Direi proprio che è arrivato il momento di aggiornarvi, visto che da un mese a questa parte di cose ne sono successe parecchie. Tanto per cominciare in questo momento mi trovo in un caravan in un campeggio a Gatton, un paesino nelle campagne del Queensland, ad un’ora e mezza di strada da Brisbane con le gambe e la schiena a pezzi dopo una giornata passata a raccogliere cipolle. Ma andiamo con ordine.
Una volta rientrata dalla California mi sono ritrovata senza casa e senza lavoro. La mia adorata casetta a Bondi Beach l’avevo lasciata prima della partenza per l’America poiché non potevo permettermi di pagare l’affitto per tre settimane mentre ero via. Il lavoro invece avevo deciso di lasciarlo perché comunque al rientro dalla vacanza me ne sarei andata da Sydney per cominciare a girare per l’Australia.
Dopo aver trascorso la prima notte a casa di un amico mi sono attivata per cercare un ostello per la settimana successiva. Non conoscendo nessun ostello in particolare ho dovuto andare a caso, prenotando quello che più mi “ispirava”. L’unica cosa di cui ero certa ero che lo volevo a Bondi Beach e non in città: in previsione di una settimana di cazzeggio niente di meglio dell’oceano e della sabbia di Bondi per trascorrere le giornate nell’ozio. La mia scelta è così caduta su “Surfside Backpacker”: non avrei potuto fare una scelta peggiore!!! Questa volta purtroppo la fortuna non mi ha aiutato. L’ostello era terribilmente sporco, c’erano due soli bagni e tre docce da dividere con una ventina di ragazze, nella mia camera c’erano quattro letti a castello distribuiti sui quattro lati di una stanza di 3 metri per 3. Vi risparmio i dettagli della cucina, vi dico solo che in una settimana ho sempre mangiato fuori perché avevo schifo a cucinare in quel posto. Purtroppo avendo pagato in anticipo per una settimana non potevo che pazientare e cercare di trascorrere meno tempo possibile in ostello. Proprio per questo motivo la mattina dopo la prima notte in ostello mi sono svegliata di buon ora e sono andata a Bondi Junction per sbrigare alcune commissioni. Innanzitutto dovevo rinnovare la mia assicurazione medica e poi dovevo aprire un conto in banca. Arrivata davanti alla porta della banca mi sono detta “Quasi quasi il conto lo apro oggi pomeriggio quando torno a Bondi Beach, tanto anche lì c’è la stessa banca” e come in una sovrapposizione di pensieri ho pensato “Ma no, ormai sono qui, entriamo”. Ora col senno di poi, so che quel pensiero, quella frazione di secondo, ha determinato lo stravolgimento della mia giornata e delle settimane successive.
Entrata in banca mi dirigo al piano di sopra dove si trovano gli uffici preposti all’apertura dei conti. Appena salite le scale vedo tre ragazzi seduti e chiedo “Are you waiting?” e uno di loro mi risponde “We are waiting for you”. La risposta era senza dubbio una delle più banali che mi potessi aspettare, ma mi dà il pretesto per attaccare bottone. Mi avvicino a loro, mi siedo accanto a quello che mi ha risposto e solo in quel momento, guardandolo da vicino, mi rendo conto di quanto è bello: una massa enorme di capelli neri,lunghi e ricci che fanno da cornice a un viso dai lineamenti assolutamente perfetti,lunghe e folte ciglia nere attorno a due occhi verdi, pelle olivastra e labbra carnose a completare il tutto. Con le solite presentazioni di rito vengo a sapere che si chiama Moses, ha 24 anni, è nato in Israele da madre Argentina e padre Brasiliano, vive anche lui a Bondi Beach e nella vita non fa praticamente nulla tranne competizioni di surf. Appena gli dico che sono italiana, gli si illuminano gli occhi e mi racconta di quando da ragazzino veniva a Roma per fare dei servizi fotografici come modello. Parliamo del più e del meno per dieci minuti dopo di che, come se fosse la cosa più naturale del mondo, comincia ad abbracciarmi e baciarmi come se fossimo insieme da una vita. Usciamo insieme dalla banca e camminando per la strada lui mi tiene per mano o mi mette un braccio attorno alle spalle. Entriamo insieme in un negozio e la commessa ,notando il suo atteggiamento affettuoso nei miei confronti, parlando a Moses si riferisce a me come “la tua ragazza”. In un altro negozio invece il commesso mi chiede se anch’io sono israeliana o brasiliana, al che non posso fare a meno di rispondere che sono italiana e che ho conosciuto Moses mezz’ora fa, suscitando così l’ilarità del commesso. La situazione era talmente surreale che non potevo fare a meno di ridere pensando all’assurdità di quello che mi stava succedendo e allo stesso tempo mi sembrava una delle cose più naturali del mondo camminare stretta a questo ragazzo che conoscevo da mezz’ora. Comunque da questo incontro così casuale, ma assolutamente già disegnato nel destino, ne è derivata una “relazione” durata circa tre settimane. La sera stessa del nostro incontro mi ha invitata a cena a casa sua con i suoi due coinquilini dove ho potuto partecipare alla cerimonia dello “shabbath” ossia la celebrazione per gli ebrei della fine della settimana e l’inizio del riposo del fine settimana. Prima di tutto i ragazzi hanno imbandito la tavola con pollo al forno e patate, insalata, funghi marinati e un paio di salse per accompagnare la carne. Dopo esserci lavati le mani loro tre si sono messi in testa la cuffietta rotonda , uno di loro ha preso in mano la bibbia e ha cominciato a leggerne dei passi (ovviamente in Ibra, perciò senza che io ne capissi una sola parola) in cui, presumibilmente, si ringraziava Dio per il cibo che ci apprestavamo a consumare. A questo è seguita una sorta di “benedizione” del pane del vino. In mezzo alla tavola c’era una grossa pagnotta e un calice di metallo con del succo d’uva da cui, dopo la lettura di alcune preghiere, abbiamo tutti bevuto un sorso accompagnandolo con un pezzo di pane. In quel momento ho pensato per l’ennesima volta che è proprio questo che amo dell’Australia e del mio viaggiare: la possibilità di incontrare, di conoscere e di vivere culture e religioni con cui mai e poi mai mi sarei sognata di confrontarmi. Fintanto che vivevo in Italia non avevo la più pallida idea di cosa volesse dire essere un ebreo, se non per le poche nozioni che potevo aver appreso dai libri di storia o dalle ore di religione a scuola. Ora invece mi trovavo a dividere la cena con loro e ad imparare giorno dopo giorno ad entrare nella loro vita e nel loro modo di pensare. So di non poter generalizzare e di non poter dare un giudizio avendo conosciuto solo un numero ristretto di persone, ma devo dire che negli ebrei che ho frequentato in queste poche settimane ho potuto ritrovare delle persone veramente generose, ospitali e soprattutto con un grande rispetto per l’essere umano. Moses, nella sua piccola saggezza di ventiquattrenne surfista, mi ripeteva costantemente che bisogna sempre avere rispetto per tutte le persone e dare a tutti una possibilità. Nel suo inglese un po’ stentato mi ha spiegato che nel momento in cui conosce una persona nuova lui le attribuisce sempre un valore di 100 e in base a come questa persona si comporta il punteggio può restare 100 o scendere. E’ una filosofia molto sempliciotta ma se tutti la pensassero così ci vorrebbe davvero poco ad avere un mondo migliore. Inoltre la sua teoria non è stata mai smentita dalla pratica e nelle poche settimane che ci siamo frequentati ha sempre dimostrato un rispetto sincero nei miei confronti.
La nostra relazione si è interrotta quando io ho deciso che era arrivato il momento di lasciare Sydney per andare a scoprire qualcosa di nuovo e di diverso dell’Australia. La mia sorellina era ormai arrivata da una settimana a Sydney e dopo alcune giornate trascorse a visitare la città e i dintorni abbiamo deciso di comune accordo di spostarci. In realtà non so se sia stato davvero “di comune” accordo. La mia scelta era motivata dal fatto di voler girare e nello stesso tempo lavorare per estendere il mio visto. Apro una piccola parentesi in proposito. Dovete sapere che il governo australiano dà la possibilità a chi possiede il primo Working Holiday Visa (cioè il mio) di ottenerne un secondo solo a condizione di svolgere per 3 mesi un lavoro nell’ambito dell’agricoltura, della pesca o dell’allevamento in una zona remota dell’Australia. Si tratta di lavori che gli australiani non vogliono fare e perciò il governo ha studiato questo programma per sfruttare i poveri backpackers come noi. Ad essere sincera al momento non lo so se voglio trascorrere un altro anno in Australia: ora so di non voler tornare in Italia, ma non so se ad Aprile, quando scadrà il mio visto sarò ancora della stessa idea. Perciò quello che mi sono detta è stato: “Creiamo le condizioni per poter estendere il visto, poi se sfruttarlo oppure no lo si vedrà in seguito”. Alla luce di tutto ciò potete ben capire che per me la scelta di viaggiare era motivata e consapevole, mentre per mia sorella si è trattato più che altro di una conseguenza del voler viaggiare insieme. Comunque abbiamo messo in chiaro le cose fin da subito stabilendo che ognuna è libera di prendere strada diverse in qualunque momento.
A questo punto la prima cosa da fare era trovare un lavoro e poi di conseguenza spostarsi. All’apparenza sembrava facile trovare un lavoro nelle farm, ma in realtà l’impresa si è rivelata molto più difficile del previsto. Innanzitutto non riuscivo a reperire informazioni concordanti: c’era chi mi diceva di stare al sud perché c’erano più opportunità e chi invece mi diceva che il nord era meglio. Dopo un paio di giorni trascorsi invano a telefonare a qualunque farm di cui riuscissi a reperire il contatto abbiamo deciso di spostarci al nord in cerca di fortuna. Parlando con una ragazza conosciuta a casa di Moses vengo a sapere che Byron Bay è un buon punto di partenza per trovare lavoro poiché nei dintorni ci sono tantissime aziende agricole. Mi suggerisce inoltre di andare in un’agenzia di viaggi in Byron Bay, chiamata Peter Pan, dove avrei potuto reperire una lista di numeri di telefono delle farm che stanno cercando manodopera. Decidendo così di seguire il suo consiglio Venerdì sera lasciamo Sydney e dopo 14 ore di autobus ci ritroviamo il mattino dopo a Byron Bay. Dopo esserci sistemate in ostello ci mettiamo subito all’opera per cercare lavoro. Purtroppo la fortuna sembra non essere dalla nostra e, non solo all’agenzia di viaggi non ci danno nessun numero di telefono, ma veniamo a sapere che circa un mese fa un terribile uragano ha distrutto tutte le colture nei dintorni e che perciò è praticamente impossibile trovare lavoro in quella zona.
Demoralizzate ma decise a non mollare incominciamo a chiamare le farm del nord, nella zona di Brisbane e di Cairns. Finalmente dopo alcuni tentativi falliti riceviamo una risposta positiva: abbiamo trovato lavoro!!!! Il posto si chiama Gatton, è a circa un’ora da Brisbane, a metà strada tra quest’ultima e Toowoomba. Non sappiamo assolutamente di che lavoro si tratta, poiché l’uomo al telefono non me lo ha specificato, sappiamo solo che c’è lavoro e che l’alloggio ci costa $75 a settimana…..non oso immaginare che tipo di alloggio possa essere per 35 Euro a settimana!!!
Nei tre giorni trascorsi a Byron Bay, tra una telefonata e l’altra, riusciamo comunque anche a goderci la cittadina. Io, non so se vi ricordate, c’ero già stata a Luglio ma purtroppo allora il tempo non era stato dalla mia parte e mi ero perciò ripromessa di tornarci d’estate per vederla sotto un’altra luce e devo dire che ne è valsa assolutamente la pena. La cittadina di per sé non è nulla di eccezionale, quattro vie che dipartono da una piazzetta centrale, contornate da caffè, ristoranti e negozi di costumi da bagno e tavole da surf. Ma appena si esce dal centro le lunghe spiagge di sabbia finissima e bianca e l’immensità dell’oceano regalano un panorama da cui è difficile distogliere lo sguardo. Un panorama che lascia senza fiato quando dalla spiaggia si comincia a salire verso il promontorio retrostante caratterizzato dal pittoresco faro bianco che si staglia sull’apice circondato da una rigogliosa foresta che fa parte di uno dei tanti parchi nazionali di cui l’Australia abbonda. Per raggiungere il faro seguiamo un sentiero che in due ore di sali-scendi ci porta a raggiungere Cape Bayron, il punto più a est di tutta l’Australia.
L’ultima giornata prima della partenza per Gatton, decidiamo di trascorrerla visitando il paese di Nimbin. Purtroppo non esistono autobus di linea perciò dobbiamo prenotare un tour di una giornata. All’ufficio informazioni troviamo tantissime proposte diverse ma noi ovviamente decidiamo di optare per la più economica: $20 per una visita di due ore a Nimbin preceduta da una tappa a delle cascate, di cui sinceramente non ricordo il nome, con partenza alle 10 di mattina e rientro verso le 4.30. Sul volantino non c’è riportato nessun sito internet o nessun indirizzo, solo un numero di telefono. La cosa ci puzza un po’, ma decidiamo comunque di prenotare. Il mattino dopo alle 10 troviamo fuori dall’ostello ad aspettarci un grosso pulmino tutto scassato e colorato con la scritta “Happy coach”. Salite a bordo ci troviamo come autista un tipo completamente spanato: capelli lunghi rasta e un sorriso perennemente stampato sul volto. Forse è il caso di darvi una breve spiegazione di cos’è Nimbin, solo così potrete capire che il nostro autista non era assolutamente fuori posto!!! Nimbin è una cittadina a circa un’ora di strada da Byron Bay in cui tutto si è fermato agli anni sessanta-settanta. Ci vivono solamente hippy che passano le loro giornate a vendere marjuana, funghi allucinogeni e biscotti preparati con ingredienti che solitamente le nostre mamme non usano. Ora capite bene che il nostro autista era solamente un antipasto di quello che avremmo visto una volta arrivati a destinazione. Chiaramente si può andare a Nimbin solo per due ragioni: comprare la ganja o dare un’occhiata a questo paese surreale. Ovviamente noi ci siamo andate per la seconda , ma la maggior parte ci va per lo shopping. Ad ogni negozio trovi qualcuno che ti chiede se cerchi l’erba, se vuoi biscotti e il centro vero proprio dello spaccio è il museo del paese. Il museo è chiaramente tutto tranne che un museo. Ci sono sei o sette stanze con oggetti strani, scritte, ritagli di giornale, tutto inerente alla marja, ma alla fine del percorso si arriva ad un cortile esterno dove puoi fare i tuoi acquisti, proprio come nei negozi di souvenir dei veri musei!!! Trascorse le due ore a Nimbin pranzando e girando per le strade ritorniamo verso Byron. L’atmosfera sul pulman è decisamente diversa rispetto all’andata. Il nostro autista ha sempre il solito sorriso stampato sul volto ma tutti i passeggeri sono crollati in un sonno profondo…..sarà la digestione?
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