lunedì 3 novembre 2008

GREEN TORTOISE – ISTRUZIONI PER L’USO




Green Tortoise (tartaruga verde). Questo è il nome della compagnia con cui ho prenotato il mio tour in U.S. Su suggerimento di Alba ho visitato il sito e quando ho visto il prezzo del “Wester Road Trip” non ho avuto un attimo di esitazione nel prenotare. Il tour prevedeva 7 giorni in giro per la California, visitando i parchi nazionali di Pinnacles e Joshua Tree, un salto in Nevada per una notte a Las Vegas, una deviazione in Arizona per una giornata nel Grand Canyon, il rientro in Caifornia sostando due giorni nella Death Valley e la risalita verso San Francisco lungo la West Coast, il tutto per una cifra di 535 U.S.$ comprensivo del 70% dei pasti, pernottamento ed ingresso ai parchi. A questo punto vi chiederete dove stava la fregatura. Nessuna fregatura. La ragione di un prezzo così basso era dovuta semplicemente al fatto che il requisito richiesto per potervi partecipare era la più totale e assoluta capacità di adattamento.

Cominciamo con il “pernottamento”. Non abbiamo trascorso nessuna notte in alberghi o ostelli, ma abbiamo dormito 4 notti sul bus (sfruttando così la notte per gli spostamenti) e due notti in campeggio. Il bus chiaramente non era un classico bus. Immaginatevi di salire le scale di accesso e di trovarvi di fronte il lungo corridoio di un classico bus. Ora avanzate di qualche passo e nel green tortoise bus, invece dei classici due sedili da parte e parte, vi trovate su ambo i lati due lunghe “cassapanche” imbottite e larghe come due sedili. A metà corridoio, sempre su ambo i lati, due tavoli rispettivamente con due panche. Sul fondo una superficie larga come tutto il bus interamente ricoperta da materassi dove pertanto non era possibile assumere una classica posizione seduta, ma dove ci si poteva sdraiare e ci si doveva spostare a gattoni per raggiungere il fondo. Non so se ho reso l’idea dell’interno del bus, comunque se qualcuno fosse curioso nel sito della “green tortoise tours” si può vedere un immagine 3D del bus. La sera, prima di metterci in viaggio avveniva quello che gli autisti chiamavano “the miracle”. Ossia i due tavoli e le quattro parche venivano trasformate in un triplo letto a castello e le due cassapanche nella parte anteriore diventavano un unico grande lettone. Tutto ciò che noi dovevamo fare era infilarci nei nostri sacchi a pelo, sdraiarci e “cercare” di dormire. Le due notti in “campeggio” non erano in realtà in un campeggio. Semplicemente il bus era fermo e noi avevamo la facoltà di scelta se dormire comunque sul bus o all’aperto, sull’erba. La prima notte in Joshua Tree non abbiamo avuto possibilità di scelta: faceva talmente freddo che tutti abbiamo dormito sul bus. La seconda notte, invece, nella Death Valley, il clima ci ha permesso di dormire all’aperto, sotto le stelle e per coincidenza, quella notte, ho aperto gli occhi e ho potuto vedere un coyote che passeggiava tranquillamente a un paio di metri da noi.

Per quanto riguarda i pasti, era nostro compito quello di preparare i pasti e lavare le stoviglie al termine. Il bus era ben equipaggiato con tavoli, fornelletto, ogni genere di stoviglia e di cibo. Eccovi una tipica giornata alimentare.

COLAZIONE. Gli autisti si occupavano di accedere il fornello e di scaldare l’acqua che sarebbe servita per il tè e il caffè, ma anche per il lavaggio delle mani e successivamente delle stoviglie. Nostro compito quotidiano era invece quello di tagliare la frutta per la macedonia (ananas, melone, uva,kiwi e altra frutta fresca) e altre attività che variavano in base al menu del giorno. La prima mattina infatti avevamo a disposizione yogurt, croissant e muffins. La seconda abbiamo tostato il pane farcito con uova e formaggio. Un’altra mattina abbiamo preparato toast francesi e altre due colazioni sono state a base di latte e svariati tipi di cereali. Inoltre tutti i giorni avevamo a disposizione Nutella, marmellata e burro d’arachidi.

PRANZO. Dopo aver consumato la colazione veniva il momento della preparazione del pranzo. Il pranzo consisteva sempre in sandwiches e frutta dato che a mezzogiorno ci trovavamo sempre nel bel mezzo di qualche passeggiata o escursione. A noi spettava preparare i piatti con gli affettati (di solito tacchino e roast-beef) e il formaggio, lavare l’insalata e tagliare le verdure per farcire il panino (pomodori, cetrioli, cipolle, avocado, ecc.). Dopodiché ci mettevamo in coda e uno alla volta farcivamo il nostro panino a piacimento . Inoltre avevamo a disposizione ogni giorno della frutta fresca e delle barrette di cereali.

CENA. La cena seguiva lo stesso iter degli altri pasti. Gli autisti decidevano il menu, il base alla spesa fatta in giornata, e noi cucinavamo. La dieta è stata prettamente vegetariana ma sempre molto varia: pasta con sugo di verdure e insalata mista; burritos; crema di pomodoro e purè (questa direi che è stata in assoluto la peggiore tra le cene) e pizza.

Al termine dei pasti si dovevano lavare e ritirare tutti gli utensili. Avevamo tre bacinelle: la prima con detersivo,la seconda solo con acqua per sciacquare e la terza con acqua e candeggina per disinfettare. Dovendo sostare spesso in zone desertiche avevamo a disposizione sul bus numerosi barili di acqua che dovevano riempire ogni qualvolta ci trovassimo in una zona con disponibilità di acqua potabile. Non abbiamo mai dovuto elemosinare l’acqua, anzi gli autisti ci ricordavano frequentemente l’importanza di bere molto per evitare la disidratazione, ma di certo non ci era concesso sprecarla.

Terzo punto non trascurabile, era la NON garanzia di poterci fare una doccia tutti i giorni. E così stato. La prima doccia (mai doccia fu così bramata e desiderata!!!!) è stata dopo 4 giorni, in un campeggio nel Gran Canyon.

11 OTTOBRE 2008

Dopo 12 ore di sonno ristoratore apro gli occhi e dalle finestre posso vedere un cielo limpido ed azzurro. Giornata perfetta per il giro turistico e per scattare mille foto. Scendo in cucina e Alba mi presenta una fantastica colazione con toast francesi e sciroppo d’acero e caffè (americano chiaramente, quello che noi chiameremmo “acqua sporca”). Prendiamo la metro e scendiamo alla fermata chiamata Embarcadero e da qui ci spostiamo a piedi lungo la baia. Embarcadero è il molo principale da cui partono i traghetti che collegano le varie località della baia.




La piazza antistante il molo è vivacemente animata da un mercato di frutta e verdura biologica. Alba mi spiega che è in corso un’intensa campagna per sensibilizzare gli americani sulla scelta di un’alimentazione sana, il problema è che il cibo biologico rimane comunque un mercato di nicchia dati i costi elevati. In effetti me ne renderò conto da sola girando per le strade che il problema dell’obesità è palesemente rilevante. Dopo aver costeggiato per un po’ la baia ci spostiamo un po’ più nell’interno a North Beach, la little Italy di San Francisco. Chiaramente il segno di riconoscimento sono i numerosi caffè e ristoranti che offrono specialità della cucina italiana. Oltre per i ristoranti, prettamente concentrati sulla Columbus Avenue, North Beach è conosciuta anche come la zona in cui sono concentrati la maggior parte dei night club e dei locali che offrono spettacoli erotici di ogni genere.
Il quartiere in sostanza non offre nulla di particolare, così dopo un rapido giro ritorniamo sulla costa e precisamente al Fisherman Worth, originariamente un porto per i pescherecci e un mercato del pesce, ora solamente una zona ricca di negozi, ristoranti con specialità di mare e varie attrazioni per i turisti.





Inaspettatamente per Alba (non per me che chiaramente non avevo idea di come fosse normalmente la zona) le strade pullulano di gente. Ci mettiamo poco a capire la ragione. Un rombo assordante ci sovrasta: sono i Blue Angel, l’equivalente delle nostre frecce tricolore, che una volta all’anno offrono uno spettacolo di tre ore sopra i cieli di San Francisco. Dal Fisherman Worth ci spostiamo di poco verso il molo chiamato Pier 39 la cui attrazione principale è una numerosa colonia di leoni di mare che ha deciso di stabilire qui la sua residenza.




Verso le 4 del pomeriggio, entrambe stanche per lunga passeggiata ci dirigiamo verso casa e ci prepariamo per il party pro-Obama. L’America sta vivendo con estrema passione, forse come non mai prima d’ora, queste elezioni. La campagna elettorale va avanti ormai da più di un anno e tra poco più di venti giorni ci sarà il verdetto finale: Obama o Mac Cain? La California è uno stato fortemente liberare, perciò tutti incrociano le dita affinché a vincere sia Obama. Sui vetri delle finestre delle case si vedono scritte di sostegno per Obama e per le strade numerose bancarelle vendono adesivi, spille, magliette e quant’altro. Il party a cui stiamo per andare è stato organizzato dai vicini di casa di Alba al fine di raccogliere fondi per la campagna elettorale. Appena varcata le soglia mi è sembrato davvero di essere catapultata dentro una scena di un tipico telefilm americano. Dopo le solite presentazioni di rito i padroni di casa ci hanno invitato ad andare in cucina dove un ragazzo in camicia e pantaloni neri ci ha preparato due cocktels (ho scoperto solo più tardi che si trattava di un barman professionista chiamato e pagato appositamente per il party). Dalla cucina ci siamo spostate nella sala da pranzo dove ad attenderci c’era una tavola imbandita di stuzzichini dolci e salati, palloncini rossi e blu appesi dovunque e una quindicina di persone con bicchieri in mano che discutevano animatamente di politica. Dopo poco meno di cinque minuti la padrona di casa ha richiamato la nostra attenzione dicendo che tra pochi secondi avremmo avuto in linea telefonica un paio di persone che stavano lavorando per la campagna elettorale e che ci avrebbero offerto una testimonianza della loro esperienza. Ovviamente io non ho capito una sola parola delle due telefonate (la voce metallica del vivavoce mi ha reso impossibile la comprensione), ma era stupefacente già solo vedere quelle persone riunite per un unico scopo: sostenere una persona in cui ripongono la loro fiducia per un futuro migliore. Confesso di aver provato un pizzico di invidia per quel patriottismo che io non ho mai avuto, non nel senso di non essere fiera di essere italiana, tutt’ altro,ma perché non ho mai prestato nessuna attenzione alla politica del mio paese, non ho mai cercato di capire chi tra i nostri politici potesse rappresentarmi maggiormente. Quelle persone invece si trovavano tutte insieme in quel momento per condividere gli stessi ideali e per cercare di convincere i dubbiosi che la scelta di votare per Obama fosse in assoluto la migliore. Persino i bambini, presumo i figli dei padroni di casa, avevano fatto dei disegni in cui riproducevano il volto del candidato afro-americano.
In sé per sé il party non è stato nulla di eccezionale, ma mi è piaciuta l’idea di trovarmi immersa in un episodio della vita reale di una famiglia americana e non esserne semplicemente spettatore esterno, come purtroppo lo si è spesso da semplice turista.

10 OTTOBRE 2008

Ebbene sì, ancora una volta 10 Ottobre 2008. Nel 2008 per me il 10 Ottobre ha avuto una durata di 48 ore. Partita da Sydney alle 9.30 a.m. del 10, sono atterrata a San Francisco alle 11.30 del 10. Arrivata alla dogana ho un po’ di agitazione, visti i precedenti di mia sorella, ma per fortuna va tutto liscio. Il poliziotto mi fa una serie di domande a cui rispondo al volo, senza esitazione, e così nel giro di pochi minuti sono ufficialmente in territorio americano. Sebbene mia cugina mi avesse esortato via mail a prendere un taxi per andare a casa sua, dicendo che me lo avrebbe pagato lei, decido comunque di dare un’occhiata ai mezzi pubblici. Mi dava un certo disagio pensare di farmi pagare il taxi, dato che poi avrei sfruttato la sua ospitalità per parecchi giorni e d’altra parte non mi andava di sborsare chissà quanti dollari per un taxi. Così seguo le indicazioni per la metropolitana interurbana (qui chiamata comunemente BART )e in men che non si dica mi trovo sul treno con destinazione Glen Park. Arrivata alla stazione l’unica indicazione che ho tra mani è l’indirizzo di mia cugina “2600 Diamond Str”. Oltrepassato il gate della metro, per istinto decido di girare a sinistra e, fortuna vuole, mi ritrovo proprio sulla Diamond Street. Comincio a camminare e dopo un centinaio di metri mi ritrovo a sperimentare fin da subito le famigerate strade in salita di San Francisco. La casa di mia cugina si trova infatti lungo il pendio di una collina, non distante dalla stazione della metro, ma con i miei 13Kg di zaino in spalla impiego 10 minuti ad arrivare a destinazione.
Busso alla porta e dopo poco appare sulla soglia Alba, mia cugina, seguita a ruota da un festoso cagnone, Gas.



E’ la prima volta che ci vediamo, ma Alba mi accoglie con un forte abbraccio e con un sospiro di sollievo per non aver avuto nessun tipo di problema alla dogana. Subito mi conduce al piano di sopra e mi mostra la mia stanza. Una bella camera con un grande letto matrimoniale che fino a pochi mesi fa apparteneva al figlio, fino a quando alla “tenera” età di 33 anni non aveva deciso di andare a vivere da solo. Mi chiede se ho bisogno di dormire, ma non sento nessun effetto Jet-leg perciò chiedo solamente di poter fare una doccia. Dopo essermi rinfrescata e aver mangiato qualcosa, con la scusa di far scorazzare il cane, facciamo due passi nel parco da cui prende il nome la zona, appunto , di Glen Park. Al rientro dalla passeggiata, mia cugina è ansiosa di presentarmi a tutto il vicinato. Perciò lasciamo Gas a casa e scendiamo in centro dove incomincia il “pellegrinaggio” attraverso il negozio di alimentari, la lavanderia, la libreria, il bar e la biblioteca. A tutti vengo presentata come la “cugina dall’Italia” e tutti sanno di quello che è successo a mia sorella e si dimostrano sinceramente dispiaciuti per l’accaduto. Sono stata piacevolmente sorpresa nello scoprire una sorta di piccola comunità in una grande metropoli . Non avrei mai pensato di poter assaporare un clima di famigliarità, tipica dei piccoli paesi, in una realtà urbana come San Francisco.
Dopo il giro di presentazioni torniamo a casa dove poco più tardi ho il piacere di conoscere il marito di Alba, Micheal. Ceniamo con un bel piatto di spaghetti al ragù e cerco insieme a loro di pianificare il mio soggiorno in California. La settimana prossima è già interamente occupata da un tour di 7 giorni che ho prenotato da Sydney, pochi giorni prima di partire. Si tratta perciò di definire la settimana successiva. Alba mi presenta un foglio in cui ha pianificato per me “la programma”(come ha scritto nel suo italiano approssimativo ) che prevede per domani un giro in “down town” ossia nel centro che viene così chiamato dato che si trova in basso rispetto alle colline circostanti, nel tardo pomeriggio una festa a casa di vicini in favore di Barak Obama (capirò solo il giorno dopo di cosa si tratta) e cena fuori in compagnia del figlio Jeffry. Per la settimana successiva al tour Alba mi propone svariate alternative: partecipare ad una lezione alla scuola di italiano che sta frequentando, andare a Russian River una località nella rinomata Napa Valley dove hanno una baita, trascorrere qualche giorno in compagnia della sorella Arline, visitare la rinomata università di Berkely e altre ancora. Per il momento decido di aspettare il mio rientro dal tour per pianificare qualcosa e soprattutto decido che è arrivato il momento di andare a letto, visto che incomincio ad avere problemi a comporre una frase di senso compiuto in inglese: chiaro segno di stanchezza fisica e mentale.

10 OTTOBRE 2008

Una fastidiosa musica proveniente da un telefono cellulare mi fa aprire gli occhi alle 5 di mattina. Impiego qualche secondo prima di connettere e di rendermi conto della ragione di questa levataccia: un aereo mi sta aspettando alle 9.30 all’aeroporto di Sydney con destinazione San Francisco. Doccia veloce, altrettanto veloce colazione e con il mio zaino in spalla mi dirigo verso la stazione della metropolitana per prendere il treno per l’aeroporto. Alla stazione la biglietteria è ancora chiusa, così inserisco una banconota da 50$ (gli unici dollari australiani che decido di portare con me in U.S.) nella macchinetta per la stampa automatica dei biglietti, ma in pochi secondi me la vedo “risputare” con la comparsa dell’avviso che la macchinetta non ha sufficiente credito per darmi il resto: cominciamo bene!!!! Alle 6 di mattina la stazione è semidesta, ci sono solamente 3 persone a cui chiedo se per caso hanno da cambiarmi 50$. Purtroppo nessuno mi può aiutare, così l’unica alternativa è quella di acquistare un biglietto per la stazione Centrale (con gli unici 3$ in moneta che ho nel portafogli) e poi da qui acquistarne un altro per l’aeroporto contando sul fatto che lì la biglietteria sarebbe stata sicuramente aperta.
Arrivata in stazione Centrale mi dirigo verso il binario da cui partono i treni per l’aeroporto, nel tragitto mi guardo intorno ma non c’è neanche l’ombra di una biglietteria o di una macchinetta. Probabilmente sono tutte posizionate all’ingresso ma il tempo stringe, lo zaino è pesante e così decido di salire sul treno senza biglietto sperando di poter utilizzare quello da 3$ una volta arrivata ai cancelli della metro. Chiaramente “gli uomini della metro” non sono stupidi (come io mi ero illusa fossero) ed infatti il mio biglietto mi viene restituito come "biglietto non valido" con la conseguenza di non poter oltrepassare i cancelli della metro. “Oh cavoli e ora?” Ok, sangue freddo, ad ogni problema c’è una soluzione, anzi in questo caso le soluzioni sono due: la soluzione “australiana”, ossia chiedere al personale addetto se è possibile pagare la differenza del biglietto oppure optare per la soluzione “italiana” ossia accodarsi vicino vicino a qualcuno col biglietto valido e oltrepassare contemporaneamente i cancelli. Secondo voi quale opzione potrei aver adottato? Ovviamente la seconda, da buona italiana!!! Ok, cancello e problema superati.
Dopo aver sbrigato le solite pratiche legate al check in mi dirigo al gate di imbarco e con il mio nuovo libro “Down under”di Bill Bryson,dol mi siedo in paziente attesa. Dopo qualche minuto una donna mi si avvicina, si presenta, mi dice di lavorare per una sorta di “ente del turismo “ australiano e mi chiede se puoi farmi un’intervista relativa alla mia esperienza in OZ. Chiaramente accetto: un modo come un altro per ingannare il tempo in attesa dell’imbarco. Prima di cominciare scambiamo quattro chiacchiere “informali” e la signora mi dice: “Ho con me la versione in italiano delle domande che ti farò, ma vedo che non ne hai bisogno, il tuo inglese è ottimo per essere un’italiana!!” Purtroppo per noi in Australia (non so in altri paesi anglosassoni) gli italiani, insieme agli spagnoli, sono considerati la popolazione con il peggiore inglese in assoluto. Perciò da qualche tempo a sta parte mi sento dire spesso che il mio inglese è ottimo non in quanto tale, ma comparato a quello della media degli italiani all’estero. Comunque, mi gaso sempre ogni volta che mi sento fare un complimento per il mio inglese!!! Partiamo quindi con l’intervista. Le domande vanno molto nel dettaglio ed in particolare sono incentrate sui costi che ho dovuto sostenere durante questi 5 mesi, per alloggio, cibo, divertimenti, mezzi di trasporto e quant’altro. Alla fine dell’intervista, durata circa mezz’ora o poco più, dai dati inseriti nel suo pc, risulta che in questi 5 mesi io abbia speso circa 7000$: direi non male considerando che stiamo parlando di circa 4500euro. Come “ringraziamento” per la mia disponibilità mi regala due canguri-portachiavi con la scritta “I love Australia”….quant’è vero!!!!
Nel frattempo è cominciato l’imbarco per il mio volo: destinazione Oakland in New Zealand con la Air New Zealand. Era la prima volta che volavo con questa compagnia e devo dire che è in assoluto la migliore tra quelle con cui ho viaggiato. Il cibo è stato fantastico, cosa davvero rara sugli aeri. Nella tratta Sydney- Oackland ci hanno offerto una doppia scelta per la colazione: continentale o anglosassone. Non so di preciso cosa prevedeva quella anglosassone (presumo uova, bakon, ecc), ma io ho scelto la continentale e mi sono trovata sul vassoio due yogurt (uno naturale e uno alla frutta), cereali, macedonia di frutta e muffin il tutto accompagnato da tè o caffè. Il personale di bordo era gentilissimo e passavano in continuazione con le bevande. Terminata la colazione mi metto le cuffie per seguire il film e ad un certo punto, non so per quale illuminazione divina, mi rendo conto di aver fatto una delle mie cazzate: mi rendo conto di aver lasciato un coltello nel mio bagaglio a mano. Il primo pensiero è stato “Come hanno fatto a non accorgersene a Sydney, durante il controllo a raggi X?” e il secondo è stato “ Sto andando in America, di sicuro all’aeroporto di Oakland me lo sequestreranno”. Il coltello in questione era un prestito di un amico ed era di un certo valore (di quelli “svizzeri” con 1000 diversi utensili incorporati), perciò non potevo assolutamente farmelo sequestrare. Una volta atterrati decido perciò di spiegare chiaramente la situazione al personale preposto al controllo dei bagagli. Bhe, sapete come è andata a finire? Il tizio alla dogana mi dice che, se la mia destinazione finale è San Francisco, per il governo neozelandese sono autorizzata a portare con me il coltello perché la lama non oltrepassa una certa lunghezza però sapete cosa mi hanno sequestrato? La bottiglietta dell’acqua!!! Vi rendete conto dell’assurdità? Posso portare con me un coltello ma non una bottiglia d’acqua.
Nella tratta Oackland-San Francisco ho viaggiato sempre con la Air New Zealand. Questo secondo aereo era decisamente più grande del primo e avevamo lo schermo posizionato su ogni sedile con una infinità di scelte tra film, serial TV, cd, radio, cartoni animati, documentari. Abbiamo consumato la cena con la possibilità di scelta tra pesce e agnello. Io ho scelto l’agnello e vi assicuro che era una favola, tenero da sciogliersi in bocca, accompagnato da piselli, patate, insalata di pasta e gelato come dessert. Dopo la cena e un film sono crollata in un sonno profondo per risvegliarmi ad un’ora di distanza da San Francisco.

lunedì 29 settembre 2008

ORA SO COSA VOGLIO

Nell’arco di tempo di una settimana ho rivoluzionato completamente i miei progetti, perciò credo sia il caso di mettervi a conoscenza dei miei futuri spostamenti.

Innanzitutto ho deciso di andare a San Francisco nonostante sia venuta meno la ragione principale del viaggio, ossia rincontrare mia sorella. Chi conosce sia me che mia sorella, saprà benissimo quello che è successo. Per chi non ne fosse a conoscenza, non mi voglio dilungare nei dettagli, vi basti sapere che a causa di alcuni imprevisti non ha potuto rimanere in California, ma è dovuta rientrare in Italia. Perciò dopo il fattaccio l’ultima cosa che mi poteva interessare era andare a San Francisco. Per questo inizialmente mi ero informata in agenzia per un eventuale rimborso del prezzo del biglietto,ma in caso di cancellazione sarei stata rimborsata solo del 50% della tariffa. La seconda opzione a cui avevo pensato era di cambiare la destinazione, ma purtroppo non era fattibile. L’unica alternativa che mi rimaneva per non perdere 1000$ (la metà del valore del mio biglietto) era di posticipare la data. Così inizialmente avevo pensato di far slittare il viaggio a Marzo dell’anno prossimo, prima del mio rientro in Italia.

Rimaneva però un altro problema da risolvere. La mia assicurazione medica qui in Australia scade a fine Ottobre e per poterla rinnovare di altri sei mesi devo necessariamente uscire dall’Australia e poi rientrare. Perciò mi stavo informando per un eventuale viaggio di una settimana alle Fiji o a Bali, le località più vicine all’Australia. Ormai ero quasi convinta di fare così: andare alle Fiji il mese prossimo e poi in California a Marzo. La settimana scorsa però, grazie al consiglio di mia sorella, ho realizzato che in effetti la mia scelta era assolutamente anti-economica. L’unico modo per risparmiare era in effetti andare ora in U.S. in modo da sfruttare questo “espatrio” per il rinnovo dell’assicurazione sanitaria e non spendere altri soldi per un secondo viaggio.

Così il 10 Ottobre parto per la California. Avendo deciso praticamente la settimana scorsa, non so assolutamente cosa voglio visitare e come mi muoverò. Mi darò da fare questa settimana per pianificare il tutto.
Al rientro dalla California mi fermerò una settimana a Sydney per sistemare alcune cose, dopodiché ho deciso di spostarmi al Nord per cominciare a viaggiare. Anche in questo caso si tratta di una decisione piuttosto recente ed improvvisa. Nei miei progetti c’era sicuramente l’idea di viaggiare e di vedere qualcosa di diverso oltre a Sydney, ma l’idea era di farlo verso Febbraio e Marzo. Le ragioni che mi hanno spinto ad anticipare la mia partenza sono state molteplici.

La ragione principale è che ho realizzato che quello che voglio dall’Australia è conoscere la vera Australia, quella della barriera corallina del Queensland, del deserto, dei coccodrilli e dei canion del Northern Territory, dei parchi naturali e del buon vino del Western Australia. Ho avuto l’assoluta certezza di volere tutto ciò, quando lo scorso week end ho visto Bondi Beach, la “mia” Bondi Beach completamente invasa di turisti. Ho provato come una sorta di fastidio nel vedere tutta quella gente accalcata e sdraiata sugli asciugamani. Quella era la mia spiaggia, il mio oceano, le mie onde, la mia sabbia, quella che per mesi nonostante il freddo ho calpestato a piedi nudi nelle mie corse mattutine. E vederla stuprata da tutta quella gente, mi ha fatto capire che, paradossalmente, ho aspettato per tanti mesi l’arrivo dell’estate e ora che è arrivata non è quello che voglio. Non mi importa che Bondi Beach sia piena di turisti, non mi interessano i party, i BB, non è questo che mi rende felice.
Lunedì scorso, uscita dal lavoro, invece di camminare per tornare a casa ho cominciato a correre. Ho corso col fiatone fino in cima alla collina e poi giù a perdifiato fino alla spiaggia. Arrivata davanti casa, sono entrata, ho buttato lo zaino che avevo in spalla sul letto, ho preso un asciugamano, sono uscita di corsa e correndo sono arrivata in spiaggia. Mi sono svestita e mi sono tuffata nell’oceano. Sette di sera, buio, luna piena, il suo riverbero sull’oceano, le luci accese delle case e dei locali tutto intorno, nessuna voce umana, solo il rumore delle onde che si infrangevano sulla battigia ed io immersa nell’oceano a contemplare questa meraviglia. Questo mi ha dato una pienezza e un senso di appartenenza alla natura che non avevo mai provato prima e mi ha definitivamente dato la certezza che non voglio passare l’estate l’estate qui.

Perciò al mio rientro dalla California mi sposterò al Nord. Ho intenzione di partire da Cairns, per poi spostarmi a ovest, scendere a sud lungo la costa e rientrare a Sydney per il mio rimpatrio in Italia, il 20 di Aprile. Naturalmente non mi potrò permettere economicamente di viaggiare per 5 mesi ma dovrò allo stesso tempo lavorare. Ho intenzione di lavorare soprattutto nelle farms come fruit picker, per due ragioni. La prima è che è relativamente facile trovare impiego anche per un periodo di tempo limitato. La seconda è che il governo australiano concede un altro anno di Working Holiday Visa a chi svolge per almeno tre mesi questo tipo di lavoro. Al momento non sono sicura al 100% di voler passare un altro anno qui, ma vorrei creare le condizioni per poterlo fare in caso decidessi di voler tornare.
Questi sono i miei progetti per ora, ma chiaramente sono soggetti a qualunque variabile dato che non so nemmeno come spenderò i prossimi giorni in California!!! Non vi garantisco di poter aggiornare in tempo reale il blog nel periodo che passerò in U.S. Mal che vada ci si risente a fine Ottobre.

sabato 20 settembre 2008

STRANEZZE

La bellezza di un viaggio sta non solo nel visitare posti nuovi ma anche, e soprattutto, incontrare e integrarsi con nuove culture, nuove abitudini, con stili di vita diversi dai nostri. Dopo ormai cinque mesi trascorsi qui devo dire di aver cambiato alcune mie abitudini e di trovare del tutto naturali cose che appena arrivata mi sembravano totalmente assurde. Proprio perché molte di queste fanno ormai parte del mio quotidiano, mi risulta difficile ricordarle tutte, ma proverò a dirvene alcune.

1- Le due catene di supermercati più importanti a Sydney (e credo in tutta l’Australia) sono Coles e Woolworths. In entrambi ci sono i carrelli, ma senza la moneta da inserire per prenderli e riporli a fine spesa. La cosa che fa spaccare è che di conseguenza, non solo fuori dai supermercati ci sono carrelli un po’ dovunque, ma la gente si spinge il carrello con la spesa fin sotto casa!!!! Dopodichè lo lasciano vicino alla strada, sul marciapiede, e di notte c’è un omino con una specie di trattore che fa il giro per le strade a raccogliere carrelli.

2- Sempre rimanendo in tema “supermercati”, la spesa viene imbustata alla cassa gratuitamente (come nelle nostre ipercoop) e non si deve pagare nulla in più per le buste di plastica. La conseguenza è che l’Australia sta studiando come affrontare il problema dello smaltimento, proprio delle borse di plastica……farle pagare al consumatore no eh?!?!?!?

3- Nel reparto orto-frutta non bisogna usare il guantino monouso e pesare la frutta e la verdura. Basta mettere tutto sul nastro alla cassa e ci pensa la cassiera a pesare e applicare il prezzo. Non voglio nemmeno commentare l’aspetto “igienico-sanitario” della cosa, ma di sicuro non c’è il rischio che qualcuno (come accade da noi) applichi agli asparagi il prezzo delle patate!!!

4- Qui in Australia è proibito bere alcolici fino ai 18 anni. Perciò ogni volta che si accede ad un locale, c’è la sicurity che controlla l’ID.

5- Conseguenza diretta di quanto sopra, nei supermercati non si trovano alcolici ma bisogna andare nei bottle shops. I bottle shops sono per l’appunto dei negozi dedicati alla vendita di birre, vini, liquori e alcoolici in genere. Vorrei capire perché in tutti i locali in cui sono andata fin ora mi hanno sempre chiesto l’ID e nei bottle shops invece nemmeno una volta……paradossi!!!

6- I postini che lavorano in città non si spostano con la macchina o con il motorino, ma a piedi: uomini con berretto, t-shirt, calzoncini corti (anche d’inverno ovviamente) , scarpe da trekking e zaino in spalla contenente la posta.

7- Generalmente a pranzo la gente mangia panini, insalate o zuppe (zuppa di lenticchie, di pollo e verdure, di prosciutto e piselli, di pomodoro e basilico….shit!!!) il tutto accompagnato da…acqua? NO….vino?NO….soft drinks?NO…..caffè? YES!!!!! Ebbene sì, qui la gente pasteggia con cappuccino, caffelatte o flat white (una sorta di cappuccino senza cacao e senza schiuma….”caffelatte?” direte voi….esatto…infatti devo ancora capire la differenza tra il caffelatte e il flat white!!!). Chiaramente una tazza di caffè accompagna il tempo di un pranzo, perciò vi lascio immaginare la bontà di chiudere il pasto con un sorso di caffelatte freddo!!! Tranquilli questa abitudine non l’ho presa e non la prenderò mai!!!!!

8- Diretta conseguenza: nei bar, sopra la macchina del caffè, troverete sempre una ventina di tazze per il cappuccino e cinque o sei tazzine per l’espresso. Qui una persona su 100 beve l’espresso e le tazzine servono per lo più per il “babycino” ossia il cappuccio per i bambini (chiaramente senza caffè, solo latte e schiuma)

9- L’educazione qui viene prima di tutto e talvolta è addirittura esagerata. Per farvi capire, alla cassa al supermercato la cassiera non si limita a dirti “Hi”, ma ogni volta ti chiede “How are you?”. Oppure quando si scende dal bus è buona norma dire sempre “Thank you! Bye!” al conducente. Le parole d’ordine qui sono “Excuse me” “Please” e “Sorry”. Se ricordi queste tre parole ti puoi considerare integrato a Sydney. Al lavoro ogni volta che una collega mi appoggia dei piatti da lavare vicino al lavandino, mi dice “Thank you”…..a fine giornata ho quasi la nausea di sentirmelo dire!!! Una volta ho addirittura visto la scritta sul un bus “Sorry, not in service”…pazzesco!!

10- Credo che qui le ragazze si “divertano” all’inverosimile fino ad una certa età, dopo di che quando decidono di mettere la testa a posta cominciano a sfornare figli a più non posso. E’ comunissimo qui vedere donne incinta e con un bambino di poco più di un anno nel passeggino. Oppure quasi tutti hanno passeggini “doppi” (come quelli per i gemelli), ma di solito ci stanno seduti due bambini con una differenza d’età davvero minima, il tempo biologico per ricominciare a sfornare. E questa non è l’eccezione, è la regola.

11- Nessun lavoro stradale viene fatto di giorno, solo di notte, per non intralciare il traffico…..come in Italia eh!?!?!

12- Dopo un trasloco o semplicemente per fare pulizia in soffitta si organizzano i “garage sale”, ossia nel cortile di casa o direttamente in strada si mette in vendita tutto quello che altrimenti verrebbe buttato. Mi fa sempre sorridere pensare che in Italia se qualcuno volesse fare una cosa del genere dovrebbe fare richieste di autorizzazione di qualunque genere, mentre qui basta mettere un cartello con la scritta “garage sale”, piazzare un tavolo in strada, decidere il prezzo degli oggetti e vendere!!!

13- Immaginatevi la scena: fermata del bus, una ventina di persone in attesa. La scena ambientata in Italia proseguirebbe con queste venti persone che sgomitano per salire per prime all’arrivo del bus. Qua invece immaginatevi le venti persone rigorosamente in fila indiana che aspettano pazientemente l’arrivo del bus e il proprio turno per salirci.

14- Una delle icone di questo paese è sicuramente la “Vegemite”. Non credo che ne abbiate mai sentito parlare. Si tratta di una crema spalmabile derivata dal lievito, ha un colore e una consistenza simili al cioccolato amaro ma se provate a mettere in bocca anche solo la punta di un cucchiaio vi assicuro che il vomito è garantito. L’unico modo per poter consumare questa crema è tostare il pane, spalmarci del burro e poi un velo sottilissimo di Vegemite. Il 99% degli europei che vengono qui e provano la Vegemite la trovano assolutamente disgustosa….bhe, io rientro nell’1% che la trova deliziosa!!! Per capirci, non l’ho mai comprata, ma ogni tanto al bar dove lavoro mi faccio preparare un toast….delizioso!!!!

15- Tutti i bar o i ristoranti hanno dei tavoli all’aperto con dei “funghi” e la gente mangia all’aperto anche in pieno inverno. Gli australiani amano la vita all’aperto e a costo di indossare giacca e sciarpa non rinunciano a mangiare all’aperto.

16- Una delle cose più divertenti che offre la tv australiana sono i notiziari. Perché? Perché non succede mai nulla!!! In un notiziario italiano come minimo ci sono un paio di omicidi, qualche truffa, qualche disastro stradale, processi di politici corrotti, un rapimento o un barcone di clandestini che arriva a Lampedusa. Qui invece, a parte le notizie di politica, la cosa più sconvolgente che potrebbe succedere è lo sciopero delle maestre della scuola elementare!!! Vorrei tanto capire se davvero non succede mai nulla o se qualcosa succede ma nessuno lo racconta.

17- Quando ero in Italia e mi stavo documentando su Sydney, una delle cose principali che veniva decantata di questa città era il suo carattere multietnico. In effetti qui convivono pacificamente persone di ogni razza, ma con una sola eccezione: non ci sono persone di colore. Mi è capitato pochissime volte di incrociare per strada dei “neri”. Credo che il governo australiano sia molto più serio e rigido del nostro in merito all’ingresso degli stranieri e questo potrebbe giustificare l’assenza di questa fetta di popolazione

mercoledì 10 settembre 2008

IL LIBRO GIA' SCRITTO

Questo post è per chi, come me, crede ciecamente nel fato, nel destino, nel divino che c’è in noi e sopra di noi.

Io credo.

Credo che esiste un’entità sopra di noi che governa le nostre vite, che lo si voglia chiamare Dio, Allha, Brahma o Geova. E’ il divino. Il divino che è in ognuno di noi e che ci lega al divino che è soprannaturale, trascendente e infinitamente incomprensibile. Credo che siamo solo apparentemente padroni delle nostre vite e delle nostre scelte. Ci piace credere che la nostra vita sia nelle nostre mani e che siamo noi a decidere in che direzione farla andare, perché questo ci fa sentire potenti, ma in realtà ogni nostra scelta è nostra solo apparentemente. Sono convinta che la nostra vita sia già stata scritta fin dal primo secondo in cui veniamo alla luce e che pertanto tutto ciò che ci accade non accade mai per caso. Fa parte di un disegno più grande che scopriamo passo passo e che ci lascia ogni volta basiti ed increduli di fronte alla sua originalità. A volte il destino ci mette di fronte a realtà scomode, insidiose, difficili da accettare, talvolta addirittura dolorose da mozzare il fiato. Impietriti ed increduli di fronte alla nostra stessa vita abbiamo due sole alternative: autocommiserarci chiedendoci perché la sfortuna abbia “baciato” proprio noi, ripetendoci cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo, oppure pensare che nulla accade per caso e che tutto fa parte del “nostro “ progetto.
Un minuto di ritardo e l’aereo decolla senza di noi: un sogno infranto o la salvezza da un disastro aereo.
La scoperta di un tradimento: la fine di un amore o il preludio all’incontro che cambierà la nostra vita.
Un colloquio di lavoro andato male: un’occasione sfumata o lo stimolo per la ricerca di qualcosa migliore.
Tutto ciò che ci accade può avere due chiavi di lettura. Sta a noi decidere quale adottare come filo conduttore della nostra vita. Qualcuno potrebbe pensare che la mia scelta sia una scelta di comodo. E’ comodo pensare che non siamo padroni della nostra vita perché questo ci solleva da ogni responsabilità. In realtà credere nel fato non significa lasciare che gli eventi ci travolgano e ci trascinino usando il destino come giustificazione, ma significa ponderare ogni scelta con la consapevolezza che il nostro libero arbitrio è lo strumento che il divino ci ha messo tra le mani per scegliere ogni volta il meglio, per farci arrivare al traguardo nel modo migliore, pur coscienti che il punto di arrivo è già stato scritto.
Il mio essere qui a Sydney, ne sono più che certa, era scritto nel destino. E ripensare a come stavo conducendo la mia vita in Italia, non fa che convincermi di ciò. Ora sono solamente curiosa di sapere perché il destino mi ha voluta qui.