giusto il tempo per dare un’occhiata al centro e mangiare qualcosa. Alle 13 saliamo sul nostro autobus con destinazione Gatton. Passano pochi minuti e dal coas di Brisbane ci ritroviamo in aperta campagna: immense distese di campi coltivati, cavalli e mucche al pascolo,isolate fattorie sparse qua e la intervallate da piccoli centri abitati caratterizzati dalla presenza di un negozio di generi alimentari, una pompa di benzina e un pub.
Dopo un’ora e mezza l’autista ci avvisa che siamo arrivati a Gatton. La fermata del bus è proprio in mezzo al paese e guardandoci intorno sembrerebbe una cittadina con tutto quello che serve per vivere: tre banche, una farmacia, un piccolo ospedale, due supermercati, la biblioteca, l’ufficio postale e il centro sportivo. Dopo aver telefonato al tizio della fattoria per comunicagli il nostro arrivo, aspettiamo che qualcuno venga a prenderci. Quando una jeep si ferma poco distante da noi e scende un uomo di mezza età con una lunga barba, cappellino da baseball in testa e tatuaggi sulle braccia, io e mia sorella non possiamo che guardarci in faccia e dire:”Ti prego, non dirmi che è lui!”. E invece era proprio lui. Ci fa cenno con la mano di raggiungerlo, carichiamo gli zaini nel retro della jeep e senza perdere tempo in presentazioni e convenevoli, mette in moto e partiamo. In soli cinque minuti di strada raggiungiamo la nostra destinazione e con stupore realizzo che non si tratta di una fattoria bensì di un caravan park. Sbrigate le pratiche del check in e pagati i 75 dollari per una settimana di alloggio, il tipo con la barba ci dà il numero di telefono di un certo Al dicendoci di chiamarlo in serata per metterci d’accordo sull’orario di lavoro del giorno dopo. A questo punto comincia ad essermi tutto più chiaro. Il numero a cui noi avevamo chiamato non era quello di una fattoria, bensì quello del caravan park che si occupa di dare alloggio a tutti i lavoratori che poi da qui ogni giorno si dirigono verso le varie fattorie della zona per prestare la loro manodopera.
Il nostro alloggio è un caravan, il numero 39 per la precisione, in cui ci siamo solo io e mia sorella. E’ piccolo e pure vecchiotto, ma c’è più o meno tutto quello che serve: un frigo, il lavandino, il gas per cucinare, un tavolo con due panche e due letti. Esattamente come mi era stato anticipato da chi aveva già fatto l’esperienza della farm, il caravan park era pieno di ragazzi provenienti dall’Asia soprattutto koreani, cinesi e giapponesi. Per sentito dire, e poi in seguito confermato dai ragazzi conosciuti in questi giorni, loro vengono in Australia non per viaggiare, ma solo per lavorare nelle farm e guadagnare più soldi possibili per poi tornare “arricchiti” nel loro paese. Poiché fanno questo lavoro da tempo sono ormai delle vere e proprie macchine da guerra e sembra che la stanchezza fisica non gli appartenga. Gli europei nel campo si possono contare sulle dita di una mano e fortunatamente due di loro sono proprio nel caravan vicino al nostro. Sono due ragazzi francesi,Martin e Maxim. Li conosciamo la sera stessa del nostro arrivo e trascorriamo così la prima serata in compagnia loro e degli altri ragazzi koreani e cinesi che alloggiano nello stesso caravan. Parlando con quest’ultimi veniamo a sapere che siamo arrivate a Gatton proprio nel momento sbagliato: è iniziata la stagione delle piogge e pertanto si rischia di lavorare un giorno sì e tre no, con un guadagno perciò irrisorio. La maggior parte di loro infatti si sta organizzando per spostarsi al sud in cerca di lavoro. La notizia non è delle migliori che ci potevano dare e a questa si aggiunge la loro esclamazione di rammarico e compassione nei nostri confronti quando gli diciamo che il giorno dopo saremmo andate nei campi a raccogliere cipolle. Infatti parlando al telefono con Al ci eravamo accordati di farci trovare alle 4.30 all’ingresso del caravan park proprio per andare a fare questo tipo di lavoro. Già l’idea di svegliarci alle 3 e mezza non ci riempiva di gioia in più si aggiungeva il commento dei ragazzi asiatici “Cutting onions? It’s very hard!!”. Non potevamo immaginare cosa volesse dire “it’s very hard”.
Il mattino dopo la sveglia alle tre e mezza ci tira giù dal letto e con gli occhi semichiusi ci dirigiamo verso l’ingresso in attesa del nostro furgoncino che ci porterà nei campi. Con noi ci sono altre tre ragazze e un ragazzo tedesco, ma alle 4 e mezza di mattina non ho assolutamente la forza di intavolare nessun genere di discorso. Dopo dieci minuti di strada arriviamo al campo dove, del tutto ignare, avrà inizio il nostro martirio. Il capo ci dà in dotazione delle ceste e delle forbici e ci spiega che il lavoro consiste nel raccogliere le cipolle dal terreno, tagliarne lo stelo, metterle nelle ceste e da qui travasarle in grosse casse e la paga consiste in $45 per ogni cassa riempita. Il campo è immenso e numerose persone sono già chine sul terreno intente a raccogliere cipolle. Ok cominciamo.
Non passa molto tempo che le gambe, le ginocchia, la schiena e il collo cominciano a dolere. Ogni cinque minuti cerco di inventarmi una nuova posizione per non sentire dolore, ma è tutto inutile. Io e mia sorella decidiamo di lavorare in coppia e dopo 9 ore di lavoro, interrotte solo da un quarto d’ora di pausa pranzo, riusciamo a riempire 4 casse. 90$ a testa per 9 ore di lavoro massacrante?? Non esiste proprio!!!
Ritorno al caravan alle 4 di pomeriggio, sporca di terra dalla testa ai piedi, trascinando a stento le gambe doloranti, con una stanchezza fisica che credo di non aver mai sentito in via mia, ma comunque felice. Felice perché ho potuto provare sulla mia pelle cosa significa alzarsi alle 4 di mattina, passare 9 ore nei campi e sentire il tuo corpo che si ribella ad una fatica a cui non è abituato. Felice perché prima d’ora non avevo mai pensato che ci fosse gente che facesse quel lavoro e soprattutto felice perché la sorte mi aveva dato l’opportunità di scegliere se fare quel lavoro o meno, mentre la maggior parte delle schiene chine su quei campi appartenevano a gente che non aveva possibilità di scelta.
Inutile dirvi che la mia giornata è terminata alle 8 di sera quando toccando il letto sono crollata in un sonno profondo da cui mi sono destata solo il mattino seguente alle 9. Quando al risveglio ho cercato di alzarmi dal letto tutti i muscoli del mio corpo si sono ribellati: la schiena, i glutei, i quadricipiti femorali, i polpacci tutto era un dolore unico. Per non parlare poi del mio piede sinistro di cui avevo perso completamente la sensibilità. Non so per colpa di quale delle tante posizioni assunte il giorno prima, ma il mio piede era completamente scollegato alla caviglia, non riuscivo a sollevarlo verso l’alto e perciò la mia andatura era in tutto e per tutto simile a quella di uno zoppo e ad oggi, dopo 4 giorni il mio piede ancora non si è ripreso del tutto.
Dopo una giornata di riposo, abbiamo deciso di riprovare nuovamente il giorno successivo sperando in un lavoro meno massacrante. Purtroppo ancora una volta la fortuna non è stata dalla nostra. Ci siamo presentate fuori dal campo alle 4 di mattina e l’unico fattore che aveva bisogno di manodopera era un certo Hussein che ci ha reclutato indovinate per cosa? Esatto: raccogliere cipolle. Il lavoro è stato forse ancora più pesante del precedente. Il terreno infatti era bagnato per la pioggia del giorno prima perciò ci siamo riempite di fango dalla testa ai piedi e le cipolle non erano del tutto mature perciò bisognava mettere una certa forza nel strapparle dal terreno. Ancora una volta altre 9 ore e mezza di lavoro per riempire 4 casse. Ok, a questo punto era giunto il momento di prendere una decisione, ossia andarcene.
Voglio davvero ottenere il secondo visto,ma se questo significa ammazzarmi di lavoro per tre mesi credo proprio che rinuncerò. Inoltre va detto che non si tratta solo del lavoro, si tratta di tornare a casa la sera e non avere nulla da fare se non prepararsi la cena e andare a letto. Sono venuta in Australia per viaggiare, imparare l’inglese e conoscere gente nuova, non ho intenzione di spendere le mie giornate isolata da qualunque forma di vita imparando il koreano e il cinese anziché l’inglese. Domani perciò sarà l’ultima giornata che trascorreremo a Gatton, ovviamente senza lavorare, dopodiché ce ne torneremo a Brisbane. Credo che mi cercherò un lavoro come cameriera e mi fermerò circa un mesetto. Stanno arrivando le feste e perciò è probabile che molti hotel o bar abbiano bisogno di personale. Con questo non voglio dire di aver accantonato il mio obiettivo di ottenere il secondo visto, può darsi che nei prossimi mesi ci riprovi, magari in un posto in cui ho la certezza che non raccolgano cipolle, ma per ora direi che il bisogno di vita attorno a me e del rumore dell’oceano sono i miei bisogni primari. Trascorrerò quindi quest’ultima notte nel silenzio delle campagne del Queesland per ripiombare domani nella sua caotica capitale Brisbane.
Avendo così a disposizione un paio d’ore prima della partenza del nostro bus per Gatton, decidiamo di fare un giro per Brisbane, giusto il tempo per dare un’occhiata al centro e mangiare qualcosa. Alle 13 saliamo sul nostro autobus con destinazione Gatton. Passano pochi minuti e dal coas di Brisbane ci ritroviamo in aperta campagna: immense distese di campi coltivati, cavalli e mucche al pascolo,isolate fattorie sparse qua e la intervallate da piccoli centri abitati caratterizzati dalla presenza di un negozio di generi alimentari, una pompa di benzina e un pub.
Dopo un’ora e mezza l’autista ci avvisa che siamo arrivati a Gatton. La fermata del bus è proprio in mezzo al paese e guardandoci intorno sembrerebbe una cittadina con tutto quello che serve per vivere: tre banche, una farmacia, un piccolo ospedale, due supermercati, la biblioteca, l’ufficio postale e il centro sportivo. Dopo aver telefonato al tizio della fattoria per comunicagli il nostro arrivo, aspettiamo che qualcuno venga a prenderci. Quando una jeep si ferma poco distante da noi e scende un uomo di mezza età con una lunga barba, cappellino da baseball in testa e tatuaggi sulle braccia, io e mia sorella non possiamo che guardarci in faccia e dire:”Ti prego, non dirmi che è lui!”. E invece era proprio lui. Ci fa cenno con la mano di raggiungerlo, carichiamo gli zaini nel retro della jeep e senza perdere tempo in presentazioni e convenevoli, mette in moto e partiamo. In soli cinque minuti di strada raggiungiamo la nostra destinazione e con stupore realizzo che non si tratta di una fattoria bensì di un caravan park. Sbrigate le pratiche del check in e pagati i 75 dollari per una settimana di alloggio, il tipo con la barba ci dà il numero di telefono di un certo Al dicendoci di chiamarlo in serata per metterci d’accordo sull’orario di lavoro del giorno dopo. A questo punto comincia ad essermi tutto più chiaro. Il numero a cui noi avevamo chiamato non era quello di una fattoria, bensì quello del caravan park che si occupa di dare alloggio a tutti i lavoratori che poi da qui ogni giorno si dirigono verso le varie fattorie della zona per prestare la loro manodopera.
Il nostro alloggio è un caravan, il numero 39 per la precisione, in cui ci siamo solo io e mia sorella. E’ piccolo e pure vecchiotto, ma c’è più o meno tutto quello che serve: un frigo, il lavandino, il gas per cucinare, un tavolo con due panche e due letti. Esattamente come mi era stato anticipato da chi aveva già fatto l’esperienza della farm, il caravan park era pieno di ragazzi provenienti dall’Asia soprattutto koreani, cinesi e giapponesi. Per sentito dire, e poi in seguito confermato dai ragazzi conosciuti in questi giorni, loro vengono in Australia non per viaggiare, ma solo per lavorare nelle farm e guadagnare più soldi possibili per poi tornare “arricchiti” nel loro paese. Poiché fanno questo lavoro da tempo sono ormai delle vere e proprie macchine da guerra e sembra che la stanchezza fisica non gli appartenga. Gli europei nel campo si possono contare sulle dita di una mano e fortunatamente due di loro sono proprio nel caravan vicino al nostro. Sono due ragazzi francesi,Martin e Maxim. Li conosciamo la sera stessa del nostro arrivo e trascorriamo così la prima serata in compagnia loro e degli altri ragazzi koreani e cinesi che alloggiano nello stesso caravan. Parlando con quest’ultimi veniamo a sapere che siamo arrivate a Gatton proprio nel momento sbagliato: è iniziata la stagione delle piogge e pertanto si rischia di lavorare un giorno sì e tre no, con un guadagno perciò irrisorio. La maggior parte di loro infatti si sta organizzando per spostarsi al sud in cerca di lavoro. La notizia non è delle migliori che ci potevano dare e a questa si aggiunge la loro esclamazione di rammarico e compassione nei nostri confronti quando gli diciamo che il giorno dopo saremmo andate nei campi a raccogliere cipolle. Infatti parlando al telefono con Al ci eravamo accordati di farci trovare alle 4.30 all’ingresso del caravan park proprio per andare a fare questo tipo di lavoro. Già l’idea di svegliarci alle 3 e mezza non ci riempiva di gioia in più si aggiungeva il commento dei ragazzi asiatici “Cutting onions? It’s very hard!!”. Non potevamo immaginare cosa volesse dire “it’s very hard”.
Il mattino dopo la sveglia alle tre e mezza ci tira giù dal letto e con gli occhi semichiusi ci dirigiamo verso l’ingresso in attesa del nostro furgoncino che ci porterà nei campi. Con noi ci sono altre tre ragazze e un ragazzo tedesco, ma alle 4 e mezza di mattina non ho assolutamente la forza di intavolare nessun genere di discorso. Dopo dieci minuti di strada arriviamo al campo dove, del tutto ignare, avrà inizio il nostro martirio. Il capo ci dà in dotazione delle ceste e delle forbici e ci spiega che il lavoro consiste nel raccogliere le cipolle dal terreno, tagliarne lo stelo, metterle nelle ceste e da qui travasarle in grosse casse e la paga consiste in $45 per ogni cassa riempita. Il campo è immenso e numerose persone sono già chine sul terreno intente a raccogliere cipolle. Ok cominciamo.
Non passa molto tempo che le gambe, le ginocchia, la schiena e il collo cominciano a dolere. Ogni cinque minuti cerco di inventarmi una nuova posizione per non sentire dolore, ma è tutto inutile. Io e mia sorella decidiamo di lavorare in coppia e dopo 9 ore di lavoro, interrotte solo da un quarto d’ora di pausa pranzo, riusciamo a riempire 4 casse. 90$ a testa per 9 ore di lavoro massacrante?? Non esiste proprio!!!
Ritorno al caravan alle 4 di pomeriggio, sporca di terra dalla testa ai piedi, trascinando a stento le gambe doloranti, con una stanchezza fisica che credo di non aver mai sentito in via mia, ma comunque felice. Felice perché ho potuto provare sulla mia pelle cosa significa alzarsi alle 4 di mattina, passare 9 ore nei campi e sentire il tuo corpo che si ribella ad una fatica a cui non è abituato. Felice perché prima d’ora non avevo mai pensato che ci fosse gente che facesse quel lavoro e soprattutto felice perché la sorte mi aveva dato l’opportunità di scegliere se fare quel lavoro o meno, mentre la maggior parte delle schiene chine su quei campi appartenevano a gente che non aveva possibilità di scelta.
Inutile dirvi che la mia giornata è terminata alle 8 di sera quando toccando il letto sono crollata in un sonno profondo da cui mi sono destata solo il mattino seguente alle 9. Quando al risveglio ho cercato di alzarmi dal letto tutti i muscoli del mio corpo si sono ribellati: la schiena, i glutei, i quadricipiti femorali, i polpacci tutto era un dolore unico. Per non parlare poi del mio piede sinistro di cui avevo perso completamente la sensibilità. Non so per colpa di quale delle tante posizioni assunte il giorno prima, ma il mio piede era completamente scollegato alla caviglia, non riuscivo a sollevarlo verso l’alto e perciò la mia andatura era in tutto e per tutto simile a quella di uno zoppo e ad oggi, dopo 4 giorni il mio piede ancora non si è ripreso del tutto.
Dopo una giornata di riposo, abbiamo deciso di riprovare nuovamente il giorno successivo sperando in un lavoro meno massacrante. Purtroppo ancora una volta la fortuna non è stata dalla nostra. Ci siamo presentate fuori dal campo alle 4 di mattina e l’unico fattore che aveva bisogno di manodopera era un certo Hussein che ci ha reclutato indovinate per cosa? Esatto: raccogliere cipolle. Il lavoro è stato forse ancora più pesante del precedente. Il terreno infatti era bagnato per la pioggia del giorno prima perciò ci siamo riempite di fango dalla testa ai piedi e le cipolle non erano del tutto mature perciò bisognava mettere una certa forza nel strapparle dal terreno. Ancora una volta altre 9 ore e mezza di lavoro per riempire 4 casse. Ok, a questo punto era giunto il momento di prendere una decisione, ossia andarcene.
Voglio davvero ottenere il secondo visto,ma se questo significa ammazzarmi di lavoro per tre mesi credo proprio che rinuncerò. Inoltre va detto che non si tratta solo del lavoro, si tratta di tornare a casa la sera e non avere nulla da fare se non prepararsi la cena e andare a letto. Sono venuta in Australia per viaggiare, imparare l’inglese e conoscere gente nuova, non ho intenzione di spendere le mie giornate isolata da qualunque forma di vita imparando il koreano e il cinese anziché l’inglese. Domani perciò sarà l’ultima giornata che trascorreremo a Gatton, ovviamente senza lavorare, dopodiché ce ne torneremo a Brisbane. Credo che mi cercherò un lavoro come cameriera e mi fermerò circa un mesetto. Stanno arrivando le feste e perciò è probabile che molti hotel o bar abbiano bisogno di personale. Con questo non voglio dire di aver accantonato il mio obiettivo di ottenere il secondo visto, può darsi che nei prossimi mesi ci riprovi, magari in un posto in cui ho la certezza che non raccolgano cipolle, ma per ora direi che il bisogno di vita attorno a me e del rumore dell’oceano sono i miei bisogni primari. Trascorrerò quindi quest’ultima notte nel silenzio delle campagne del Queesland per ripiombare domani nella sua caotica capitale Brisbane.
martedì 2 dicembre 2008
TEMPO DI CAMBIAMENTI
Direi proprio che è arrivato il momento di aggiornarvi, visto che da un mese a questa parte di cose ne sono successe parecchie. Tanto per cominciare in questo momento mi trovo in un caravan in un campeggio a Gatton, un paesino nelle campagne del Queensland, ad un’ora e mezza di strada da Brisbane con le gambe e la schiena a pezzi dopo una giornata passata a raccogliere cipolle. Ma andiamo con ordine.
Una volta rientrata dalla California mi sono ritrovata senza casa e senza lavoro. La mia adorata casetta a Bondi Beach l’avevo lasciata prima della partenza per l’America poiché non potevo permettermi di pagare l’affitto per tre settimane mentre ero via. Il lavoro invece avevo deciso di lasciarlo perché comunque al rientro dalla vacanza me ne sarei andata da Sydney per cominciare a girare per l’Australia.
Dopo aver trascorso la prima notte a casa di un amico mi sono attivata per cercare un ostello per la settimana successiva. Non conoscendo nessun ostello in particolare ho dovuto andare a caso, prenotando quello che più mi “ispirava”. L’unica cosa di cui ero certa ero che lo volevo a Bondi Beach e non in città: in previsione di una settimana di cazzeggio niente di meglio dell’oceano e della sabbia di Bondi per trascorrere le giornate nell’ozio. La mia scelta è così caduta su “Surfside Backpacker”: non avrei potuto fare una scelta peggiore!!! Questa volta purtroppo la fortuna non mi ha aiutato. L’ostello era terribilmente sporco, c’erano due soli bagni e tre docce da dividere con una ventina di ragazze, nella mia camera c’erano quattro letti a castello distribuiti sui quattro lati di una stanza di 3 metri per 3. Vi risparmio i dettagli della cucina, vi dico solo che in una settimana ho sempre mangiato fuori perché avevo schifo a cucinare in quel posto. Purtroppo avendo pagato in anticipo per una settimana non potevo che pazientare e cercare di trascorrere meno tempo possibile in ostello. Proprio per questo motivo la mattina dopo la prima notte in ostello mi sono svegliata di buon ora e sono andata a Bondi Junction per sbrigare alcune commissioni. Innanzitutto dovevo rinnovare la mia assicurazione medica e poi dovevo aprire un conto in banca. Arrivata davanti alla porta della banca mi sono detta “Quasi quasi il conto lo apro oggi pomeriggio quando torno a Bondi Beach, tanto anche lì c’è la stessa banca” e come in una sovrapposizione di pensieri ho pensato “Ma no, ormai sono qui, entriamo”. Ora col senno di poi, so che quel pensiero, quella frazione di secondo, ha determinato lo stravolgimento della mia giornata e delle settimane successive.
Entrata in banca mi dirigo al piano di sopra dove si trovano gli uffici preposti all’apertura dei conti. Appena salite le scale vedo tre ragazzi seduti e chiedo “Are you waiting?” e uno di loro mi risponde “We are waiting for you”. La risposta era senza dubbio una delle più banali che mi potessi aspettare, ma mi dà il pretesto per attaccare bottone. Mi avvicino a loro, mi siedo accanto a quello che mi ha risposto e solo in quel momento, guardandolo da vicino, mi rendo conto di quanto è bello: una massa enorme di capelli neri,lunghi e ricci che fanno da cornice a un viso dai lineamenti assolutamente perfetti,lunghe e folte ciglia nere attorno a due occhi verdi, pelle olivastra e labbra carnose a completare il tutto. Con le solite presentazioni di rito vengo a sapere che si chiama Moses, ha 24 anni, è nato in Israele da madre Argentina e padre Brasiliano, vive anche lui a Bondi Beach e nella vita non fa praticamente nulla tranne competizioni di surf. Appena gli dico che sono italiana, gli si illuminano gli occhi e mi racconta di quando da ragazzino veniva a Roma per fare dei servizi fotografici come modello. Parliamo del più e del meno per dieci minuti dopo di che, come se fosse la cosa più naturale del mondo, comincia ad abbracciarmi e baciarmi come se fossimo insieme da una vita. Usciamo insieme dalla banca e camminando per la strada lui mi tiene per mano o mi mette un braccio attorno alle spalle. Entriamo insieme in un negozio e la commessa ,notando il suo atteggiamento affettuoso nei miei confronti, parlando a Moses si riferisce a me come “la tua ragazza”. In un altro negozio invece il commesso mi chiede se anch’io sono israeliana o brasiliana, al che non posso fare a meno di rispondere che sono italiana e che ho conosciuto Moses mezz’ora fa, suscitando così l’ilarità del commesso. La situazione era talmente surreale che non potevo fare a meno di ridere pensando all’assurdità di quello che mi stava succedendo e allo stesso tempo mi sembrava una delle cose più naturali del mondo camminare stretta a questo ragazzo che conoscevo da mezz’ora. Comunque da questo incontro così casuale, ma assolutamente già disegnato nel destino, ne è derivata una “relazione” durata circa tre settimane. La sera stessa del nostro incontro mi ha invitata a cena a casa sua con i suoi due coinquilini dove ho potuto partecipare alla cerimonia dello “shabbath” ossia la celebrazione per gli ebrei della fine della settimana e l’inizio del riposo del fine settimana. Prima di tutto i ragazzi hanno imbandito la tavola con pollo al forno e patate, insalata, funghi marinati e un paio di salse per accompagnare la carne. Dopo esserci lavati le mani loro tre si sono messi in testa la cuffietta rotonda , uno di loro ha preso in mano la bibbia e ha cominciato a leggerne dei passi (ovviamente in Ibra, perciò senza che io ne capissi una sola parola) in cui, presumibilmente, si ringraziava Dio per il cibo che ci apprestavamo a consumare. A questo è seguita una sorta di “benedizione” del pane del vino. In mezzo alla tavola c’era una grossa pagnotta e un calice di metallo con del succo d’uva da cui, dopo la lettura di alcune preghiere, abbiamo tutti bevuto un sorso accompagnandolo con un pezzo di pane. In quel momento ho pensato per l’ennesima volta che è proprio questo che amo dell’Australia e del mio viaggiare: la possibilità di incontrare, di conoscere e di vivere culture e religioni con cui mai e poi mai mi sarei sognata di confrontarmi. Fintanto che vivevo in Italia non avevo la più pallida idea di cosa volesse dire essere un ebreo, se non per le poche nozioni che potevo aver appreso dai libri di storia o dalle ore di religione a scuola. Ora invece mi trovavo a dividere la cena con loro e ad imparare giorno dopo giorno ad entrare nella loro vita e nel loro modo di pensare. So di non poter generalizzare e di non poter dare un giudizio avendo conosciuto solo un numero ristretto di persone, ma devo dire che negli ebrei che ho frequentato in queste poche settimane ho potuto ritrovare delle persone veramente generose, ospitali e soprattutto con un grande rispetto per l’essere umano. Moses, nella sua piccola saggezza di ventiquattrenne surfista, mi ripeteva costantemente che bisogna sempre avere rispetto per tutte le persone e dare a tutti una possibilità. Nel suo inglese un po’ stentato mi ha spiegato che nel momento in cui conosce una persona nuova lui le attribuisce sempre un valore di 100 e in base a come questa persona si comporta il punteggio può restare 100 o scendere. E’ una filosofia molto sempliciotta ma se tutti la pensassero così ci vorrebbe davvero poco ad avere un mondo migliore. Inoltre la sua teoria non è stata mai smentita dalla pratica e nelle poche settimane che ci siamo frequentati ha sempre dimostrato un rispetto sincero nei miei confronti.
La nostra relazione si è interrotta quando io ho deciso che era arrivato il momento di lasciare Sydney per andare a scoprire qualcosa di nuovo e di diverso dell’Australia. La mia sorellina era ormai arrivata da una settimana a Sydney e dopo alcune giornate trascorse a visitare la città e i dintorni abbiamo deciso di comune accordo di spostarci. In realtà non so se sia stato davvero “di comune” accordo. La mia scelta era motivata dal fatto di voler girare e nello stesso tempo lavorare per estendere il mio visto. Apro una piccola parentesi in proposito. Dovete sapere che il governo australiano dà la possibilità a chi possiede il primo Working Holiday Visa (cioè il mio) di ottenerne un secondo solo a condizione di svolgere per 3 mesi un lavoro nell’ambito dell’agricoltura, della pesca o dell’allevamento in una zona remota dell’Australia. Si tratta di lavori che gli australiani non vogliono fare e perciò il governo ha studiato questo programma per sfruttare i poveri backpackers come noi. Ad essere sincera al momento non lo so se voglio trascorrere un altro anno in Australia: ora so di non voler tornare in Italia, ma non so se ad Aprile, quando scadrà il mio visto sarò ancora della stessa idea. Perciò quello che mi sono detta è stato: “Creiamo le condizioni per poter estendere il visto, poi se sfruttarlo oppure no lo si vedrà in seguito”. Alla luce di tutto ciò potete ben capire che per me la scelta di viaggiare era motivata e consapevole, mentre per mia sorella si è trattato più che altro di una conseguenza del voler viaggiare insieme. Comunque abbiamo messo in chiaro le cose fin da subito stabilendo che ognuna è libera di prendere strada diverse in qualunque momento.
A questo punto la prima cosa da fare era trovare un lavoro e poi di conseguenza spostarsi. All’apparenza sembrava facile trovare un lavoro nelle farm, ma in realtà l’impresa si è rivelata molto più difficile del previsto. Innanzitutto non riuscivo a reperire informazioni concordanti: c’era chi mi diceva di stare al sud perché c’erano più opportunità e chi invece mi diceva che il nord era meglio. Dopo un paio di giorni trascorsi invano a telefonare a qualunque farm di cui riuscissi a reperire il contatto abbiamo deciso di spostarci al nord in cerca di fortuna. Parlando con una ragazza conosciuta a casa di Moses vengo a sapere che Byron Bay è un buon punto di partenza per trovare lavoro poiché nei dintorni ci sono tantissime aziende agricole. Mi suggerisce inoltre di andare in un’agenzia di viaggi in Byron Bay, chiamata Peter Pan, dove avrei potuto reperire una lista di numeri di telefono delle farm che stanno cercando manodopera. Decidendo così di seguire il suo consiglio Venerdì sera lasciamo Sydney e dopo 14 ore di autobus ci ritroviamo il mattino dopo a Byron Bay. Dopo esserci sistemate in ostello ci mettiamo subito all’opera per cercare lavoro. Purtroppo la fortuna sembra non essere dalla nostra e, non solo all’agenzia di viaggi non ci danno nessun numero di telefono, ma veniamo a sapere che circa un mese fa un terribile uragano ha distrutto tutte le colture nei dintorni e che perciò è praticamente impossibile trovare lavoro in quella zona.
Demoralizzate ma decise a non mollare incominciamo a chiamare le farm del nord, nella zona di Brisbane e di Cairns. Finalmente dopo alcuni tentativi falliti riceviamo una risposta positiva: abbiamo trovato lavoro!!!! Il posto si chiama Gatton, è a circa un’ora da Brisbane, a metà strada tra quest’ultima e Toowoomba. Non sappiamo assolutamente di che lavoro si tratta, poiché l’uomo al telefono non me lo ha specificato, sappiamo solo che c’è lavoro e che l’alloggio ci costa $75 a settimana…..non oso immaginare che tipo di alloggio possa essere per 35 Euro a settimana!!!
Nei tre giorni trascorsi a Byron Bay, tra una telefonata e l’altra, riusciamo comunque anche a goderci la cittadina. Io, non so se vi ricordate, c’ero già stata a Luglio ma purtroppo allora il tempo non era stato dalla mia parte e mi ero perciò ripromessa di tornarci d’estate per vederla sotto un’altra luce e devo dire che ne è valsa assolutamente la pena. La cittadina di per sé non è nulla di eccezionale, quattro vie che dipartono da una piazzetta centrale, contornate da caffè, ristoranti e negozi di costumi da bagno e tavole da surf. Ma appena si esce dal centro le lunghe spiagge di sabbia finissima e bianca e l’immensità dell’oceano regalano un panorama da cui è difficile distogliere lo sguardo. Un panorama che lascia senza fiato quando dalla spiaggia si comincia a salire verso il promontorio retrostante caratterizzato dal pittoresco faro bianco che si staglia sull’apice circondato da una rigogliosa foresta che fa parte di uno dei tanti parchi nazionali di cui l’Australia abbonda. Per raggiungere il faro seguiamo un sentiero che in due ore di sali-scendi ci porta a raggiungere Cape Bayron, il punto più a est di tutta l’Australia.
L’ultima giornata prima della partenza per Gatton, decidiamo di trascorrerla visitando il paese di Nimbin. Purtroppo non esistono autobus di linea perciò dobbiamo prenotare un tour di una giornata. All’ufficio informazioni troviamo tantissime proposte diverse ma noi ovviamente decidiamo di optare per la più economica: $20 per una visita di due ore a Nimbin preceduta da una tappa a delle cascate, di cui sinceramente non ricordo il nome, con partenza alle 10 di mattina e rientro verso le 4.30. Sul volantino non c’è riportato nessun sito internet o nessun indirizzo, solo un numero di telefono. La cosa ci puzza un po’, ma decidiamo comunque di prenotare. Il mattino dopo alle 10 troviamo fuori dall’ostello ad aspettarci un grosso pulmino tutto scassato e colorato con la scritta “Happy coach”. Salite a bordo ci troviamo come autista un tipo completamente spanato: capelli lunghi rasta e un sorriso perennemente stampato sul volto. Forse è il caso di darvi una breve spiegazione di cos’è Nimbin, solo così potrete capire che il nostro autista non era assolutamente fuori posto!!! Nimbin è una cittadina a circa un’ora di strada da Byron Bay in cui tutto si è fermato agli anni sessanta-settanta. Ci vivono solamente hippy che passano le loro giornate a vendere marjuana, funghi allucinogeni e biscotti preparati con ingredienti che solitamente le nostre mamme non usano. Ora capite bene che il nostro autista era solamente un antipasto di quello che avremmo visto una volta arrivati a destinazione. Chiaramente si può andare a Nimbin solo per due ragioni: comprare la ganja o dare un’occhiata a questo paese surreale. Ovviamente noi ci siamo andate per la seconda , ma la maggior parte ci va per lo shopping. Ad ogni negozio trovi qualcuno che ti chiede se cerchi l’erba, se vuoi biscotti e il centro vero proprio dello spaccio è il museo del paese. Il museo è chiaramente tutto tranne che un museo. Ci sono sei o sette stanze con oggetti strani, scritte, ritagli di giornale, tutto inerente alla marja, ma alla fine del percorso si arriva ad un cortile esterno dove puoi fare i tuoi acquisti, proprio come nei negozi di souvenir dei veri musei!!! Trascorse le due ore a Nimbin pranzando e girando per le strade ritorniamo verso Byron. L’atmosfera sul pulman è decisamente diversa rispetto all’andata. Il nostro autista ha sempre il solito sorriso stampato sul volto ma tutti i passeggeri sono crollati in un sonno profondo…..sarà la digestione?
Una volta rientrata dalla California mi sono ritrovata senza casa e senza lavoro. La mia adorata casetta a Bondi Beach l’avevo lasciata prima della partenza per l’America poiché non potevo permettermi di pagare l’affitto per tre settimane mentre ero via. Il lavoro invece avevo deciso di lasciarlo perché comunque al rientro dalla vacanza me ne sarei andata da Sydney per cominciare a girare per l’Australia.
Dopo aver trascorso la prima notte a casa di un amico mi sono attivata per cercare un ostello per la settimana successiva. Non conoscendo nessun ostello in particolare ho dovuto andare a caso, prenotando quello che più mi “ispirava”. L’unica cosa di cui ero certa ero che lo volevo a Bondi Beach e non in città: in previsione di una settimana di cazzeggio niente di meglio dell’oceano e della sabbia di Bondi per trascorrere le giornate nell’ozio. La mia scelta è così caduta su “Surfside Backpacker”: non avrei potuto fare una scelta peggiore!!! Questa volta purtroppo la fortuna non mi ha aiutato. L’ostello era terribilmente sporco, c’erano due soli bagni e tre docce da dividere con una ventina di ragazze, nella mia camera c’erano quattro letti a castello distribuiti sui quattro lati di una stanza di 3 metri per 3. Vi risparmio i dettagli della cucina, vi dico solo che in una settimana ho sempre mangiato fuori perché avevo schifo a cucinare in quel posto. Purtroppo avendo pagato in anticipo per una settimana non potevo che pazientare e cercare di trascorrere meno tempo possibile in ostello. Proprio per questo motivo la mattina dopo la prima notte in ostello mi sono svegliata di buon ora e sono andata a Bondi Junction per sbrigare alcune commissioni. Innanzitutto dovevo rinnovare la mia assicurazione medica e poi dovevo aprire un conto in banca. Arrivata davanti alla porta della banca mi sono detta “Quasi quasi il conto lo apro oggi pomeriggio quando torno a Bondi Beach, tanto anche lì c’è la stessa banca” e come in una sovrapposizione di pensieri ho pensato “Ma no, ormai sono qui, entriamo”. Ora col senno di poi, so che quel pensiero, quella frazione di secondo, ha determinato lo stravolgimento della mia giornata e delle settimane successive.
Entrata in banca mi dirigo al piano di sopra dove si trovano gli uffici preposti all’apertura dei conti. Appena salite le scale vedo tre ragazzi seduti e chiedo “Are you waiting?” e uno di loro mi risponde “We are waiting for you”. La risposta era senza dubbio una delle più banali che mi potessi aspettare, ma mi dà il pretesto per attaccare bottone. Mi avvicino a loro, mi siedo accanto a quello che mi ha risposto e solo in quel momento, guardandolo da vicino, mi rendo conto di quanto è bello: una massa enorme di capelli neri,lunghi e ricci che fanno da cornice a un viso dai lineamenti assolutamente perfetti,lunghe e folte ciglia nere attorno a due occhi verdi, pelle olivastra e labbra carnose a completare il tutto. Con le solite presentazioni di rito vengo a sapere che si chiama Moses, ha 24 anni, è nato in Israele da madre Argentina e padre Brasiliano, vive anche lui a Bondi Beach e nella vita non fa praticamente nulla tranne competizioni di surf. Appena gli dico che sono italiana, gli si illuminano gli occhi e mi racconta di quando da ragazzino veniva a Roma per fare dei servizi fotografici come modello. Parliamo del più e del meno per dieci minuti dopo di che, come se fosse la cosa più naturale del mondo, comincia ad abbracciarmi e baciarmi come se fossimo insieme da una vita. Usciamo insieme dalla banca e camminando per la strada lui mi tiene per mano o mi mette un braccio attorno alle spalle. Entriamo insieme in un negozio e la commessa ,notando il suo atteggiamento affettuoso nei miei confronti, parlando a Moses si riferisce a me come “la tua ragazza”. In un altro negozio invece il commesso mi chiede se anch’io sono israeliana o brasiliana, al che non posso fare a meno di rispondere che sono italiana e che ho conosciuto Moses mezz’ora fa, suscitando così l’ilarità del commesso. La situazione era talmente surreale che non potevo fare a meno di ridere pensando all’assurdità di quello che mi stava succedendo e allo stesso tempo mi sembrava una delle cose più naturali del mondo camminare stretta a questo ragazzo che conoscevo da mezz’ora. Comunque da questo incontro così casuale, ma assolutamente già disegnato nel destino, ne è derivata una “relazione” durata circa tre settimane. La sera stessa del nostro incontro mi ha invitata a cena a casa sua con i suoi due coinquilini dove ho potuto partecipare alla cerimonia dello “shabbath” ossia la celebrazione per gli ebrei della fine della settimana e l’inizio del riposo del fine settimana. Prima di tutto i ragazzi hanno imbandito la tavola con pollo al forno e patate, insalata, funghi marinati e un paio di salse per accompagnare la carne. Dopo esserci lavati le mani loro tre si sono messi in testa la cuffietta rotonda , uno di loro ha preso in mano la bibbia e ha cominciato a leggerne dei passi (ovviamente in Ibra, perciò senza che io ne capissi una sola parola) in cui, presumibilmente, si ringraziava Dio per il cibo che ci apprestavamo a consumare. A questo è seguita una sorta di “benedizione” del pane del vino. In mezzo alla tavola c’era una grossa pagnotta e un calice di metallo con del succo d’uva da cui, dopo la lettura di alcune preghiere, abbiamo tutti bevuto un sorso accompagnandolo con un pezzo di pane. In quel momento ho pensato per l’ennesima volta che è proprio questo che amo dell’Australia e del mio viaggiare: la possibilità di incontrare, di conoscere e di vivere culture e religioni con cui mai e poi mai mi sarei sognata di confrontarmi. Fintanto che vivevo in Italia non avevo la più pallida idea di cosa volesse dire essere un ebreo, se non per le poche nozioni che potevo aver appreso dai libri di storia o dalle ore di religione a scuola. Ora invece mi trovavo a dividere la cena con loro e ad imparare giorno dopo giorno ad entrare nella loro vita e nel loro modo di pensare. So di non poter generalizzare e di non poter dare un giudizio avendo conosciuto solo un numero ristretto di persone, ma devo dire che negli ebrei che ho frequentato in queste poche settimane ho potuto ritrovare delle persone veramente generose, ospitali e soprattutto con un grande rispetto per l’essere umano. Moses, nella sua piccola saggezza di ventiquattrenne surfista, mi ripeteva costantemente che bisogna sempre avere rispetto per tutte le persone e dare a tutti una possibilità. Nel suo inglese un po’ stentato mi ha spiegato che nel momento in cui conosce una persona nuova lui le attribuisce sempre un valore di 100 e in base a come questa persona si comporta il punteggio può restare 100 o scendere. E’ una filosofia molto sempliciotta ma se tutti la pensassero così ci vorrebbe davvero poco ad avere un mondo migliore. Inoltre la sua teoria non è stata mai smentita dalla pratica e nelle poche settimane che ci siamo frequentati ha sempre dimostrato un rispetto sincero nei miei confronti.
La nostra relazione si è interrotta quando io ho deciso che era arrivato il momento di lasciare Sydney per andare a scoprire qualcosa di nuovo e di diverso dell’Australia. La mia sorellina era ormai arrivata da una settimana a Sydney e dopo alcune giornate trascorse a visitare la città e i dintorni abbiamo deciso di comune accordo di spostarci. In realtà non so se sia stato davvero “di comune” accordo. La mia scelta era motivata dal fatto di voler girare e nello stesso tempo lavorare per estendere il mio visto. Apro una piccola parentesi in proposito. Dovete sapere che il governo australiano dà la possibilità a chi possiede il primo Working Holiday Visa (cioè il mio) di ottenerne un secondo solo a condizione di svolgere per 3 mesi un lavoro nell’ambito dell’agricoltura, della pesca o dell’allevamento in una zona remota dell’Australia. Si tratta di lavori che gli australiani non vogliono fare e perciò il governo ha studiato questo programma per sfruttare i poveri backpackers come noi. Ad essere sincera al momento non lo so se voglio trascorrere un altro anno in Australia: ora so di non voler tornare in Italia, ma non so se ad Aprile, quando scadrà il mio visto sarò ancora della stessa idea. Perciò quello che mi sono detta è stato: “Creiamo le condizioni per poter estendere il visto, poi se sfruttarlo oppure no lo si vedrà in seguito”. Alla luce di tutto ciò potete ben capire che per me la scelta di viaggiare era motivata e consapevole, mentre per mia sorella si è trattato più che altro di una conseguenza del voler viaggiare insieme. Comunque abbiamo messo in chiaro le cose fin da subito stabilendo che ognuna è libera di prendere strada diverse in qualunque momento.
A questo punto la prima cosa da fare era trovare un lavoro e poi di conseguenza spostarsi. All’apparenza sembrava facile trovare un lavoro nelle farm, ma in realtà l’impresa si è rivelata molto più difficile del previsto. Innanzitutto non riuscivo a reperire informazioni concordanti: c’era chi mi diceva di stare al sud perché c’erano più opportunità e chi invece mi diceva che il nord era meglio. Dopo un paio di giorni trascorsi invano a telefonare a qualunque farm di cui riuscissi a reperire il contatto abbiamo deciso di spostarci al nord in cerca di fortuna. Parlando con una ragazza conosciuta a casa di Moses vengo a sapere che Byron Bay è un buon punto di partenza per trovare lavoro poiché nei dintorni ci sono tantissime aziende agricole. Mi suggerisce inoltre di andare in un’agenzia di viaggi in Byron Bay, chiamata Peter Pan, dove avrei potuto reperire una lista di numeri di telefono delle farm che stanno cercando manodopera. Decidendo così di seguire il suo consiglio Venerdì sera lasciamo Sydney e dopo 14 ore di autobus ci ritroviamo il mattino dopo a Byron Bay. Dopo esserci sistemate in ostello ci mettiamo subito all’opera per cercare lavoro. Purtroppo la fortuna sembra non essere dalla nostra e, non solo all’agenzia di viaggi non ci danno nessun numero di telefono, ma veniamo a sapere che circa un mese fa un terribile uragano ha distrutto tutte le colture nei dintorni e che perciò è praticamente impossibile trovare lavoro in quella zona.
Demoralizzate ma decise a non mollare incominciamo a chiamare le farm del nord, nella zona di Brisbane e di Cairns. Finalmente dopo alcuni tentativi falliti riceviamo una risposta positiva: abbiamo trovato lavoro!!!! Il posto si chiama Gatton, è a circa un’ora da Brisbane, a metà strada tra quest’ultima e Toowoomba. Non sappiamo assolutamente di che lavoro si tratta, poiché l’uomo al telefono non me lo ha specificato, sappiamo solo che c’è lavoro e che l’alloggio ci costa $75 a settimana…..non oso immaginare che tipo di alloggio possa essere per 35 Euro a settimana!!!
Nei tre giorni trascorsi a Byron Bay, tra una telefonata e l’altra, riusciamo comunque anche a goderci la cittadina. Io, non so se vi ricordate, c’ero già stata a Luglio ma purtroppo allora il tempo non era stato dalla mia parte e mi ero perciò ripromessa di tornarci d’estate per vederla sotto un’altra luce e devo dire che ne è valsa assolutamente la pena. La cittadina di per sé non è nulla di eccezionale, quattro vie che dipartono da una piazzetta centrale, contornate da caffè, ristoranti e negozi di costumi da bagno e tavole da surf. Ma appena si esce dal centro le lunghe spiagge di sabbia finissima e bianca e l’immensità dell’oceano regalano un panorama da cui è difficile distogliere lo sguardo. Un panorama che lascia senza fiato quando dalla spiaggia si comincia a salire verso il promontorio retrostante caratterizzato dal pittoresco faro bianco che si staglia sull’apice circondato da una rigogliosa foresta che fa parte di uno dei tanti parchi nazionali di cui l’Australia abbonda. Per raggiungere il faro seguiamo un sentiero che in due ore di sali-scendi ci porta a raggiungere Cape Bayron, il punto più a est di tutta l’Australia.
L’ultima giornata prima della partenza per Gatton, decidiamo di trascorrerla visitando il paese di Nimbin. Purtroppo non esistono autobus di linea perciò dobbiamo prenotare un tour di una giornata. All’ufficio informazioni troviamo tantissime proposte diverse ma noi ovviamente decidiamo di optare per la più economica: $20 per una visita di due ore a Nimbin preceduta da una tappa a delle cascate, di cui sinceramente non ricordo il nome, con partenza alle 10 di mattina e rientro verso le 4.30. Sul volantino non c’è riportato nessun sito internet o nessun indirizzo, solo un numero di telefono. La cosa ci puzza un po’, ma decidiamo comunque di prenotare. Il mattino dopo alle 10 troviamo fuori dall’ostello ad aspettarci un grosso pulmino tutto scassato e colorato con la scritta “Happy coach”. Salite a bordo ci troviamo come autista un tipo completamente spanato: capelli lunghi rasta e un sorriso perennemente stampato sul volto. Forse è il caso di darvi una breve spiegazione di cos’è Nimbin, solo così potrete capire che il nostro autista non era assolutamente fuori posto!!! Nimbin è una cittadina a circa un’ora di strada da Byron Bay in cui tutto si è fermato agli anni sessanta-settanta. Ci vivono solamente hippy che passano le loro giornate a vendere marjuana, funghi allucinogeni e biscotti preparati con ingredienti che solitamente le nostre mamme non usano. Ora capite bene che il nostro autista era solamente un antipasto di quello che avremmo visto una volta arrivati a destinazione. Chiaramente si può andare a Nimbin solo per due ragioni: comprare la ganja o dare un’occhiata a questo paese surreale. Ovviamente noi ci siamo andate per la seconda , ma la maggior parte ci va per lo shopping. Ad ogni negozio trovi qualcuno che ti chiede se cerchi l’erba, se vuoi biscotti e il centro vero proprio dello spaccio è il museo del paese. Il museo è chiaramente tutto tranne che un museo. Ci sono sei o sette stanze con oggetti strani, scritte, ritagli di giornale, tutto inerente alla marja, ma alla fine del percorso si arriva ad un cortile esterno dove puoi fare i tuoi acquisti, proprio come nei negozi di souvenir dei veri musei!!! Trascorse le due ore a Nimbin pranzando e girando per le strade ritorniamo verso Byron. L’atmosfera sul pulman è decisamente diversa rispetto all’andata. Il nostro autista ha sempre il solito sorriso stampato sul volto ma tutti i passeggeri sono crollati in un sonno profondo…..sarà la digestione?
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