mercoledì 3 dicembre 2008

RAGAZZA DI CAMPAGNA

Eccitate per la nuova avventura, ma con un fondo di preoccupazione per l’ignoto a cui stavamo andando incontro, lasciamo Byron Bay alle 8.30 di Martedì mattina con destinazione Gatton. Dopo quattro ore di autobus arriviamo a Brisbane dove scopriamo che, essendo passate dal New South Wales al Queensland, dobbiamo tirare indietro di un’ora gli orologi. Come si può avere il fuso orario tra due città che si trovano sulla stessa longitudine ma solamente in due stati diversi? Bho??Misteri dell’Australia.
Avendo così a disposizione un paio d’ore prima della partenza del nostro bus per Gatton, decidiamo di fare un giro per Brisbane, giusto il tempo per dare un’occhiata al centro e mangiare qualcosa. Alle 13 saliamo sul nostro autobus con destinazione Gatton. Passano pochi minuti e dal coas di Brisbane ci ritroviamo in aperta campagna: immense distese di campi coltivati, cavalli e mucche al pascolo,isolate fattorie sparse qua e la intervallate da piccoli centri abitati caratterizzati dalla presenza di un negozio di generi alimentari, una pompa di benzina e un pub.
Dopo un’ora e mezza l’autista ci avvisa che siamo arrivati a Gatton. La fermata del bus è proprio in mezzo al paese e guardandoci intorno sembrerebbe una cittadina con tutto quello che serve per vivere: tre banche, una farmacia, un piccolo ospedale, due supermercati, la biblioteca, l’ufficio postale e il centro sportivo. Dopo aver telefonato al tizio della fattoria per comunicagli il nostro arrivo, aspettiamo che qualcuno venga a prenderci. Quando una jeep si ferma poco distante da noi e scende un uomo di mezza età con una lunga barba, cappellino da baseball in testa e tatuaggi sulle braccia, io e mia sorella non possiamo che guardarci in faccia e dire:”Ti prego, non dirmi che è lui!”. E invece era proprio lui. Ci fa cenno con la mano di raggiungerlo, carichiamo gli zaini nel retro della jeep e senza perdere tempo in presentazioni e convenevoli, mette in moto e partiamo. In soli cinque minuti di strada raggiungiamo la nostra destinazione e con stupore realizzo che non si tratta di una fattoria bensì di un caravan park. Sbrigate le pratiche del check in e pagati i 75 dollari per una settimana di alloggio, il tipo con la barba ci dà il numero di telefono di un certo Al dicendoci di chiamarlo in serata per metterci d’accordo sull’orario di lavoro del giorno dopo. A questo punto comincia ad essermi tutto più chiaro. Il numero a cui noi avevamo chiamato non era quello di una fattoria, bensì quello del caravan park che si occupa di dare alloggio a tutti i lavoratori che poi da qui ogni giorno si dirigono verso le varie fattorie della zona per prestare la loro manodopera.
Il nostro alloggio è un caravan, il numero 39 per la precisione, in cui ci siamo solo io e mia sorella. E’ piccolo e pure vecchiotto, ma c’è più o meno tutto quello che serve: un frigo, il lavandino, il gas per cucinare, un tavolo con due panche e due letti. Esattamente come mi era stato anticipato da chi aveva già fatto l’esperienza della farm, il caravan park era pieno di ragazzi provenienti dall’Asia soprattutto koreani, cinesi e giapponesi. Per sentito dire, e poi in seguito confermato dai ragazzi conosciuti in questi giorni, loro vengono in Australia non per viaggiare, ma solo per lavorare nelle farm e guadagnare più soldi possibili per poi tornare “arricchiti” nel loro paese. Poiché fanno questo lavoro da tempo sono ormai delle vere e proprie macchine da guerra e sembra che la stanchezza fisica non gli appartenga. Gli europei nel campo si possono contare sulle dita di una mano e fortunatamente due di loro sono proprio nel caravan vicino al nostro. Sono due ragazzi francesi,Martin e Maxim. Li conosciamo la sera stessa del nostro arrivo e trascorriamo così la prima serata in compagnia loro e degli altri ragazzi koreani e cinesi che alloggiano nello stesso caravan. Parlando con quest’ultimi veniamo a sapere che siamo arrivate a Gatton proprio nel momento sbagliato: è iniziata la stagione delle piogge e pertanto si rischia di lavorare un giorno sì e tre no, con un guadagno perciò irrisorio. La maggior parte di loro infatti si sta organizzando per spostarsi al sud in cerca di lavoro. La notizia non è delle migliori che ci potevano dare e a questa si aggiunge la loro esclamazione di rammarico e compassione nei nostri confronti quando gli diciamo che il giorno dopo saremmo andate nei campi a raccogliere cipolle. Infatti parlando al telefono con Al ci eravamo accordati di farci trovare alle 4.30 all’ingresso del caravan park proprio per andare a fare questo tipo di lavoro. Già l’idea di svegliarci alle 3 e mezza non ci riempiva di gioia in più si aggiungeva il commento dei ragazzi asiatici “Cutting onions? It’s very hard!!”. Non potevamo immaginare cosa volesse dire “it’s very hard”.

Il mattino dopo la sveglia alle tre e mezza ci tira giù dal letto e con gli occhi semichiusi ci dirigiamo verso l’ingresso in attesa del nostro furgoncino che ci porterà nei campi. Con noi ci sono altre tre ragazze e un ragazzo tedesco, ma alle 4 e mezza di mattina non ho assolutamente la forza di intavolare nessun genere di discorso. Dopo dieci minuti di strada arriviamo al campo dove, del tutto ignare, avrà inizio il nostro martirio. Il capo ci dà in dotazione delle ceste e delle forbici e ci spiega che il lavoro consiste nel raccogliere le cipolle dal terreno, tagliarne lo stelo, metterle nelle ceste e da qui travasarle in grosse casse e la paga consiste in $45 per ogni cassa riempita. Il campo è immenso e numerose persone sono già chine sul terreno intente a raccogliere cipolle. Ok cominciamo.
Non passa molto tempo che le gambe, le ginocchia, la schiena e il collo cominciano a dolere. Ogni cinque minuti cerco di inventarmi una nuova posizione per non sentire dolore, ma è tutto inutile. Io e mia sorella decidiamo di lavorare in coppia e dopo 9 ore di lavoro, interrotte solo da un quarto d’ora di pausa pranzo, riusciamo a riempire 4 casse. 90$ a testa per 9 ore di lavoro massacrante?? Non esiste proprio!!!
Ritorno al caravan alle 4 di pomeriggio, sporca di terra dalla testa ai piedi, trascinando a stento le gambe doloranti, con una stanchezza fisica che credo di non aver mai sentito in via mia, ma comunque felice. Felice perché ho potuto provare sulla mia pelle cosa significa alzarsi alle 4 di mattina, passare 9 ore nei campi e sentire il tuo corpo che si ribella ad una fatica a cui non è abituato. Felice perché prima d’ora non avevo mai pensato che ci fosse gente che facesse quel lavoro e soprattutto felice perché la sorte mi aveva dato l’opportunità di scegliere se fare quel lavoro o meno, mentre la maggior parte delle schiene chine su quei campi appartenevano a gente che non aveva possibilità di scelta.

Inutile dirvi che la mia giornata è terminata alle 8 di sera quando toccando il letto sono crollata in un sonno profondo da cui mi sono destata solo il mattino seguente alle 9. Quando al risveglio ho cercato di alzarmi dal letto tutti i muscoli del mio corpo si sono ribellati: la schiena, i glutei, i quadricipiti femorali, i polpacci tutto era un dolore unico. Per non parlare poi del mio piede sinistro di cui avevo perso completamente la sensibilità. Non so per colpa di quale delle tante posizioni assunte il giorno prima, ma il mio piede era completamente scollegato alla caviglia, non riuscivo a sollevarlo verso l’alto e perciò la mia andatura era in tutto e per tutto simile a quella di uno zoppo e ad oggi, dopo 4 giorni il mio piede ancora non si è ripreso del tutto.
Dopo una giornata di riposo, abbiamo deciso di riprovare nuovamente il giorno successivo sperando in un lavoro meno massacrante. Purtroppo ancora una volta la fortuna non è stata dalla nostra. Ci siamo presentate fuori dal campo alle 4 di mattina e l’unico fattore che aveva bisogno di manodopera era un certo Hussein che ci ha reclutato indovinate per cosa? Esatto: raccogliere cipolle. Il lavoro è stato forse ancora più pesante del precedente. Il terreno infatti era bagnato per la pioggia del giorno prima perciò ci siamo riempite di fango dalla testa ai piedi e le cipolle non erano del tutto mature perciò bisognava mettere una certa forza nel strapparle dal terreno. Ancora una volta altre 9 ore e mezza di lavoro per riempire 4 casse. Ok, a questo punto era giunto il momento di prendere una decisione, ossia andarcene.
Voglio davvero ottenere il secondo visto,ma se questo significa ammazzarmi di lavoro per tre mesi credo proprio che rinuncerò. Inoltre va detto che non si tratta solo del lavoro, si tratta di tornare a casa la sera e non avere nulla da fare se non prepararsi la cena e andare a letto. Sono venuta in Australia per viaggiare, imparare l’inglese e conoscere gente nuova, non ho intenzione di spendere le mie giornate isolata da qualunque forma di vita imparando il koreano e il cinese anziché l’inglese. Domani perciò sarà l’ultima giornata che trascorreremo a Gatton, ovviamente senza lavorare, dopodiché ce ne torneremo a Brisbane. Credo che mi cercherò un lavoro come cameriera e mi fermerò circa un mesetto. Stanno arrivando le feste e perciò è probabile che molti hotel o bar abbiano bisogno di personale. Con questo non voglio dire di aver accantonato il mio obiettivo di ottenere il secondo visto, può darsi che nei prossimi mesi ci riprovi, magari in un posto in cui ho la certezza che non raccolgano cipolle, ma per ora direi che il bisogno di vita attorno a me e del rumore dell’oceano sono i miei bisogni primari. Trascorrerò quindi quest’ultima notte nel silenzio delle campagne del Queesland per ripiombare domani nella sua caotica capitale Brisbane.

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