Chiuso il capitolo “green tortoise” mi restava ora un’altra settimana a mia disposizione e nessun progetto ben definito in mente. Fondamentalmente le opzioni tra cui scegliere erano due: visitare le zone della California che con il tour non avevamo toccato (tipo L.A., San Diego, Palm Spring, Santa Barbara, ecc.) oppure rimanere a San Francisco visitando per bene la città e le zone limitrofe. Per molteplici ragioni la mia scelta è caduta sulla seconda opzione. Innanzi tutto la settimana in viaggio aveva lasciato alcuni postumi, in termini di stanchezza, non trascurabili e l’idea di ripartire sinceramente mi pesava. In secondo luogo stare a San Francisco avrebbe significato avere vitto e alloggio gratis e, dovendo scegliere tra investire dei soldi per viaggiare in California o per viaggiare in Australia, preferivo di gran lunga risparmiare per l’Oz. Infine va considerato il motivo di fondo e cioè che non ero assolutamente motivata a visitare la California. Non ho mai provato nessun desiderio o interesse nel visitare l’America, l’unica ragione del mio viaggio avrebbe dovuto essere rivedere mia sorella. Perciò, sfumata la ragione principale, questo mio viaggio è stato per certi versi “obbligato”. Così ho deciso di rimanere a casa di Alba e vedere giorno per giorno cosa la città mi poteva offrire.
Seguendo i suggerimenti di mia cugina e dotata di una mappa della città ho trascorso due o tre giorni semplicemente girando a piedi qua e la per la città. Ho passeggiato per le vie chiassose di Chinatown percorrendo all’andata Grant Avenue, la strada principale, prettamente turistica con negozi che vendono ogni sorta di cianfrusaglia, vasi, statue, gioielli e tutto ciò che anche da noi in Italia è possibile trovare “dai cinesi”. Al ritorno invece ho imboccato Stockton Street, una parallela di Grant Avenue, molto meno turistica ma proprio per questo molto più vera. Su ambo i lati della strada negozi di frutta, verdura, pesce e carne con anatre laccate appese ed esposte in vetrina e un brulichio di minute donne cinesi che facevano la spesa. Gli edifici erano tipicamente in stile orientale e i nomi delle vie, dei locali, dei negozi erano scritti in cinese ed in inglese. Camminando per le strade mi sembrava veramente di essere stata catapultata, tramite il teletrasporto, in un altro continente. Si potevano contare i “bianchi” in quella via e nell’aria si sentiva solo un gran vociare in cinese, tanto che avevo la sensazione di non riuscire a comunicare con quelle persone dato che non parlavo cinese. E’ stato come dimenticare per un paio d’ore di essere in America.
Sfidando la ripida salita di Hyde Street ho raggiunto la cima di Russian Hill, un elegante quartiere residenziale, il cui punto più famoso è Lombard Street, chiamata “la strada più tortuosa del mondo”. In origine era una delle strade più ripide della città con una pendenza del 27%. Per facilitarne la percorribilità vennero costruiti al suo interno 8 piccoli tornanti ornati da aiuole di ortensie. Poco distante da qui un’altra ripida collina, Telegraph Hill, offre una magnifica vista della baia. A fine giornata, per ricompensarmi delle mie lunghe camminate, mi sono concessa una mega coppa gelato a Ghirardelli Square. Un tempo questa era la sede di una grande fabbrica di cioccolato ora è un ampio centro commerciale con vari negozi in cui è possibile assaggiare la cioccolata che l’ha resa famosa.
Ovviamente non potevo farmi mancare le due classiche gite da turista: Alcatraz e Golden Gate Bridge.
L’accesso all’isola tramite il traghetto mi ha regalato una bellissima visuale della baia e dell’intera città. L’interno del penitenziario era visitabile usufruendo di un audio-guida in italiano. La voce nelle cuffie dava indicazioni sul percorso da seguire e forniva spiegazioni sulla storia e sulla vita all’interno del carcere. Inaspettatamente ho scoperto che la vita nel penitenziario non era così terribile come mi sarei immaginata. Non si racconta (o forse non lo si vuole raccontare?) di violenze o soprusi, semplicemente i detenuti dovevano rispettare le regole se volevano cibo e vestiario garantito ogni giorno. Ciò che invece maggiormente rendeva terribile il soggiorno ad Alcatraz era poter vedere “la vita” a poche centinaia di metri di distanza, laggiù nella city, poterne sentire i suoni e i rumori, e non poterla raggiungere.
Per raggiungere il Golden Gate Bidge invece, ho camminato lungo un bellissimo parco, chiamato Presidio, e da qui ho imboccato il tratto pedonale che dopo un’ora di cammino mi ha portato all’altro capo della baia.
Terminata la mia visita in città, Alba mi ha portato un po’ in giro per le zone limitrofe. Un pomeriggio siamo andate ad Half Moon Bay, poco più a sud di San Francisco e sulla via del ritorno ci siamo fermate in un campo di zucche per comprare la zucca per Hallowin. Con noi c’era Ginette, un’eccentrica signora di origini maltesi, amica di lunga data di Alba, che per l’occasione aveva indossato orecchini e bracciale a forma di zucca, una maglia con streghe e zucche e una borsa nello stesso stile.
Il giorno successivo siamo andate a Russian River, una località vicino a Napa Valley la principale zona vinicola della California. Mia cugina ha una casa in questa località dove trascorre i fine settimana e parte delle vacanza estive. All’andata ci siamo fermate in una cantina vinicola e per coincidenza stava per cominciare una visita guidata al suo interno, così ci siamo aggregate. Arrivate a Russian River mi è parso di trovarmi all’interno della favola di Cappuccetto Rosso o di Pollocino: una fitta foresta di altissime sequoie, la luce del sole che filtrava a fatica tra le fronde e qualche casetta di legno sparsa qua è là tra gli alberi.
L’ultimo fine settimana in California l’ho trascorso a casa di un’altra cugina, Arline, e di suo marito Ralph. Vivono nella East Bay, a circa un’ora di distanza da Glen Park, in una zona chiamata “Diablo”. E’ una bellissima zona residenziale, con bellissime ville nel tipico stile californiano e quella di mia cugina non faceva eccezione. Abbiamo fatto diverse cose in due giorni: visitato i dintorni di Diablo, cenato al glof club di cui Arline e Ralph sono membri, passeggiato per le vie frikkettone e hippy di Berkeley. Ma in assoluto la cosa più esilarante è stato andare a messa la Domenica mattina. Sì, avete capito bene. Mia cugina è molto credente perciò non mi data possibilità di scelta: Domenica mattina si va in chiesa!Potete immaginare il mio entusiasmo, essere in California e dover passare la Domenica mattina in chiesa!?!?!? E invece è stato un vero spasso!!! Innanzi tutto si trattava di una chiesa luterana, perciò cancellate dalla mente qualunque immagine legata alle nostre chiese cattoliche. Innanzitutto non si trattava di una classica chiesa, ma era un semplice locale con delle panche e un altare in centro. A presenziare la funzione c’erano un pastore e due donne (non so se si usa il termine “pastore” anche al femminile) con le stesse funzioni. Quella domenica l’omelia era incentrata sulla riforma della chiesa e il pastore ha chiesto a tutti i presenti di scrivere su un foglio di carta cosa secondo loro andava fatto per riformare la chiesa. Dopo di che ognuno si è diretto verso l’altare con il foglio tra le mani e, con chiodo e martello, ha appeso la propria proposta di cambiamento ad una porta finta che era stata precedentemente posizionata (con la cornice e il piedistallo, tipo quelle che si vedono a teatro).
Al termine dell’operazione una delle due donne si è seduta per terra, in mezzo all’altare, e ha chiamato a se tutti i bambini presenti. Parlando a tutti noi, ma rivolgendo la sua attenzione solo ai bambini attorno a sé, la donna-pastore ha cercato di far capire loro il significato dell’amore incondizionato di Dio con delle metafore e con un’arte oratoria davvero notevoli.
Un altro momento davvero particolare è stato poco prima della comunione. Tutti i presenti si sono presi per mano formando un’unica lunga catena e ognuno aveva l’opportunità di esprimere la propria opinione in merito a “Per cosa preghiamo oggi?” e in un secondo momento “Per cosa ringraziamo il Signore oggi?”. In quest’ultimo contesto mia cugina ha ringraziato il Signore per la mia presenza lì, in quel momento. Anche la consacrazione del pane e del vino è stata diversa dalla nostra. “Il pane spezzato” era veramente una grossa pagnotta e la comunione prevedeva un pezzetto di quel pane e un sorso di vino rosso.
Al termine della funzione il pastore mi ha pubblicamente ringraziato per la mia presenza tra di loro quel giorno e ci ha invitato a trattenerci più a lungo per il rinfresco nell’atrio antistante la chiesa.
Ad eccezione dei momenti di preghiera, tutta la funzione si è svolta in un clima di assoluta “leggerezza”, tutti potevano parlare, ridere, fare battute senza quel clima di austerità e serietà che caratterizza le nostre messe. Non ho nessuna nozione in termini di chiesa luterana, non so in cosa credano di preciso e su quali principi si basi, ma se dovessi mai decidere di frequentare una chiesa, questa potrebbe essere sicuramente una possibile alternativa.
Lunedì mattina, ho aperto gli occhi e il mio primo pensiero è stato: oggi si torna a casa!!!!! So che può sembrare assurdo essere in vacanza, in California, e non veder l’ora di andarsene, ma Sydney mi è mancata da morire in quelle due settimane. Soprattutto la seconda settimana facevo il conto alla rovescia dei giorni che mi mancavano al mio rientro e quando sono arrivata all’aeroporto di Sydney e un’enorme cartello diceva “Welcome in Sydney, welcome at home” un enorme sorriso mi è apparso sul volto e una gioia inspiegabile mi è esplosa dentro. Finalmente a casa.
venerdì 7 novembre 2008
lunedì 3 novembre 2008
UNA SETTIMANA IN VIAGGIO
12 OTTOBRE 2008
La partenza è prevista alle ora 7a.m. davanti all’ostello che porta lo stesso nome del bus “Green Tortoise Hostel” in North Beach. Alba e Micheal sono così gentili da farsi la levataccia con me e accompagnarmi sul posto. Come sempre in questi casi l’orario della partenza non viene rispettato e aspettando i soliti ritardatari finiamo per metterci in viaggio alle 9. Il gruppo è composto da circa 20 persone. Un ragazzo e una ragazza di Brisbane (Australia), uno di Adelaide (Australia), un ragazzo e due ragazze tedesche, uno di Zurigo, due ragazze della Repubblica Ceca, due svedesi, tre inglesi, un israeliano, un canadese, un signore di mezz’età di cui non ho mai capito la provenienza e due spettacolari signore tedesche di 70 anni.
Dopo circa tre ore di strada arriviamo alla prima meta: Pinnacles National Park. Il tour non prevede nessuna escursione guidata, ma gli autisti sono sempre molto disponibili e prima di “scaricarci” nei vari punti di ritrovo ci forniscono le mappe dei parchi e ci danno alcune indicazioni su quali piste seguire in base alle potenzialità di “hikers” e in base alle ore a nostra disposizione. Ad eccezione delle due signore settantenni, tutto il gruppo opta per un giro di circa 7 miglia che percorriamo in circa quattro ore di cammino. Si tratta di un percorso a circuito che ci permette pertanto di non ripercorrere mai lo stesso tracciato e che si conclude con un passaggio attraverso delle caverne che riusciamo a percorrere solo con l’aiuto di torce elettriche.
Ritornati al bus ci spostiamo solo di pochi kilometri per raggiungere un’area pic-nic che sarà la nostra base per la cena. Il freddo è pungente perciò la cena e il riassetto vengono fatti il più in fretta possibile. Aspettiamo impazienti che “the miracle” venga compiuto e al calduccio nei nostri sacchi a pelo ci mettiamo in viaggio con destinazione Joshua Tree National Park.
13 OTTOBRE 2008
Il deserto di Joshua Tree non ci accoglie nei migliori dei modi. Alle 7 di mattina il vento è di un freddo polare tanto che siamo costretti a consumare la colazione sul bus. La mattinata e il primo pomeriggio prevedono nuovamente percorsi di trekking (Hidden Valley e Jambo Rocks)che riusciamo a percorrere solo indossando maglioni e giacche anti vento e grazie a un tiepido sole che sebbene non riesca a vincere il vento gelido dà comunque un’illusione di calore. Nel pomeriggio gran parte del gruppo se ne va con il bus al Visitor Centre per acquistare cibarie per la cena e per il giorno seguente, mentre io altre 4 ragazze decidiamo di rimanere nel parco. Io mi cerco un posticino riparato e riscaldata dal sole mi concedo una pennichella nel silenzio del deserto. La notte non viene trascorsa in viaggio, ma nonostante la buona volontà degli autisti di accendere un fuoco all’aperto, nessuno è così folle da dormire all’aperto e tutti ci rifugiamo al calduccio nel bus.
14 OTTOBRE 2008
Altra mattinata all’insegna del trekking nel parco nazionale. Un oretta e mezza di cammino per raggiungere Ryan Mountain e godere, dalla vetta, dell’immenso panorama a 360°. Nel primo pomeriggio il viaggio riprende con destinazione Las Vegas, Nevada. Confesso che fin da principio l’idea di visitare Las Vegas non mi entusiasmava più di tanto ed in effetti le mie aspettative sono state assolutamente smentite. Credo che Las Vegas sia una di quelle città (ce ne sono altre al mondo?) che vale la pena visitare solo per poter dire “Io ci sono stata!!”. E’ tutto completamente finto, artefatto e sorprendentemente folle. Dovunque luci, musica, screens che proiettano immagini di ogni genere, pubblicità, spettacoli erotici, intrattenimenti, ovunque rumore di slot machines, roulettes e fishes. Gente inchiodata per ore davanti a numeri in attesa del jeck pot o ad un tavolo verde in attesa delle carte vincenti. Follia pura. Abbiamo trascorso circa 5 ore in Vegas, dalle 7p.m. a mezzanotte e mezzo, e credo proprio che siano state più che sufficienti per vedere la città per la prima e, sicuramente, l’ultima volta.
15 OTTOBRE 2008
Chiusi gli occhi la sera prima con impresse le luci di Las Vegas li riapriamo il giorno seguente di fronte alla dirompente natura del Gran Canyon in Arizona. Il Gran Canyon National Park è in sostanza una sorta di villaggio con al suo interno un grosso Centro Visitatori, bar, ristoranti, un supermercato, campeggi e strade percorribili dalle auto che permettono di spostarsi in vari punti di osservazione. Non essendo automuniti noi dobbiamo utilizzare le due linee di Shuttel Bus che fermano nei principali punti panoramici. Gli autisti delle navette oltre ad annunciare col microfono la fermata successiva illustrano ai passeggeri cosa è possibile vedere o di quali servizi è possibile usufruire ad ogni fermata. Scesi dal bus l’autista ci indica gentilmente il punto di partenza del percorso chiamato Bright Angel Trailhead che ci consentirà di raggiungere il fondo del Canyon. E’ sufficiente muoverci di pochi passi per trovarci di fronte allo spettacolo naturale più bello che abbia mai visto in tutta la mia vita. Per tutta la giornata, ogni volta che il mio sguardo si perdeva in quell’infinita bellezza non riuscivo a realizzare che fosse vero, mi sembrava di avere di fronte a me come un gigantesco quadro dipinto dalla mano di un genio. Ho provato il desiderio di allungare la mano per toccare quel dipinto, per sentire la consistenza della pennellata, del colore, della luce,ma non era possibile perché quella era realtà e a me era stata concessa la fortuna di essere lì e di poterla ammirare con i miei occhi.
Ci incamminiamo così lungo il sentiero ma nonostante la nostra buona volontà dopo circa due ore di cammino siamo solo a un terzo del percorso, perciò decidiamo di fare dietro-front e risalire sfruttando così il pomeriggio per ammirare il canyon da altri punti. Utilizzando i bus interni abbiamo perciò ammirato il canyon da diverse angolazioni e alla fine abbiamo scelto un punto per contemplare un’altra meraviglia nella meraviglia: il tramonto nel Grand Canyon.

16 e 17 OTTOBRE 2008
Le due giornate successive non si sono rivelate particolarmente esilaranti. Le abbiamo trascorse nella Death Valley alternando mattinate di trekking con pomeriggi di relax. E’ stata senza dubbio un esperienza non comune trascorrere due giorni nel deserto, ma, dopo un po’, la vastità, il vuoto e il silenzio del deserto cominciavano a diventare paradossalmente soffocanti e tutti noi manifestavano il desiderio di tornare alla civiltà.
18 OTTOBRE 2008
L’ultimo giorno l’abbiamo trascorso quasi totalmente in viaggio. Ci siamo messi in strada piuttosto tardi perché, al termine dell’ultima colazione, abbiamo dovuto fare le “pulizie generali” del bus e inventariare cibo e stoviglie. Per un lungo tratto abbiamo percorso il Big Sur, una delle strade a picco sull’oceano più spettacolari d’America, ma purtroppo il tempo non è stato dalla nostra perciò non abbiamo potuto godere appieno del panorama. Un paio di soste a Pedra Blanca e a Monterey ci hanno consentito di sgranchirci le gambe e rispettivamente di osservare una colonia di elefanti marini e passeggiare lungo le vie di una caratteristica cittadina nata come attracco per i pescherecci di sardine e divenuta poi capitale della California sotto il dominio sia spagnolo che messicano.
La partenza è prevista alle ora 7a.m. davanti all’ostello che porta lo stesso nome del bus “Green Tortoise Hostel” in North Beach. Alba e Micheal sono così gentili da farsi la levataccia con me e accompagnarmi sul posto. Come sempre in questi casi l’orario della partenza non viene rispettato e aspettando i soliti ritardatari finiamo per metterci in viaggio alle 9. Il gruppo è composto da circa 20 persone. Un ragazzo e una ragazza di Brisbane (Australia), uno di Adelaide (Australia), un ragazzo e due ragazze tedesche, uno di Zurigo, due ragazze della Repubblica Ceca, due svedesi, tre inglesi, un israeliano, un canadese, un signore di mezz’età di cui non ho mai capito la provenienza e due spettacolari signore tedesche di 70 anni.
Dopo circa tre ore di strada arriviamo alla prima meta: Pinnacles National Park. Il tour non prevede nessuna escursione guidata, ma gli autisti sono sempre molto disponibili e prima di “scaricarci” nei vari punti di ritrovo ci forniscono le mappe dei parchi e ci danno alcune indicazioni su quali piste seguire in base alle potenzialità di “hikers” e in base alle ore a nostra disposizione. Ad eccezione delle due signore settantenni, tutto il gruppo opta per un giro di circa 7 miglia che percorriamo in circa quattro ore di cammino. Si tratta di un percorso a circuito che ci permette pertanto di non ripercorrere mai lo stesso tracciato e che si conclude con un passaggio attraverso delle caverne che riusciamo a percorrere solo con l’aiuto di torce elettriche.
Ritornati al bus ci spostiamo solo di pochi kilometri per raggiungere un’area pic-nic che sarà la nostra base per la cena. Il freddo è pungente perciò la cena e il riassetto vengono fatti il più in fretta possibile. Aspettiamo impazienti che “the miracle” venga compiuto e al calduccio nei nostri sacchi a pelo ci mettiamo in viaggio con destinazione Joshua Tree National Park.
13 OTTOBRE 2008
Il deserto di Joshua Tree non ci accoglie nei migliori dei modi. Alle 7 di mattina il vento è di un freddo polare tanto che siamo costretti a consumare la colazione sul bus. La mattinata e il primo pomeriggio prevedono nuovamente percorsi di trekking (Hidden Valley e Jambo Rocks)che riusciamo a percorrere solo indossando maglioni e giacche anti vento e grazie a un tiepido sole che sebbene non riesca a vincere il vento gelido dà comunque un’illusione di calore. Nel pomeriggio gran parte del gruppo se ne va con il bus al Visitor Centre per acquistare cibarie per la cena e per il giorno seguente, mentre io altre 4 ragazze decidiamo di rimanere nel parco. Io mi cerco un posticino riparato e riscaldata dal sole mi concedo una pennichella nel silenzio del deserto. La notte non viene trascorsa in viaggio, ma nonostante la buona volontà degli autisti di accendere un fuoco all’aperto, nessuno è così folle da dormire all’aperto e tutti ci rifugiamo al calduccio nel bus.
14 OTTOBRE 2008
Altra mattinata all’insegna del trekking nel parco nazionale. Un oretta e mezza di cammino per raggiungere Ryan Mountain e godere, dalla vetta, dell’immenso panorama a 360°. Nel primo pomeriggio il viaggio riprende con destinazione Las Vegas, Nevada. Confesso che fin da principio l’idea di visitare Las Vegas non mi entusiasmava più di tanto ed in effetti le mie aspettative sono state assolutamente smentite. Credo che Las Vegas sia una di quelle città (ce ne sono altre al mondo?) che vale la pena visitare solo per poter dire “Io ci sono stata!!”. E’ tutto completamente finto, artefatto e sorprendentemente folle. Dovunque luci, musica, screens che proiettano immagini di ogni genere, pubblicità, spettacoli erotici, intrattenimenti, ovunque rumore di slot machines, roulettes e fishes. Gente inchiodata per ore davanti a numeri in attesa del jeck pot o ad un tavolo verde in attesa delle carte vincenti. Follia pura. Abbiamo trascorso circa 5 ore in Vegas, dalle 7p.m. a mezzanotte e mezzo, e credo proprio che siano state più che sufficienti per vedere la città per la prima e, sicuramente, l’ultima volta.
15 OTTOBRE 2008
Chiusi gli occhi la sera prima con impresse le luci di Las Vegas li riapriamo il giorno seguente di fronte alla dirompente natura del Gran Canyon in Arizona. Il Gran Canyon National Park è in sostanza una sorta di villaggio con al suo interno un grosso Centro Visitatori, bar, ristoranti, un supermercato, campeggi e strade percorribili dalle auto che permettono di spostarsi in vari punti di osservazione. Non essendo automuniti noi dobbiamo utilizzare le due linee di Shuttel Bus che fermano nei principali punti panoramici. Gli autisti delle navette oltre ad annunciare col microfono la fermata successiva illustrano ai passeggeri cosa è possibile vedere o di quali servizi è possibile usufruire ad ogni fermata. Scesi dal bus l’autista ci indica gentilmente il punto di partenza del percorso chiamato Bright Angel Trailhead che ci consentirà di raggiungere il fondo del Canyon. E’ sufficiente muoverci di pochi passi per trovarci di fronte allo spettacolo naturale più bello che abbia mai visto in tutta la mia vita. Per tutta la giornata, ogni volta che il mio sguardo si perdeva in quell’infinita bellezza non riuscivo a realizzare che fosse vero, mi sembrava di avere di fronte a me come un gigantesco quadro dipinto dalla mano di un genio. Ho provato il desiderio di allungare la mano per toccare quel dipinto, per sentire la consistenza della pennellata, del colore, della luce,ma non era possibile perché quella era realtà e a me era stata concessa la fortuna di essere lì e di poterla ammirare con i miei occhi.
Ci incamminiamo così lungo il sentiero ma nonostante la nostra buona volontà dopo circa due ore di cammino siamo solo a un terzo del percorso, perciò decidiamo di fare dietro-front e risalire sfruttando così il pomeriggio per ammirare il canyon da altri punti. Utilizzando i bus interni abbiamo perciò ammirato il canyon da diverse angolazioni e alla fine abbiamo scelto un punto per contemplare un’altra meraviglia nella meraviglia: il tramonto nel Grand Canyon.
16 e 17 OTTOBRE 2008
Le due giornate successive non si sono rivelate particolarmente esilaranti. Le abbiamo trascorse nella Death Valley alternando mattinate di trekking con pomeriggi di relax. E’ stata senza dubbio un esperienza non comune trascorrere due giorni nel deserto, ma, dopo un po’, la vastità, il vuoto e il silenzio del deserto cominciavano a diventare paradossalmente soffocanti e tutti noi manifestavano il desiderio di tornare alla civiltà.
18 OTTOBRE 2008
L’ultimo giorno l’abbiamo trascorso quasi totalmente in viaggio. Ci siamo messi in strada piuttosto tardi perché, al termine dell’ultima colazione, abbiamo dovuto fare le “pulizie generali” del bus e inventariare cibo e stoviglie. Per un lungo tratto abbiamo percorso il Big Sur, una delle strade a picco sull’oceano più spettacolari d’America, ma purtroppo il tempo non è stato dalla nostra perciò non abbiamo potuto godere appieno del panorama. Un paio di soste a Pedra Blanca e a Monterey ci hanno consentito di sgranchirci le gambe e rispettivamente di osservare una colonia di elefanti marini e passeggiare lungo le vie di una caratteristica cittadina nata come attracco per i pescherecci di sardine e divenuta poi capitale della California sotto il dominio sia spagnolo che messicano.
GREEN TORTOISE – ISTRUZIONI PER L’USO
Green Tortoise (tartaruga verde). Questo è il nome della compagnia con cui ho prenotato il mio tour in U.S. Su suggerimento di Alba ho visitato il sito e quando ho visto il prezzo del “Wester Road Trip” non ho avuto un attimo di esitazione nel prenotare. Il tour prevedeva 7 giorni in giro per la California, visitando i parchi nazionali di Pinnacles e Joshua Tree, un salto in Nevada per una notte a Las Vegas, una deviazione in Arizona per una giornata nel Grand Canyon, il rientro in Caifornia sostando due giorni nella Death Valley e la risalita verso San Francisco lungo la West Coast, il tutto per una cifra di 535 U.S.$ comprensivo del 70% dei pasti, pernottamento ed ingresso ai parchi. A questo punto vi chiederete dove stava la fregatura. Nessuna fregatura. La ragione di un prezzo così basso era dovuta semplicemente al fatto che il requisito richiesto per potervi partecipare era la più totale e assoluta capacità di adattamento.
Cominciamo con il “pernottamento”. Non abbiamo trascorso nessuna notte in alberghi o ostelli, ma abbiamo dormito 4 notti sul bus (sfruttando così la notte per gli spostamenti) e due notti in campeggio. Il bus chiaramente non era un classico bus. Immaginatevi di salire le scale di accesso e di trovarvi di fronte il lungo corridoio di un classico bus. Ora avanzate di qualche passo e nel green tortoise bus, invece dei classici due sedili da parte e parte, vi trovate su ambo i lati due lunghe “cassapanche” imbottite e larghe come due sedili. A metà corridoio, sempre su ambo i lati, due tavoli rispettivamente con due panche. Sul fondo una superficie larga come tutto il bus interamente ricoperta da materassi dove pertanto non era possibile assumere una classica posizione seduta, ma dove ci si poteva sdraiare e ci si doveva spostare a gattoni per raggiungere il fondo. Non so se ho reso l’idea dell’interno del bus, comunque se qualcuno fosse curioso nel sito della “green tortoise tours” si può vedere un immagine 3D del bus. La sera, prima di metterci in viaggio avveniva quello che gli autisti chiamavano “the miracle”. Ossia i due tavoli e le quattro parche venivano trasformate in un triplo letto a castello e le due cassapanche nella parte anteriore diventavano un unico grande lettone. Tutto ciò che noi dovevamo fare era infilarci nei nostri sacchi a pelo, sdraiarci e “cercare” di dormire. Le due notti in “campeggio” non erano in realtà in un campeggio. Semplicemente il bus era fermo e noi avevamo la facoltà di scelta se dormire comunque sul bus o all’aperto, sull’erba. La prima notte in Joshua Tree non abbiamo avuto possibilità di scelta: faceva talmente freddo che tutti abbiamo dormito sul bus. La seconda notte, invece, nella Death Valley, il clima ci ha permesso di dormire all’aperto, sotto le stelle e per coincidenza, quella notte, ho aperto gli occhi e ho potuto vedere un coyote che passeggiava tranquillamente a un paio di metri da noi.
Per quanto riguarda i pasti, era nostro compito quello di preparare i pasti e lavare le stoviglie al termine. Il bus era ben equipaggiato con tavoli, fornelletto, ogni genere di stoviglia e di cibo. Eccovi una tipica giornata alimentare.
COLAZIONE. Gli autisti si occupavano di accedere il fornello e di scaldare l’acqua che sarebbe servita per il tè e il caffè, ma anche per il lavaggio delle mani e successivamente delle stoviglie. Nostro compito quotidiano era invece quello di tagliare la frutta per la macedonia (ananas, melone, uva,kiwi e altra frutta fresca) e altre attività che variavano in base al menu del giorno. La prima mattina infatti avevamo a disposizione yogurt, croissant e muffins. La seconda abbiamo tostato il pane farcito con uova e formaggio. Un’altra mattina abbiamo preparato toast francesi e altre due colazioni sono state a base di latte e svariati tipi di cereali. Inoltre tutti i giorni avevamo a disposizione Nutella, marmellata e burro d’arachidi.
PRANZO. Dopo aver consumato la colazione veniva il momento della preparazione del pranzo. Il pranzo consisteva sempre in sandwiches e frutta dato che a mezzogiorno ci trovavamo sempre nel bel mezzo di qualche passeggiata o escursione. A noi spettava preparare i piatti con gli affettati (di solito tacchino e roast-beef) e il formaggio, lavare l’insalata e tagliare le verdure per farcire il panino (pomodori, cetrioli, cipolle, avocado, ecc.). Dopodiché ci mettevamo in coda e uno alla volta farcivamo il nostro panino a piacimento . Inoltre avevamo a disposizione ogni giorno della frutta fresca e delle barrette di cereali.
CENA. La cena seguiva lo stesso iter degli altri pasti. Gli autisti decidevano il menu, il base alla spesa fatta in giornata, e noi cucinavamo. La dieta è stata prettamente vegetariana ma sempre molto varia: pasta con sugo di verdure e insalata mista; burritos; crema di pomodoro e purè (questa direi che è stata in assoluto la peggiore tra le cene) e pizza.
Al termine dei pasti si dovevano lavare e ritirare tutti gli utensili. Avevamo tre bacinelle: la prima con detersivo,la seconda solo con acqua per sciacquare e la terza con acqua e candeggina per disinfettare. Dovendo sostare spesso in zone desertiche avevamo a disposizione sul bus numerosi barili di acqua che dovevano riempire ogni qualvolta ci trovassimo in una zona con disponibilità di acqua potabile. Non abbiamo mai dovuto elemosinare l’acqua, anzi gli autisti ci ricordavano frequentemente l’importanza di bere molto per evitare la disidratazione, ma di certo non ci era concesso sprecarla.
Terzo punto non trascurabile, era la NON garanzia di poterci fare una doccia tutti i giorni. E così stato. La prima doccia (mai doccia fu così bramata e desiderata!!!!) è stata dopo 4 giorni, in un campeggio nel Gran Canyon.
11 OTTOBRE 2008
Dopo 12 ore di sonno ristoratore apro gli occhi e dalle finestre posso vedere un cielo limpido ed azzurro. Giornata perfetta per il giro turistico e per scattare mille foto. Scendo in cucina e Alba mi presenta una fantastica colazione con toast francesi e sciroppo d’acero e caffè (americano chiaramente, quello che noi chiameremmo “acqua sporca”). Prendiamo la metro e scendiamo alla fermata chiamata Embarcadero e da qui ci spostiamo a piedi lungo la baia. Embarcadero è il molo principale da cui partono i traghetti che collegano le varie località della baia.

La piazza antistante il molo è vivacemente animata da un mercato di frutta e verdura biologica. Alba mi spiega che è in corso un’intensa campagna per sensibilizzare gli americani sulla scelta di un’alimentazione sana, il problema è che il cibo biologico rimane comunque un mercato di nicchia dati i costi elevati. In effetti me ne renderò conto da sola girando per le strade che il problema dell’obesità è palesemente rilevante. Dopo aver costeggiato per un po’ la baia ci spostiamo un po’ più nell’interno a North Beach, la little Italy di San Francisco. Chiaramente il segno di riconoscimento sono i numerosi caffè e ristoranti che offrono specialità della cucina italiana. Oltre per i ristoranti, prettamente concentrati sulla Columbus Avenue, North Beach è conosciuta anche come la zona in cui sono concentrati la maggior parte dei night club e dei locali che offrono spettacoli erotici di ogni genere.
Il quartiere in sostanza non offre nulla di particolare, così dopo un rapido giro ritorniamo sulla costa e precisamente al Fisherman Worth, originariamente un porto per i pescherecci e un mercato del pesce, ora solamente una zona ricca di negozi, ristoranti con specialità di mare e varie attrazioni per i turisti.
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Inaspettatamente per Alba (non per me che chiaramente non avevo idea di come fosse normalmente la zona) le strade pullulano di gente. Ci mettiamo poco a capire la ragione. Un rombo assordante ci sovrasta: sono i Blue Angel, l’equivalente delle nostre frecce tricolore, che una volta all’anno offrono uno spettacolo di tre ore sopra i cieli di San Francisco. Dal Fisherman Worth ci spostiamo di poco verso il molo chiamato Pier 39 la cui attrazione principale è una numerosa colonia di leoni di mare che ha deciso di stabilire qui la sua residenza.
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Verso le 4 del pomeriggio, entrambe stanche per lunga passeggiata ci dirigiamo verso casa e ci prepariamo per il party pro-Obama. L’America sta vivendo con estrema passione, forse come non mai prima d’ora, queste elezioni. La campagna elettorale va avanti ormai da più di un anno e tra poco più di venti giorni ci sarà il verdetto finale: Obama o Mac Cain? La California è uno stato fortemente liberare, perciò tutti incrociano le dita affinché a vincere sia Obama. Sui vetri delle finestre delle case si vedono scritte di sostegno per Obama e per le strade numerose bancarelle vendono adesivi, spille, magliette e quant’altro. Il party a cui stiamo per andare è stato organizzato dai vicini di casa di Alba al fine di raccogliere fondi per la campagna elettorale. Appena varcata le soglia mi è sembrato davvero di essere catapultata dentro una scena di un tipico telefilm americano. Dopo le solite presentazioni di rito i padroni di casa ci hanno invitato ad andare in cucina dove un ragazzo in camicia e pantaloni neri ci ha preparato due cocktels (ho scoperto solo più tardi che si trattava di un barman professionista chiamato e pagato appositamente per il party). Dalla cucina ci siamo spostate nella sala da pranzo dove ad attenderci c’era una tavola imbandita di stuzzichini dolci e salati, palloncini rossi e blu appesi dovunque e una quindicina di persone con bicchieri in mano che discutevano animatamente di politica. Dopo poco meno di cinque minuti la padrona di casa ha richiamato la nostra attenzione dicendo che tra pochi secondi avremmo avuto in linea telefonica un paio di persone che stavano lavorando per la campagna elettorale e che ci avrebbero offerto una testimonianza della loro esperienza. Ovviamente io non ho capito una sola parola delle due telefonate (la voce metallica del vivavoce mi ha reso impossibile la comprensione), ma era stupefacente già solo vedere quelle persone riunite per un unico scopo: sostenere una persona in cui ripongono la loro fiducia per un futuro migliore. Confesso di aver provato un pizzico di invidia per quel patriottismo che io non ho mai avuto, non nel senso di non essere fiera di essere italiana, tutt’ altro,ma perché non ho mai prestato nessuna attenzione alla politica del mio paese, non ho mai cercato di capire chi tra i nostri politici potesse rappresentarmi maggiormente. Quelle persone invece si trovavano tutte insieme in quel momento per condividere gli stessi ideali e per cercare di convincere i dubbiosi che la scelta di votare per Obama fosse in assoluto la migliore. Persino i bambini, presumo i figli dei padroni di casa, avevano fatto dei disegni in cui riproducevano il volto del candidato afro-americano.
In sé per sé il party non è stato nulla di eccezionale, ma mi è piaciuta l’idea di trovarmi immersa in un episodio della vita reale di una famiglia americana e non esserne semplicemente spettatore esterno, come purtroppo lo si è spesso da semplice turista.
La piazza antistante il molo è vivacemente animata da un mercato di frutta e verdura biologica. Alba mi spiega che è in corso un’intensa campagna per sensibilizzare gli americani sulla scelta di un’alimentazione sana, il problema è che il cibo biologico rimane comunque un mercato di nicchia dati i costi elevati. In effetti me ne renderò conto da sola girando per le strade che il problema dell’obesità è palesemente rilevante. Dopo aver costeggiato per un po’ la baia ci spostiamo un po’ più nell’interno a North Beach, la little Italy di San Francisco. Chiaramente il segno di riconoscimento sono i numerosi caffè e ristoranti che offrono specialità della cucina italiana. Oltre per i ristoranti, prettamente concentrati sulla Columbus Avenue, North Beach è conosciuta anche come la zona in cui sono concentrati la maggior parte dei night club e dei locali che offrono spettacoli erotici di ogni genere.
Il quartiere in sostanza non offre nulla di particolare, così dopo un rapido giro ritorniamo sulla costa e precisamente al Fisherman Worth, originariamente un porto per i pescherecci e un mercato del pesce, ora solamente una zona ricca di negozi, ristoranti con specialità di mare e varie attrazioni per i turisti.
Inaspettatamente per Alba (non per me che chiaramente non avevo idea di come fosse normalmente la zona) le strade pullulano di gente. Ci mettiamo poco a capire la ragione. Un rombo assordante ci sovrasta: sono i Blue Angel, l’equivalente delle nostre frecce tricolore, che una volta all’anno offrono uno spettacolo di tre ore sopra i cieli di San Francisco. Dal Fisherman Worth ci spostiamo di poco verso il molo chiamato Pier 39 la cui attrazione principale è una numerosa colonia di leoni di mare che ha deciso di stabilire qui la sua residenza.
Verso le 4 del pomeriggio, entrambe stanche per lunga passeggiata ci dirigiamo verso casa e ci prepariamo per il party pro-Obama. L’America sta vivendo con estrema passione, forse come non mai prima d’ora, queste elezioni. La campagna elettorale va avanti ormai da più di un anno e tra poco più di venti giorni ci sarà il verdetto finale: Obama o Mac Cain? La California è uno stato fortemente liberare, perciò tutti incrociano le dita affinché a vincere sia Obama. Sui vetri delle finestre delle case si vedono scritte di sostegno per Obama e per le strade numerose bancarelle vendono adesivi, spille, magliette e quant’altro. Il party a cui stiamo per andare è stato organizzato dai vicini di casa di Alba al fine di raccogliere fondi per la campagna elettorale. Appena varcata le soglia mi è sembrato davvero di essere catapultata dentro una scena di un tipico telefilm americano. Dopo le solite presentazioni di rito i padroni di casa ci hanno invitato ad andare in cucina dove un ragazzo in camicia e pantaloni neri ci ha preparato due cocktels (ho scoperto solo più tardi che si trattava di un barman professionista chiamato e pagato appositamente per il party). Dalla cucina ci siamo spostate nella sala da pranzo dove ad attenderci c’era una tavola imbandita di stuzzichini dolci e salati, palloncini rossi e blu appesi dovunque e una quindicina di persone con bicchieri in mano che discutevano animatamente di politica. Dopo poco meno di cinque minuti la padrona di casa ha richiamato la nostra attenzione dicendo che tra pochi secondi avremmo avuto in linea telefonica un paio di persone che stavano lavorando per la campagna elettorale e che ci avrebbero offerto una testimonianza della loro esperienza. Ovviamente io non ho capito una sola parola delle due telefonate (la voce metallica del vivavoce mi ha reso impossibile la comprensione), ma era stupefacente già solo vedere quelle persone riunite per un unico scopo: sostenere una persona in cui ripongono la loro fiducia per un futuro migliore. Confesso di aver provato un pizzico di invidia per quel patriottismo che io non ho mai avuto, non nel senso di non essere fiera di essere italiana, tutt’ altro,ma perché non ho mai prestato nessuna attenzione alla politica del mio paese, non ho mai cercato di capire chi tra i nostri politici potesse rappresentarmi maggiormente. Quelle persone invece si trovavano tutte insieme in quel momento per condividere gli stessi ideali e per cercare di convincere i dubbiosi che la scelta di votare per Obama fosse in assoluto la migliore. Persino i bambini, presumo i figli dei padroni di casa, avevano fatto dei disegni in cui riproducevano il volto del candidato afro-americano.
In sé per sé il party non è stato nulla di eccezionale, ma mi è piaciuta l’idea di trovarmi immersa in un episodio della vita reale di una famiglia americana e non esserne semplicemente spettatore esterno, come purtroppo lo si è spesso da semplice turista.
10 OTTOBRE 2008
Ebbene sì, ancora una volta 10 Ottobre 2008. Nel 2008 per me il 10 Ottobre ha avuto una durata di 48 ore. Partita da Sydney alle 9.30 a.m. del 10, sono atterrata a San Francisco alle 11.30 del 10. Arrivata alla dogana ho un po’ di agitazione, visti i precedenti di mia sorella, ma per fortuna va tutto liscio. Il poliziotto mi fa una serie di domande a cui rispondo al volo, senza esitazione, e così nel giro di pochi minuti sono ufficialmente in territorio americano. Sebbene mia cugina mi avesse esortato via mail a prendere un taxi per andare a casa sua, dicendo che me lo avrebbe pagato lei, decido comunque di dare un’occhiata ai mezzi pubblici. Mi dava un certo disagio pensare di farmi pagare il taxi, dato che poi avrei sfruttato la sua ospitalità per parecchi giorni e d’altra parte non mi andava di sborsare chissà quanti dollari per un taxi. Così seguo le indicazioni per la metropolitana interurbana (qui chiamata comunemente BART )e in men che non si dica mi trovo sul treno con destinazione Glen Park. Arrivata alla stazione l’unica indicazione che ho tra mani è l’indirizzo di mia cugina “2600 Diamond Str”. Oltrepassato il gate della metro, per istinto decido di girare a sinistra e, fortuna vuole, mi ritrovo proprio sulla Diamond Street. Comincio a camminare e dopo un centinaio di metri mi ritrovo a sperimentare fin da subito le famigerate strade in salita di San Francisco. La casa di mia cugina si trova infatti lungo il pendio di una collina, non distante dalla stazione della metro, ma con i miei 13Kg di zaino in spalla impiego 10 minuti ad arrivare a destinazione.
Busso alla porta e dopo poco appare sulla soglia Alba, mia cugina, seguita a ruota da un festoso cagnone, Gas.

E’ la prima volta che ci vediamo, ma Alba mi accoglie con un forte abbraccio e con un sospiro di sollievo per non aver avuto nessun tipo di problema alla dogana. Subito mi conduce al piano di sopra e mi mostra la mia stanza. Una bella camera con un grande letto matrimoniale che fino a pochi mesi fa apparteneva al figlio, fino a quando alla “tenera” età di 33 anni non aveva deciso di andare a vivere da solo. Mi chiede se ho bisogno di dormire, ma non sento nessun effetto Jet-leg perciò chiedo solamente di poter fare una doccia. Dopo essermi rinfrescata e aver mangiato qualcosa, con la scusa di far scorazzare il cane, facciamo due passi nel parco da cui prende il nome la zona, appunto , di Glen Park. Al rientro dalla passeggiata, mia cugina è ansiosa di presentarmi a tutto il vicinato. Perciò lasciamo Gas a casa e scendiamo in centro dove incomincia il “pellegrinaggio” attraverso il negozio di alimentari, la lavanderia, la libreria, il bar e la biblioteca. A tutti vengo presentata come la “cugina dall’Italia” e tutti sanno di quello che è successo a mia sorella e si dimostrano sinceramente dispiaciuti per l’accaduto. Sono stata piacevolmente sorpresa nello scoprire una sorta di piccola comunità in una grande metropoli . Non avrei mai pensato di poter assaporare un clima di famigliarità, tipica dei piccoli paesi, in una realtà urbana come San Francisco.
Dopo il giro di presentazioni torniamo a casa dove poco più tardi ho il piacere di conoscere il marito di Alba, Micheal. Ceniamo con un bel piatto di spaghetti al ragù e cerco insieme a loro di pianificare il mio soggiorno in California. La settimana prossima è già interamente occupata da un tour di 7 giorni che ho prenotato da Sydney, pochi giorni prima di partire. Si tratta perciò di definire la settimana successiva. Alba mi presenta un foglio in cui ha pianificato per me “la programma”(come ha scritto nel suo italiano approssimativo ) che prevede per domani un giro in “down town” ossia nel centro che viene così chiamato dato che si trova in basso rispetto alle colline circostanti, nel tardo pomeriggio una festa a casa di vicini in favore di Barak Obama (capirò solo il giorno dopo di cosa si tratta) e cena fuori in compagnia del figlio Jeffry. Per la settimana successiva al tour Alba mi propone svariate alternative: partecipare ad una lezione alla scuola di italiano che sta frequentando, andare a Russian River una località nella rinomata Napa Valley dove hanno una baita, trascorrere qualche giorno in compagnia della sorella Arline, visitare la rinomata università di Berkely e altre ancora. Per il momento decido di aspettare il mio rientro dal tour per pianificare qualcosa e soprattutto decido che è arrivato il momento di andare a letto, visto che incomincio ad avere problemi a comporre una frase di senso compiuto in inglese: chiaro segno di stanchezza fisica e mentale.
Busso alla porta e dopo poco appare sulla soglia Alba, mia cugina, seguita a ruota da un festoso cagnone, Gas.
E’ la prima volta che ci vediamo, ma Alba mi accoglie con un forte abbraccio e con un sospiro di sollievo per non aver avuto nessun tipo di problema alla dogana. Subito mi conduce al piano di sopra e mi mostra la mia stanza. Una bella camera con un grande letto matrimoniale che fino a pochi mesi fa apparteneva al figlio, fino a quando alla “tenera” età di 33 anni non aveva deciso di andare a vivere da solo. Mi chiede se ho bisogno di dormire, ma non sento nessun effetto Jet-leg perciò chiedo solamente di poter fare una doccia. Dopo essermi rinfrescata e aver mangiato qualcosa, con la scusa di far scorazzare il cane, facciamo due passi nel parco da cui prende il nome la zona, appunto , di Glen Park. Al rientro dalla passeggiata, mia cugina è ansiosa di presentarmi a tutto il vicinato. Perciò lasciamo Gas a casa e scendiamo in centro dove incomincia il “pellegrinaggio” attraverso il negozio di alimentari, la lavanderia, la libreria, il bar e la biblioteca. A tutti vengo presentata come la “cugina dall’Italia” e tutti sanno di quello che è successo a mia sorella e si dimostrano sinceramente dispiaciuti per l’accaduto. Sono stata piacevolmente sorpresa nello scoprire una sorta di piccola comunità in una grande metropoli . Non avrei mai pensato di poter assaporare un clima di famigliarità, tipica dei piccoli paesi, in una realtà urbana come San Francisco.
Dopo il giro di presentazioni torniamo a casa dove poco più tardi ho il piacere di conoscere il marito di Alba, Micheal. Ceniamo con un bel piatto di spaghetti al ragù e cerco insieme a loro di pianificare il mio soggiorno in California. La settimana prossima è già interamente occupata da un tour di 7 giorni che ho prenotato da Sydney, pochi giorni prima di partire. Si tratta perciò di definire la settimana successiva. Alba mi presenta un foglio in cui ha pianificato per me “la programma”(come ha scritto nel suo italiano approssimativo ) che prevede per domani un giro in “down town” ossia nel centro che viene così chiamato dato che si trova in basso rispetto alle colline circostanti, nel tardo pomeriggio una festa a casa di vicini in favore di Barak Obama (capirò solo il giorno dopo di cosa si tratta) e cena fuori in compagnia del figlio Jeffry. Per la settimana successiva al tour Alba mi propone svariate alternative: partecipare ad una lezione alla scuola di italiano che sta frequentando, andare a Russian River una località nella rinomata Napa Valley dove hanno una baita, trascorrere qualche giorno in compagnia della sorella Arline, visitare la rinomata università di Berkely e altre ancora. Per il momento decido di aspettare il mio rientro dal tour per pianificare qualcosa e soprattutto decido che è arrivato il momento di andare a letto, visto che incomincio ad avere problemi a comporre una frase di senso compiuto in inglese: chiaro segno di stanchezza fisica e mentale.
10 OTTOBRE 2008
Una fastidiosa musica proveniente da un telefono cellulare mi fa aprire gli occhi alle 5 di mattina. Impiego qualche secondo prima di connettere e di rendermi conto della ragione di questa levataccia: un aereo mi sta aspettando alle 9.30 all’aeroporto di Sydney con destinazione San Francisco. Doccia veloce, altrettanto veloce colazione e con il mio zaino in spalla mi dirigo verso la stazione della metropolitana per prendere il treno per l’aeroporto. Alla stazione la biglietteria è ancora chiusa, così inserisco una banconota da 50$ (gli unici dollari australiani che decido di portare con me in U.S.) nella macchinetta per la stampa automatica dei biglietti, ma in pochi secondi me la vedo “risputare” con la comparsa dell’avviso che la macchinetta non ha sufficiente credito per darmi il resto: cominciamo bene!!!! Alle 6 di mattina la stazione è semidesta, ci sono solamente 3 persone a cui chiedo se per caso hanno da cambiarmi 50$. Purtroppo nessuno mi può aiutare, così l’unica alternativa è quella di acquistare un biglietto per la stazione Centrale (con gli unici 3$ in moneta che ho nel portafogli) e poi da qui acquistarne un altro per l’aeroporto contando sul fatto che lì la biglietteria sarebbe stata sicuramente aperta.
Arrivata in stazione Centrale mi dirigo verso il binario da cui partono i treni per l’aeroporto, nel tragitto mi guardo intorno ma non c’è neanche l’ombra di una biglietteria o di una macchinetta. Probabilmente sono tutte posizionate all’ingresso ma il tempo stringe, lo zaino è pesante e così decido di salire sul treno senza biglietto sperando di poter utilizzare quello da 3$ una volta arrivata ai cancelli della metro. Chiaramente “gli uomini della metro” non sono stupidi (come io mi ero illusa fossero) ed infatti il mio biglietto mi viene restituito come "biglietto non valido" con la conseguenza di non poter oltrepassare i cancelli della metro. “Oh cavoli e ora?” Ok, sangue freddo, ad ogni problema c’è una soluzione, anzi in questo caso le soluzioni sono due: la soluzione “australiana”, ossia chiedere al personale addetto se è possibile pagare la differenza del biglietto oppure optare per la soluzione “italiana” ossia accodarsi vicino vicino a qualcuno col biglietto valido e oltrepassare contemporaneamente i cancelli. Secondo voi quale opzione potrei aver adottato? Ovviamente la seconda, da buona italiana!!! Ok, cancello e problema superati.
Dopo aver sbrigato le solite pratiche legate al check in mi dirigo al gate di imbarco e con il mio nuovo libro “Down under”di Bill Bryson,dol mi siedo in paziente attesa. Dopo qualche minuto una donna mi si avvicina, si presenta, mi dice di lavorare per una sorta di “ente del turismo “ australiano e mi chiede se puoi farmi un’intervista relativa alla mia esperienza in OZ. Chiaramente accetto: un modo come un altro per ingannare il tempo in attesa dell’imbarco. Prima di cominciare scambiamo quattro chiacchiere “informali” e la signora mi dice: “Ho con me la versione in italiano delle domande che ti farò, ma vedo che non ne hai bisogno, il tuo inglese è ottimo per essere un’italiana!!” Purtroppo per noi in Australia (non so in altri paesi anglosassoni) gli italiani, insieme agli spagnoli, sono considerati la popolazione con il peggiore inglese in assoluto. Perciò da qualche tempo a sta parte mi sento dire spesso che il mio inglese è ottimo non in quanto tale, ma comparato a quello della media degli italiani all’estero. Comunque, mi gaso sempre ogni volta che mi sento fare un complimento per il mio inglese!!! Partiamo quindi con l’intervista. Le domande vanno molto nel dettaglio ed in particolare sono incentrate sui costi che ho dovuto sostenere durante questi 5 mesi, per alloggio, cibo, divertimenti, mezzi di trasporto e quant’altro. Alla fine dell’intervista, durata circa mezz’ora o poco più, dai dati inseriti nel suo pc, risulta che in questi 5 mesi io abbia speso circa 7000$: direi non male considerando che stiamo parlando di circa 4500euro. Come “ringraziamento” per la mia disponibilità mi regala due canguri-portachiavi con la scritta “I love Australia”….quant’è vero!!!!
Nel frattempo è cominciato l’imbarco per il mio volo: destinazione Oakland in New Zealand con la Air New Zealand. Era la prima volta che volavo con questa compagnia e devo dire che è in assoluto la migliore tra quelle con cui ho viaggiato. Il cibo è stato fantastico, cosa davvero rara sugli aeri. Nella tratta Sydney- Oackland ci hanno offerto una doppia scelta per la colazione: continentale o anglosassone. Non so di preciso cosa prevedeva quella anglosassone (presumo uova, bakon, ecc), ma io ho scelto la continentale e mi sono trovata sul vassoio due yogurt (uno naturale e uno alla frutta), cereali, macedonia di frutta e muffin il tutto accompagnato da tè o caffè. Il personale di bordo era gentilissimo e passavano in continuazione con le bevande. Terminata la colazione mi metto le cuffie per seguire il film e ad un certo punto, non so per quale illuminazione divina, mi rendo conto di aver fatto una delle mie cazzate: mi rendo conto di aver lasciato un coltello nel mio bagaglio a mano. Il primo pensiero è stato “Come hanno fatto a non accorgersene a Sydney, durante il controllo a raggi X?” e il secondo è stato “ Sto andando in America, di sicuro all’aeroporto di Oakland me lo sequestreranno”. Il coltello in questione era un prestito di un amico ed era di un certo valore (di quelli “svizzeri” con 1000 diversi utensili incorporati), perciò non potevo assolutamente farmelo sequestrare. Una volta atterrati decido perciò di spiegare chiaramente la situazione al personale preposto al controllo dei bagagli. Bhe, sapete come è andata a finire? Il tizio alla dogana mi dice che, se la mia destinazione finale è San Francisco, per il governo neozelandese sono autorizzata a portare con me il coltello perché la lama non oltrepassa una certa lunghezza però sapete cosa mi hanno sequestrato? La bottiglietta dell’acqua!!! Vi rendete conto dell’assurdità? Posso portare con me un coltello ma non una bottiglia d’acqua.
Nella tratta Oackland-San Francisco ho viaggiato sempre con la Air New Zealand. Questo secondo aereo era decisamente più grande del primo e avevamo lo schermo posizionato su ogni sedile con una infinità di scelte tra film, serial TV, cd, radio, cartoni animati, documentari. Abbiamo consumato la cena con la possibilità di scelta tra pesce e agnello. Io ho scelto l’agnello e vi assicuro che era una favola, tenero da sciogliersi in bocca, accompagnato da piselli, patate, insalata di pasta e gelato come dessert. Dopo la cena e un film sono crollata in un sonno profondo per risvegliarmi ad un’ora di distanza da San Francisco.
Arrivata in stazione Centrale mi dirigo verso il binario da cui partono i treni per l’aeroporto, nel tragitto mi guardo intorno ma non c’è neanche l’ombra di una biglietteria o di una macchinetta. Probabilmente sono tutte posizionate all’ingresso ma il tempo stringe, lo zaino è pesante e così decido di salire sul treno senza biglietto sperando di poter utilizzare quello da 3$ una volta arrivata ai cancelli della metro. Chiaramente “gli uomini della metro” non sono stupidi (come io mi ero illusa fossero) ed infatti il mio biglietto mi viene restituito come "biglietto non valido" con la conseguenza di non poter oltrepassare i cancelli della metro. “Oh cavoli e ora?” Ok, sangue freddo, ad ogni problema c’è una soluzione, anzi in questo caso le soluzioni sono due: la soluzione “australiana”, ossia chiedere al personale addetto se è possibile pagare la differenza del biglietto oppure optare per la soluzione “italiana” ossia accodarsi vicino vicino a qualcuno col biglietto valido e oltrepassare contemporaneamente i cancelli. Secondo voi quale opzione potrei aver adottato? Ovviamente la seconda, da buona italiana!!! Ok, cancello e problema superati.
Dopo aver sbrigato le solite pratiche legate al check in mi dirigo al gate di imbarco e con il mio nuovo libro “Down under”di Bill Bryson,dol mi siedo in paziente attesa. Dopo qualche minuto una donna mi si avvicina, si presenta, mi dice di lavorare per una sorta di “ente del turismo “ australiano e mi chiede se puoi farmi un’intervista relativa alla mia esperienza in OZ. Chiaramente accetto: un modo come un altro per ingannare il tempo in attesa dell’imbarco. Prima di cominciare scambiamo quattro chiacchiere “informali” e la signora mi dice: “Ho con me la versione in italiano delle domande che ti farò, ma vedo che non ne hai bisogno, il tuo inglese è ottimo per essere un’italiana!!” Purtroppo per noi in Australia (non so in altri paesi anglosassoni) gli italiani, insieme agli spagnoli, sono considerati la popolazione con il peggiore inglese in assoluto. Perciò da qualche tempo a sta parte mi sento dire spesso che il mio inglese è ottimo non in quanto tale, ma comparato a quello della media degli italiani all’estero. Comunque, mi gaso sempre ogni volta che mi sento fare un complimento per il mio inglese!!! Partiamo quindi con l’intervista. Le domande vanno molto nel dettaglio ed in particolare sono incentrate sui costi che ho dovuto sostenere durante questi 5 mesi, per alloggio, cibo, divertimenti, mezzi di trasporto e quant’altro. Alla fine dell’intervista, durata circa mezz’ora o poco più, dai dati inseriti nel suo pc, risulta che in questi 5 mesi io abbia speso circa 7000$: direi non male considerando che stiamo parlando di circa 4500euro. Come “ringraziamento” per la mia disponibilità mi regala due canguri-portachiavi con la scritta “I love Australia”….quant’è vero!!!!
Nel frattempo è cominciato l’imbarco per il mio volo: destinazione Oakland in New Zealand con la Air New Zealand. Era la prima volta che volavo con questa compagnia e devo dire che è in assoluto la migliore tra quelle con cui ho viaggiato. Il cibo è stato fantastico, cosa davvero rara sugli aeri. Nella tratta Sydney- Oackland ci hanno offerto una doppia scelta per la colazione: continentale o anglosassone. Non so di preciso cosa prevedeva quella anglosassone (presumo uova, bakon, ecc), ma io ho scelto la continentale e mi sono trovata sul vassoio due yogurt (uno naturale e uno alla frutta), cereali, macedonia di frutta e muffin il tutto accompagnato da tè o caffè. Il personale di bordo era gentilissimo e passavano in continuazione con le bevande. Terminata la colazione mi metto le cuffie per seguire il film e ad un certo punto, non so per quale illuminazione divina, mi rendo conto di aver fatto una delle mie cazzate: mi rendo conto di aver lasciato un coltello nel mio bagaglio a mano. Il primo pensiero è stato “Come hanno fatto a non accorgersene a Sydney, durante il controllo a raggi X?” e il secondo è stato “ Sto andando in America, di sicuro all’aeroporto di Oakland me lo sequestreranno”. Il coltello in questione era un prestito di un amico ed era di un certo valore (di quelli “svizzeri” con 1000 diversi utensili incorporati), perciò non potevo assolutamente farmelo sequestrare. Una volta atterrati decido perciò di spiegare chiaramente la situazione al personale preposto al controllo dei bagagli. Bhe, sapete come è andata a finire? Il tizio alla dogana mi dice che, se la mia destinazione finale è San Francisco, per il governo neozelandese sono autorizzata a portare con me il coltello perché la lama non oltrepassa una certa lunghezza però sapete cosa mi hanno sequestrato? La bottiglietta dell’acqua!!! Vi rendete conto dell’assurdità? Posso portare con me un coltello ma non una bottiglia d’acqua.
Nella tratta Oackland-San Francisco ho viaggiato sempre con la Air New Zealand. Questo secondo aereo era decisamente più grande del primo e avevamo lo schermo posizionato su ogni sedile con una infinità di scelte tra film, serial TV, cd, radio, cartoni animati, documentari. Abbiamo consumato la cena con la possibilità di scelta tra pesce e agnello. Io ho scelto l’agnello e vi assicuro che era una favola, tenero da sciogliersi in bocca, accompagnato da piselli, patate, insalata di pasta e gelato come dessert. Dopo la cena e un film sono crollata in un sonno profondo per risvegliarmi ad un’ora di distanza da San Francisco.
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