Un’ora e mezza di strada e rieccoci nella civiltà: Brisbane, la capitale del Queesland, la terza città più popolata dell’Australia dopo Sydney e Merlbourne. L’iter è lo stesso di sempre: ufficio informazioni e ricerca di un ostello . La scelta cade ovviamente sull’ostello più economico e in questo caso si tratta del “Brisbane Backpackers Resort” che offre alloggio per 156$ a settimana. Dopo esserci sistemate nella “nostra” camera (la camera è divisa con altre 6 ragazze) partiamo subito per un giro in città con l’intenzione di vedere Brisbane e allo stesso tempo cominciare a distribuire curriculum in bar e ristoranti. La città, a dispetto di molte persone che mi avevano suggerito di evitare di visitarla, è, a mio parere, assolutamente da vedere. Costruita sulle rive del Brisbane River è ancora una volta un esempio di buon gusto architettonico che caratterizza la maggior parte delle città australiane. I grattacieli sono un mix di cemento, vetro, plexiglass, colori, tubi, forme geometriche che brillano, riverberano e riflettono il sole cocente di una città che si trova a soli 1000km dal Tropico del Capricorno. A spezzare la modernità di questi palazzi si intromettono chiese, palazzi del governo o semplici case e pub in evidente stile vittoriano coloniale ma che per nulla stonano con tutto il resto, anzi sembrano complementarsi a vicenda. La città negli ultimi anni sta vivendo un massivo ampliamento dovuto al fatto che numerose persone del sud Australia hanno deciso di trasferirsi a Brisbane. Il clima qui è assolutamente perfetto, l’inverno non esiste e l’estate è calda ma con un’umidità sopportabile che non ha nulla a che vedere con quella soffocante del nord Australia. Inoltre la vita è assolutamente meno cara rispetto a città come Sydney e Merlbourne ed è soprattutto più rilassata. Non ci vuole molto per rendersene conto: basta vedere che tutti i negozi chiudono alle 17.30!!!! Chiaro esempio di questo boom sono i numerosi cantieri edili sparsi un po’ dovunque e che probabilmente tra pochi anni renderanno Brisbane molto meno economica di adesso. Il sistema dei trasporti sembra essere efficiente con i suoi bus, treni e grossi motoscafi che collegano vari punti della città lungo il fiume. Il centro è comunque relativamente piccolo perciò decidiamo di girarlo a piedi. La giornata è assolutamente cocente: 30 gradi e un’umidità tipica dei paesi tropicali, quella che ti fa sudare solo stando fermo immobile. Ma non mi lamento assolutamente. Dopo due inverni di seguito (quello italiano e quello di Sydney) non vedevo l’ora di provare la sensazione della goccia di sudore che cola lungo la schiena ed inoltre il pensiero che in Italia la neve ha già coperto gran parte del nord non può che farmi apprezzare la mia ascella pezzata!!!!!!
Il pomeriggio vola in un attimo e il bilancio della giornata risulta essere 10 curriculum distribuiti e nessun locale che abbia bisogno di personale. Ovviamente non ci facciamo demoralizzare e il giorno dopo ricominciamo la nostra ricerca. Questa volta la fortuna sembra essere dalla nostra, o meglio, dalla parte di mia sorella che riesce a fissare due prove in due diversi locali uno dei quali dà la possibilità anche a me di fare una prova Venerdì sera. Il locale si chiama “Amici” e si spaccia come ristorante italiano ma mi basta lavorarci un’ora per capire che di italiano ha solo il nome. I cuochi sono tutti australiani e asiatici e di conseguenza i piatti non sono neanche lontani parenti di quelli della madrepatria. La prova va bene, ma il boss mi avverte che comunque non riuscirà a farmi fare più di 20-25 ore a settima. La notizia non è delle migliori perciò decido di farmi due conti in tasca prima di decidere se accettare o meno.
Ed è proprio a questo punto che nella mia testa cominciano ad accavallarsi mille pensieri e mille progetti che per un paio di giorni mi mandano in pappa il cervello. “Potrei passare Natale e Capodanno qui a Brisbane con mia sorella e lavorare al ristorante per racimolare quel tanto che basta per coprirmi le spese”; “Così facendo però mi ritrovo a dover fare quello che non vorrei, ossia ripartire da Brisbane per girare l’Australia toccando il mio conto in banca italiano”; “Potrei allora optare per il “country pub”, ossia un lavoro di 6 settimane in un pub in una qualunque zona remota del Queensland dove ti offrono vitto e alloggio e uno stipendio di minimo $250 a settimana. Potrebbe essere un buon modo per tirare su soldi senza annoiarsi troppo.”; “Però, se devo passare 6 settimane in mezzo al nulla in un paese sperduto del Queensland, tanto vale farle in una farm in modo da racimolare i giorni necessari per ottenere il secondo visto”; “Però non ho voglia di passare le feste non si sa dove senza mia sorella, ma il tempo stringe e se voglio estendere il visto devo farlo in fretta, non ho molto tempo da perdere”……AHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!
Alla fine come sempre accade nella mia vita è stato il destino a decidere per me. Questa volta il destino ha voluto mettermi sulla mia strada una persona speciale che mi ha detto quello che in fondo sapevo già, ma che quando è qualcun altro a dirtelo suona ancora più convincente. Ho deciso perciò di passare le feste con mia sorella, poiché ,anche se qui non c’è nulla nell’aria che faccia pensare al Natale, l’idea di svegliarmi la mattina del 25 e non avere nessuno a cui dare un bacio e augurare Buon Natale un po’ mi rattristava. Passate le feste mi sposterò per tentare nuovamente la strada del fruitpicking e riuscire così ad ottenere il secondo visto.
Avendo deciso di rimanere qui per un po’, abbiamo pensato bene di cercarci una stanza in un appartamento. Ora perciò viviamo in un quartiere di Brisbane chiamato Kangaroo Point. Dalla finestra di casa nostra non si vede nulla di che, ma basta attraversare la strada per ammirare dall’altro lato una meravigliosa vista della città sul fiume. Dividiamo la casa con una coppia brasiliana e un ragazzo turco, bravi ragazzi. Confesso che la voglia di viaggiare e di essere nomade è ancora forte dentro di me, ma da quando sono arrivata in Australia ho sempre lasciato che fosse il cuore a guidarmi nelle scelte e fino ad ora non ha mai sbagliato. Questa volta il cuore mi sta portando a vivere emozioni che credevo sepolte da tempo, ma che invece sono riaffiorate all’improvviso, un’esplosione che mi ha investito come una raffica e da cui, costi quel che costi, voglio farmi travolgere. Sarà la cosa giusta, il cuore non sbaglia mai.
venerdì 12 dicembre 2008
mercoledì 3 dicembre 2008
RAGAZZA DI CAMPAGNA
Eccitate per la nuova avventura, ma con un fondo di preoccupazione per l’ignoto a cui stavamo andando incontro, lasciamo Byron Bay alle 8.30 di Martedì mattina con destinazione Gatton. Dopo quattro ore di autobus arriviamo a Brisbane dove scopriamo che, essendo passate dal New South Wales al Queensland, dobbiamo tirare indietro di un’ora gli orologi. Come si può avere il fuso orario tra due città che si trovano sulla stessa longitudine ma solamente in due stati diversi? Bho??Misteri dell’Australia.
Avendo così a disposizione un paio d’ore prima della partenza del nostro bus per Gatton, decidiamo di fare un giro per Brisbane, giusto il tempo per dare un’occhiata al centro e mangiare qualcosa. Alle 13 saliamo sul nostro autobus con destinazione Gatton. Passano pochi minuti e dal coas di Brisbane ci ritroviamo in aperta campagna: immense distese di campi coltivati, cavalli e mucche al pascolo,isolate fattorie sparse qua e la intervallate da piccoli centri abitati caratterizzati dalla presenza di un negozio di generi alimentari, una pompa di benzina e un pub.
Dopo un’ora e mezza l’autista ci avvisa che siamo arrivati a Gatton. La fermata del bus è proprio in mezzo al paese e guardandoci intorno sembrerebbe una cittadina con tutto quello che serve per vivere: tre banche, una farmacia, un piccolo ospedale, due supermercati, la biblioteca, l’ufficio postale e il centro sportivo. Dopo aver telefonato al tizio della fattoria per comunicagli il nostro arrivo, aspettiamo che qualcuno venga a prenderci. Quando una jeep si ferma poco distante da noi e scende un uomo di mezza età con una lunga barba, cappellino da baseball in testa e tatuaggi sulle braccia, io e mia sorella non possiamo che guardarci in faccia e dire:”Ti prego, non dirmi che è lui!”. E invece era proprio lui. Ci fa cenno con la mano di raggiungerlo, carichiamo gli zaini nel retro della jeep e senza perdere tempo in presentazioni e convenevoli, mette in moto e partiamo. In soli cinque minuti di strada raggiungiamo la nostra destinazione e con stupore realizzo che non si tratta di una fattoria bensì di un caravan park. Sbrigate le pratiche del check in e pagati i 75 dollari per una settimana di alloggio, il tipo con la barba ci dà il numero di telefono di un certo Al dicendoci di chiamarlo in serata per metterci d’accordo sull’orario di lavoro del giorno dopo. A questo punto comincia ad essermi tutto più chiaro. Il numero a cui noi avevamo chiamato non era quello di una fattoria, bensì quello del caravan park che si occupa di dare alloggio a tutti i lavoratori che poi da qui ogni giorno si dirigono verso le varie fattorie della zona per prestare la loro manodopera.
Il nostro alloggio è un caravan, il numero 39 per la precisione, in cui ci siamo solo io e mia sorella. E’ piccolo e pure vecchiotto, ma c’è più o meno tutto quello che serve: un frigo, il lavandino, il gas per cucinare, un tavolo con due panche e due letti. Esattamente come mi era stato anticipato da chi aveva già fatto l’esperienza della farm, il caravan park era pieno di ragazzi provenienti dall’Asia soprattutto koreani, cinesi e giapponesi. Per sentito dire, e poi in seguito confermato dai ragazzi conosciuti in questi giorni, loro vengono in Australia non per viaggiare, ma solo per lavorare nelle farm e guadagnare più soldi possibili per poi tornare “arricchiti” nel loro paese. Poiché fanno questo lavoro da tempo sono ormai delle vere e proprie macchine da guerra e sembra che la stanchezza fisica non gli appartenga. Gli europei nel campo si possono contare sulle dita di una mano e fortunatamente due di loro sono proprio nel caravan vicino al nostro. Sono due ragazzi francesi,Martin e Maxim. Li conosciamo la sera stessa del nostro arrivo e trascorriamo così la prima serata in compagnia loro e degli altri ragazzi koreani e cinesi che alloggiano nello stesso caravan. Parlando con quest’ultimi veniamo a sapere che siamo arrivate a Gatton proprio nel momento sbagliato: è iniziata la stagione delle piogge e pertanto si rischia di lavorare un giorno sì e tre no, con un guadagno perciò irrisorio. La maggior parte di loro infatti si sta organizzando per spostarsi al sud in cerca di lavoro. La notizia non è delle migliori che ci potevano dare e a questa si aggiunge la loro esclamazione di rammarico e compassione nei nostri confronti quando gli diciamo che il giorno dopo saremmo andate nei campi a raccogliere cipolle. Infatti parlando al telefono con Al ci eravamo accordati di farci trovare alle 4.30 all’ingresso del caravan park proprio per andare a fare questo tipo di lavoro. Già l’idea di svegliarci alle 3 e mezza non ci riempiva di gioia in più si aggiungeva il commento dei ragazzi asiatici “Cutting onions? It’s very hard!!”. Non potevamo immaginare cosa volesse dire “it’s very hard”.
Il mattino dopo la sveglia alle tre e mezza ci tira giù dal letto e con gli occhi semichiusi ci dirigiamo verso l’ingresso in attesa del nostro furgoncino che ci porterà nei campi. Con noi ci sono altre tre ragazze e un ragazzo tedesco, ma alle 4 e mezza di mattina non ho assolutamente la forza di intavolare nessun genere di discorso. Dopo dieci minuti di strada arriviamo al campo dove, del tutto ignare, avrà inizio il nostro martirio. Il capo ci dà in dotazione delle ceste e delle forbici e ci spiega che il lavoro consiste nel raccogliere le cipolle dal terreno, tagliarne lo stelo, metterle nelle ceste e da qui travasarle in grosse casse e la paga consiste in $45 per ogni cassa riempita. Il campo è immenso e numerose persone sono già chine sul terreno intente a raccogliere cipolle. Ok cominciamo.
Non passa molto tempo che le gambe, le ginocchia, la schiena e il collo cominciano a dolere. Ogni cinque minuti cerco di inventarmi una nuova posizione per non sentire dolore, ma è tutto inutile. Io e mia sorella decidiamo di lavorare in coppia e dopo 9 ore di lavoro, interrotte solo da un quarto d’ora di pausa pranzo, riusciamo a riempire 4 casse. 90$ a testa per 9 ore di lavoro massacrante?? Non esiste proprio!!!
Ritorno al caravan alle 4 di pomeriggio, sporca di terra dalla testa ai piedi, trascinando a stento le gambe doloranti, con una stanchezza fisica che credo di non aver mai sentito in via mia, ma comunque felice. Felice perché ho potuto provare sulla mia pelle cosa significa alzarsi alle 4 di mattina, passare 9 ore nei campi e sentire il tuo corpo che si ribella ad una fatica a cui non è abituato. Felice perché prima d’ora non avevo mai pensato che ci fosse gente che facesse quel lavoro e soprattutto felice perché la sorte mi aveva dato l’opportunità di scegliere se fare quel lavoro o meno, mentre la maggior parte delle schiene chine su quei campi appartenevano a gente che non aveva possibilità di scelta.
Inutile dirvi che la mia giornata è terminata alle 8 di sera quando toccando il letto sono crollata in un sonno profondo da cui mi sono destata solo il mattino seguente alle 9. Quando al risveglio ho cercato di alzarmi dal letto tutti i muscoli del mio corpo si sono ribellati: la schiena, i glutei, i quadricipiti femorali, i polpacci tutto era un dolore unico. Per non parlare poi del mio piede sinistro di cui avevo perso completamente la sensibilità. Non so per colpa di quale delle tante posizioni assunte il giorno prima, ma il mio piede era completamente scollegato alla caviglia, non riuscivo a sollevarlo verso l’alto e perciò la mia andatura era in tutto e per tutto simile a quella di uno zoppo e ad oggi, dopo 4 giorni il mio piede ancora non si è ripreso del tutto.
Dopo una giornata di riposo, abbiamo deciso di riprovare nuovamente il giorno successivo sperando in un lavoro meno massacrante. Purtroppo ancora una volta la fortuna non è stata dalla nostra. Ci siamo presentate fuori dal campo alle 4 di mattina e l’unico fattore che aveva bisogno di manodopera era un certo Hussein che ci ha reclutato indovinate per cosa? Esatto: raccogliere cipolle. Il lavoro è stato forse ancora più pesante del precedente. Il terreno infatti era bagnato per la pioggia del giorno prima perciò ci siamo riempite di fango dalla testa ai piedi e le cipolle non erano del tutto mature perciò bisognava mettere una certa forza nel strapparle dal terreno. Ancora una volta altre 9 ore e mezza di lavoro per riempire 4 casse. Ok, a questo punto era giunto il momento di prendere una decisione, ossia andarcene.
Voglio davvero ottenere il secondo visto,ma se questo significa ammazzarmi di lavoro per tre mesi credo proprio che rinuncerò. Inoltre va detto che non si tratta solo del lavoro, si tratta di tornare a casa la sera e non avere nulla da fare se non prepararsi la cena e andare a letto. Sono venuta in Australia per viaggiare, imparare l’inglese e conoscere gente nuova, non ho intenzione di spendere le mie giornate isolata da qualunque forma di vita imparando il koreano e il cinese anziché l’inglese. Domani perciò sarà l’ultima giornata che trascorreremo a Gatton, ovviamente senza lavorare, dopodiché ce ne torneremo a Brisbane. Credo che mi cercherò un lavoro come cameriera e mi fermerò circa un mesetto. Stanno arrivando le feste e perciò è probabile che molti hotel o bar abbiano bisogno di personale. Con questo non voglio dire di aver accantonato il mio obiettivo di ottenere il secondo visto, può darsi che nei prossimi mesi ci riprovi, magari in un posto in cui ho la certezza che non raccolgano cipolle, ma per ora direi che il bisogno di vita attorno a me e del rumore dell’oceano sono i miei bisogni primari. Trascorrerò quindi quest’ultima notte nel silenzio delle campagne del Queesland per ripiombare domani nella sua caotica capitale Brisbane.
Avendo così a disposizione un paio d’ore prima della partenza del nostro bus per Gatton, decidiamo di fare un giro per Brisbane, giusto il tempo per dare un’occhiata al centro e mangiare qualcosa. Alle 13 saliamo sul nostro autobus con destinazione Gatton. Passano pochi minuti e dal coas di Brisbane ci ritroviamo in aperta campagna: immense distese di campi coltivati, cavalli e mucche al pascolo,isolate fattorie sparse qua e la intervallate da piccoli centri abitati caratterizzati dalla presenza di un negozio di generi alimentari, una pompa di benzina e un pub.
Dopo un’ora e mezza l’autista ci avvisa che siamo arrivati a Gatton. La fermata del bus è proprio in mezzo al paese e guardandoci intorno sembrerebbe una cittadina con tutto quello che serve per vivere: tre banche, una farmacia, un piccolo ospedale, due supermercati, la biblioteca, l’ufficio postale e il centro sportivo. Dopo aver telefonato al tizio della fattoria per comunicagli il nostro arrivo, aspettiamo che qualcuno venga a prenderci. Quando una jeep si ferma poco distante da noi e scende un uomo di mezza età con una lunga barba, cappellino da baseball in testa e tatuaggi sulle braccia, io e mia sorella non possiamo che guardarci in faccia e dire:”Ti prego, non dirmi che è lui!”. E invece era proprio lui. Ci fa cenno con la mano di raggiungerlo, carichiamo gli zaini nel retro della jeep e senza perdere tempo in presentazioni e convenevoli, mette in moto e partiamo. In soli cinque minuti di strada raggiungiamo la nostra destinazione e con stupore realizzo che non si tratta di una fattoria bensì di un caravan park. Sbrigate le pratiche del check in e pagati i 75 dollari per una settimana di alloggio, il tipo con la barba ci dà il numero di telefono di un certo Al dicendoci di chiamarlo in serata per metterci d’accordo sull’orario di lavoro del giorno dopo. A questo punto comincia ad essermi tutto più chiaro. Il numero a cui noi avevamo chiamato non era quello di una fattoria, bensì quello del caravan park che si occupa di dare alloggio a tutti i lavoratori che poi da qui ogni giorno si dirigono verso le varie fattorie della zona per prestare la loro manodopera.
Il nostro alloggio è un caravan, il numero 39 per la precisione, in cui ci siamo solo io e mia sorella. E’ piccolo e pure vecchiotto, ma c’è più o meno tutto quello che serve: un frigo, il lavandino, il gas per cucinare, un tavolo con due panche e due letti. Esattamente come mi era stato anticipato da chi aveva già fatto l’esperienza della farm, il caravan park era pieno di ragazzi provenienti dall’Asia soprattutto koreani, cinesi e giapponesi. Per sentito dire, e poi in seguito confermato dai ragazzi conosciuti in questi giorni, loro vengono in Australia non per viaggiare, ma solo per lavorare nelle farm e guadagnare più soldi possibili per poi tornare “arricchiti” nel loro paese. Poiché fanno questo lavoro da tempo sono ormai delle vere e proprie macchine da guerra e sembra che la stanchezza fisica non gli appartenga. Gli europei nel campo si possono contare sulle dita di una mano e fortunatamente due di loro sono proprio nel caravan vicino al nostro. Sono due ragazzi francesi,Martin e Maxim. Li conosciamo la sera stessa del nostro arrivo e trascorriamo così la prima serata in compagnia loro e degli altri ragazzi koreani e cinesi che alloggiano nello stesso caravan. Parlando con quest’ultimi veniamo a sapere che siamo arrivate a Gatton proprio nel momento sbagliato: è iniziata la stagione delle piogge e pertanto si rischia di lavorare un giorno sì e tre no, con un guadagno perciò irrisorio. La maggior parte di loro infatti si sta organizzando per spostarsi al sud in cerca di lavoro. La notizia non è delle migliori che ci potevano dare e a questa si aggiunge la loro esclamazione di rammarico e compassione nei nostri confronti quando gli diciamo che il giorno dopo saremmo andate nei campi a raccogliere cipolle. Infatti parlando al telefono con Al ci eravamo accordati di farci trovare alle 4.30 all’ingresso del caravan park proprio per andare a fare questo tipo di lavoro. Già l’idea di svegliarci alle 3 e mezza non ci riempiva di gioia in più si aggiungeva il commento dei ragazzi asiatici “Cutting onions? It’s very hard!!”. Non potevamo immaginare cosa volesse dire “it’s very hard”.
Il mattino dopo la sveglia alle tre e mezza ci tira giù dal letto e con gli occhi semichiusi ci dirigiamo verso l’ingresso in attesa del nostro furgoncino che ci porterà nei campi. Con noi ci sono altre tre ragazze e un ragazzo tedesco, ma alle 4 e mezza di mattina non ho assolutamente la forza di intavolare nessun genere di discorso. Dopo dieci minuti di strada arriviamo al campo dove, del tutto ignare, avrà inizio il nostro martirio. Il capo ci dà in dotazione delle ceste e delle forbici e ci spiega che il lavoro consiste nel raccogliere le cipolle dal terreno, tagliarne lo stelo, metterle nelle ceste e da qui travasarle in grosse casse e la paga consiste in $45 per ogni cassa riempita. Il campo è immenso e numerose persone sono già chine sul terreno intente a raccogliere cipolle. Ok cominciamo.
Non passa molto tempo che le gambe, le ginocchia, la schiena e il collo cominciano a dolere. Ogni cinque minuti cerco di inventarmi una nuova posizione per non sentire dolore, ma è tutto inutile. Io e mia sorella decidiamo di lavorare in coppia e dopo 9 ore di lavoro, interrotte solo da un quarto d’ora di pausa pranzo, riusciamo a riempire 4 casse. 90$ a testa per 9 ore di lavoro massacrante?? Non esiste proprio!!!
Ritorno al caravan alle 4 di pomeriggio, sporca di terra dalla testa ai piedi, trascinando a stento le gambe doloranti, con una stanchezza fisica che credo di non aver mai sentito in via mia, ma comunque felice. Felice perché ho potuto provare sulla mia pelle cosa significa alzarsi alle 4 di mattina, passare 9 ore nei campi e sentire il tuo corpo che si ribella ad una fatica a cui non è abituato. Felice perché prima d’ora non avevo mai pensato che ci fosse gente che facesse quel lavoro e soprattutto felice perché la sorte mi aveva dato l’opportunità di scegliere se fare quel lavoro o meno, mentre la maggior parte delle schiene chine su quei campi appartenevano a gente che non aveva possibilità di scelta.
Inutile dirvi che la mia giornata è terminata alle 8 di sera quando toccando il letto sono crollata in un sonno profondo da cui mi sono destata solo il mattino seguente alle 9. Quando al risveglio ho cercato di alzarmi dal letto tutti i muscoli del mio corpo si sono ribellati: la schiena, i glutei, i quadricipiti femorali, i polpacci tutto era un dolore unico. Per non parlare poi del mio piede sinistro di cui avevo perso completamente la sensibilità. Non so per colpa di quale delle tante posizioni assunte il giorno prima, ma il mio piede era completamente scollegato alla caviglia, non riuscivo a sollevarlo verso l’alto e perciò la mia andatura era in tutto e per tutto simile a quella di uno zoppo e ad oggi, dopo 4 giorni il mio piede ancora non si è ripreso del tutto.
Dopo una giornata di riposo, abbiamo deciso di riprovare nuovamente il giorno successivo sperando in un lavoro meno massacrante. Purtroppo ancora una volta la fortuna non è stata dalla nostra. Ci siamo presentate fuori dal campo alle 4 di mattina e l’unico fattore che aveva bisogno di manodopera era un certo Hussein che ci ha reclutato indovinate per cosa? Esatto: raccogliere cipolle. Il lavoro è stato forse ancora più pesante del precedente. Il terreno infatti era bagnato per la pioggia del giorno prima perciò ci siamo riempite di fango dalla testa ai piedi e le cipolle non erano del tutto mature perciò bisognava mettere una certa forza nel strapparle dal terreno. Ancora una volta altre 9 ore e mezza di lavoro per riempire 4 casse. Ok, a questo punto era giunto il momento di prendere una decisione, ossia andarcene.
Voglio davvero ottenere il secondo visto,ma se questo significa ammazzarmi di lavoro per tre mesi credo proprio che rinuncerò. Inoltre va detto che non si tratta solo del lavoro, si tratta di tornare a casa la sera e non avere nulla da fare se non prepararsi la cena e andare a letto. Sono venuta in Australia per viaggiare, imparare l’inglese e conoscere gente nuova, non ho intenzione di spendere le mie giornate isolata da qualunque forma di vita imparando il koreano e il cinese anziché l’inglese. Domani perciò sarà l’ultima giornata che trascorreremo a Gatton, ovviamente senza lavorare, dopodiché ce ne torneremo a Brisbane. Credo che mi cercherò un lavoro come cameriera e mi fermerò circa un mesetto. Stanno arrivando le feste e perciò è probabile che molti hotel o bar abbiano bisogno di personale. Con questo non voglio dire di aver accantonato il mio obiettivo di ottenere il secondo visto, può darsi che nei prossimi mesi ci riprovi, magari in un posto in cui ho la certezza che non raccolgano cipolle, ma per ora direi che il bisogno di vita attorno a me e del rumore dell’oceano sono i miei bisogni primari. Trascorrerò quindi quest’ultima notte nel silenzio delle campagne del Queesland per ripiombare domani nella sua caotica capitale Brisbane.
martedì 2 dicembre 2008
TEMPO DI CAMBIAMENTI
Direi proprio che è arrivato il momento di aggiornarvi, visto che da un mese a questa parte di cose ne sono successe parecchie. Tanto per cominciare in questo momento mi trovo in un caravan in un campeggio a Gatton, un paesino nelle campagne del Queensland, ad un’ora e mezza di strada da Brisbane con le gambe e la schiena a pezzi dopo una giornata passata a raccogliere cipolle. Ma andiamo con ordine.
Una volta rientrata dalla California mi sono ritrovata senza casa e senza lavoro. La mia adorata casetta a Bondi Beach l’avevo lasciata prima della partenza per l’America poiché non potevo permettermi di pagare l’affitto per tre settimane mentre ero via. Il lavoro invece avevo deciso di lasciarlo perché comunque al rientro dalla vacanza me ne sarei andata da Sydney per cominciare a girare per l’Australia.
Dopo aver trascorso la prima notte a casa di un amico mi sono attivata per cercare un ostello per la settimana successiva. Non conoscendo nessun ostello in particolare ho dovuto andare a caso, prenotando quello che più mi “ispirava”. L’unica cosa di cui ero certa ero che lo volevo a Bondi Beach e non in città: in previsione di una settimana di cazzeggio niente di meglio dell’oceano e della sabbia di Bondi per trascorrere le giornate nell’ozio. La mia scelta è così caduta su “Surfside Backpacker”: non avrei potuto fare una scelta peggiore!!! Questa volta purtroppo la fortuna non mi ha aiutato. L’ostello era terribilmente sporco, c’erano due soli bagni e tre docce da dividere con una ventina di ragazze, nella mia camera c’erano quattro letti a castello distribuiti sui quattro lati di una stanza di 3 metri per 3. Vi risparmio i dettagli della cucina, vi dico solo che in una settimana ho sempre mangiato fuori perché avevo schifo a cucinare in quel posto. Purtroppo avendo pagato in anticipo per una settimana non potevo che pazientare e cercare di trascorrere meno tempo possibile in ostello. Proprio per questo motivo la mattina dopo la prima notte in ostello mi sono svegliata di buon ora e sono andata a Bondi Junction per sbrigare alcune commissioni. Innanzitutto dovevo rinnovare la mia assicurazione medica e poi dovevo aprire un conto in banca. Arrivata davanti alla porta della banca mi sono detta “Quasi quasi il conto lo apro oggi pomeriggio quando torno a Bondi Beach, tanto anche lì c’è la stessa banca” e come in una sovrapposizione di pensieri ho pensato “Ma no, ormai sono qui, entriamo”. Ora col senno di poi, so che quel pensiero, quella frazione di secondo, ha determinato lo stravolgimento della mia giornata e delle settimane successive.
Entrata in banca mi dirigo al piano di sopra dove si trovano gli uffici preposti all’apertura dei conti. Appena salite le scale vedo tre ragazzi seduti e chiedo “Are you waiting?” e uno di loro mi risponde “We are waiting for you”. La risposta era senza dubbio una delle più banali che mi potessi aspettare, ma mi dà il pretesto per attaccare bottone. Mi avvicino a loro, mi siedo accanto a quello che mi ha risposto e solo in quel momento, guardandolo da vicino, mi rendo conto di quanto è bello: una massa enorme di capelli neri,lunghi e ricci che fanno da cornice a un viso dai lineamenti assolutamente perfetti,lunghe e folte ciglia nere attorno a due occhi verdi, pelle olivastra e labbra carnose a completare il tutto. Con le solite presentazioni di rito vengo a sapere che si chiama Moses, ha 24 anni, è nato in Israele da madre Argentina e padre Brasiliano, vive anche lui a Bondi Beach e nella vita non fa praticamente nulla tranne competizioni di surf. Appena gli dico che sono italiana, gli si illuminano gli occhi e mi racconta di quando da ragazzino veniva a Roma per fare dei servizi fotografici come modello. Parliamo del più e del meno per dieci minuti dopo di che, come se fosse la cosa più naturale del mondo, comincia ad abbracciarmi e baciarmi come se fossimo insieme da una vita. Usciamo insieme dalla banca e camminando per la strada lui mi tiene per mano o mi mette un braccio attorno alle spalle. Entriamo insieme in un negozio e la commessa ,notando il suo atteggiamento affettuoso nei miei confronti, parlando a Moses si riferisce a me come “la tua ragazza”. In un altro negozio invece il commesso mi chiede se anch’io sono israeliana o brasiliana, al che non posso fare a meno di rispondere che sono italiana e che ho conosciuto Moses mezz’ora fa, suscitando così l’ilarità del commesso. La situazione era talmente surreale che non potevo fare a meno di ridere pensando all’assurdità di quello che mi stava succedendo e allo stesso tempo mi sembrava una delle cose più naturali del mondo camminare stretta a questo ragazzo che conoscevo da mezz’ora. Comunque da questo incontro così casuale, ma assolutamente già disegnato nel destino, ne è derivata una “relazione” durata circa tre settimane. La sera stessa del nostro incontro mi ha invitata a cena a casa sua con i suoi due coinquilini dove ho potuto partecipare alla cerimonia dello “shabbath” ossia la celebrazione per gli ebrei della fine della settimana e l’inizio del riposo del fine settimana. Prima di tutto i ragazzi hanno imbandito la tavola con pollo al forno e patate, insalata, funghi marinati e un paio di salse per accompagnare la carne. Dopo esserci lavati le mani loro tre si sono messi in testa la cuffietta rotonda , uno di loro ha preso in mano la bibbia e ha cominciato a leggerne dei passi (ovviamente in Ibra, perciò senza che io ne capissi una sola parola) in cui, presumibilmente, si ringraziava Dio per il cibo che ci apprestavamo a consumare. A questo è seguita una sorta di “benedizione” del pane del vino. In mezzo alla tavola c’era una grossa pagnotta e un calice di metallo con del succo d’uva da cui, dopo la lettura di alcune preghiere, abbiamo tutti bevuto un sorso accompagnandolo con un pezzo di pane. In quel momento ho pensato per l’ennesima volta che è proprio questo che amo dell’Australia e del mio viaggiare: la possibilità di incontrare, di conoscere e di vivere culture e religioni con cui mai e poi mai mi sarei sognata di confrontarmi. Fintanto che vivevo in Italia non avevo la più pallida idea di cosa volesse dire essere un ebreo, se non per le poche nozioni che potevo aver appreso dai libri di storia o dalle ore di religione a scuola. Ora invece mi trovavo a dividere la cena con loro e ad imparare giorno dopo giorno ad entrare nella loro vita e nel loro modo di pensare. So di non poter generalizzare e di non poter dare un giudizio avendo conosciuto solo un numero ristretto di persone, ma devo dire che negli ebrei che ho frequentato in queste poche settimane ho potuto ritrovare delle persone veramente generose, ospitali e soprattutto con un grande rispetto per l’essere umano. Moses, nella sua piccola saggezza di ventiquattrenne surfista, mi ripeteva costantemente che bisogna sempre avere rispetto per tutte le persone e dare a tutti una possibilità. Nel suo inglese un po’ stentato mi ha spiegato che nel momento in cui conosce una persona nuova lui le attribuisce sempre un valore di 100 e in base a come questa persona si comporta il punteggio può restare 100 o scendere. E’ una filosofia molto sempliciotta ma se tutti la pensassero così ci vorrebbe davvero poco ad avere un mondo migliore. Inoltre la sua teoria non è stata mai smentita dalla pratica e nelle poche settimane che ci siamo frequentati ha sempre dimostrato un rispetto sincero nei miei confronti.
La nostra relazione si è interrotta quando io ho deciso che era arrivato il momento di lasciare Sydney per andare a scoprire qualcosa di nuovo e di diverso dell’Australia. La mia sorellina era ormai arrivata da una settimana a Sydney e dopo alcune giornate trascorse a visitare la città e i dintorni abbiamo deciso di comune accordo di spostarci. In realtà non so se sia stato davvero “di comune” accordo. La mia scelta era motivata dal fatto di voler girare e nello stesso tempo lavorare per estendere il mio visto. Apro una piccola parentesi in proposito. Dovete sapere che il governo australiano dà la possibilità a chi possiede il primo Working Holiday Visa (cioè il mio) di ottenerne un secondo solo a condizione di svolgere per 3 mesi un lavoro nell’ambito dell’agricoltura, della pesca o dell’allevamento in una zona remota dell’Australia. Si tratta di lavori che gli australiani non vogliono fare e perciò il governo ha studiato questo programma per sfruttare i poveri backpackers come noi. Ad essere sincera al momento non lo so se voglio trascorrere un altro anno in Australia: ora so di non voler tornare in Italia, ma non so se ad Aprile, quando scadrà il mio visto sarò ancora della stessa idea. Perciò quello che mi sono detta è stato: “Creiamo le condizioni per poter estendere il visto, poi se sfruttarlo oppure no lo si vedrà in seguito”. Alla luce di tutto ciò potete ben capire che per me la scelta di viaggiare era motivata e consapevole, mentre per mia sorella si è trattato più che altro di una conseguenza del voler viaggiare insieme. Comunque abbiamo messo in chiaro le cose fin da subito stabilendo che ognuna è libera di prendere strada diverse in qualunque momento.
A questo punto la prima cosa da fare era trovare un lavoro e poi di conseguenza spostarsi. All’apparenza sembrava facile trovare un lavoro nelle farm, ma in realtà l’impresa si è rivelata molto più difficile del previsto. Innanzitutto non riuscivo a reperire informazioni concordanti: c’era chi mi diceva di stare al sud perché c’erano più opportunità e chi invece mi diceva che il nord era meglio. Dopo un paio di giorni trascorsi invano a telefonare a qualunque farm di cui riuscissi a reperire il contatto abbiamo deciso di spostarci al nord in cerca di fortuna. Parlando con una ragazza conosciuta a casa di Moses vengo a sapere che Byron Bay è un buon punto di partenza per trovare lavoro poiché nei dintorni ci sono tantissime aziende agricole. Mi suggerisce inoltre di andare in un’agenzia di viaggi in Byron Bay, chiamata Peter Pan, dove avrei potuto reperire una lista di numeri di telefono delle farm che stanno cercando manodopera. Decidendo così di seguire il suo consiglio Venerdì sera lasciamo Sydney e dopo 14 ore di autobus ci ritroviamo il mattino dopo a Byron Bay. Dopo esserci sistemate in ostello ci mettiamo subito all’opera per cercare lavoro. Purtroppo la fortuna sembra non essere dalla nostra e, non solo all’agenzia di viaggi non ci danno nessun numero di telefono, ma veniamo a sapere che circa un mese fa un terribile uragano ha distrutto tutte le colture nei dintorni e che perciò è praticamente impossibile trovare lavoro in quella zona.
Demoralizzate ma decise a non mollare incominciamo a chiamare le farm del nord, nella zona di Brisbane e di Cairns. Finalmente dopo alcuni tentativi falliti riceviamo una risposta positiva: abbiamo trovato lavoro!!!! Il posto si chiama Gatton, è a circa un’ora da Brisbane, a metà strada tra quest’ultima e Toowoomba. Non sappiamo assolutamente di che lavoro si tratta, poiché l’uomo al telefono non me lo ha specificato, sappiamo solo che c’è lavoro e che l’alloggio ci costa $75 a settimana…..non oso immaginare che tipo di alloggio possa essere per 35 Euro a settimana!!!
Nei tre giorni trascorsi a Byron Bay, tra una telefonata e l’altra, riusciamo comunque anche a goderci la cittadina. Io, non so se vi ricordate, c’ero già stata a Luglio ma purtroppo allora il tempo non era stato dalla mia parte e mi ero perciò ripromessa di tornarci d’estate per vederla sotto un’altra luce e devo dire che ne è valsa assolutamente la pena. La cittadina di per sé non è nulla di eccezionale, quattro vie che dipartono da una piazzetta centrale, contornate da caffè, ristoranti e negozi di costumi da bagno e tavole da surf. Ma appena si esce dal centro le lunghe spiagge di sabbia finissima e bianca e l’immensità dell’oceano regalano un panorama da cui è difficile distogliere lo sguardo. Un panorama che lascia senza fiato quando dalla spiaggia si comincia a salire verso il promontorio retrostante caratterizzato dal pittoresco faro bianco che si staglia sull’apice circondato da una rigogliosa foresta che fa parte di uno dei tanti parchi nazionali di cui l’Australia abbonda. Per raggiungere il faro seguiamo un sentiero che in due ore di sali-scendi ci porta a raggiungere Cape Bayron, il punto più a est di tutta l’Australia.
L’ultima giornata prima della partenza per Gatton, decidiamo di trascorrerla visitando il paese di Nimbin. Purtroppo non esistono autobus di linea perciò dobbiamo prenotare un tour di una giornata. All’ufficio informazioni troviamo tantissime proposte diverse ma noi ovviamente decidiamo di optare per la più economica: $20 per una visita di due ore a Nimbin preceduta da una tappa a delle cascate, di cui sinceramente non ricordo il nome, con partenza alle 10 di mattina e rientro verso le 4.30. Sul volantino non c’è riportato nessun sito internet o nessun indirizzo, solo un numero di telefono. La cosa ci puzza un po’, ma decidiamo comunque di prenotare. Il mattino dopo alle 10 troviamo fuori dall’ostello ad aspettarci un grosso pulmino tutto scassato e colorato con la scritta “Happy coach”. Salite a bordo ci troviamo come autista un tipo completamente spanato: capelli lunghi rasta e un sorriso perennemente stampato sul volto. Forse è il caso di darvi una breve spiegazione di cos’è Nimbin, solo così potrete capire che il nostro autista non era assolutamente fuori posto!!! Nimbin è una cittadina a circa un’ora di strada da Byron Bay in cui tutto si è fermato agli anni sessanta-settanta. Ci vivono solamente hippy che passano le loro giornate a vendere marjuana, funghi allucinogeni e biscotti preparati con ingredienti che solitamente le nostre mamme non usano. Ora capite bene che il nostro autista era solamente un antipasto di quello che avremmo visto una volta arrivati a destinazione. Chiaramente si può andare a Nimbin solo per due ragioni: comprare la ganja o dare un’occhiata a questo paese surreale. Ovviamente noi ci siamo andate per la seconda , ma la maggior parte ci va per lo shopping. Ad ogni negozio trovi qualcuno che ti chiede se cerchi l’erba, se vuoi biscotti e il centro vero proprio dello spaccio è il museo del paese. Il museo è chiaramente tutto tranne che un museo. Ci sono sei o sette stanze con oggetti strani, scritte, ritagli di giornale, tutto inerente alla marja, ma alla fine del percorso si arriva ad un cortile esterno dove puoi fare i tuoi acquisti, proprio come nei negozi di souvenir dei veri musei!!! Trascorse le due ore a Nimbin pranzando e girando per le strade ritorniamo verso Byron. L’atmosfera sul pulman è decisamente diversa rispetto all’andata. Il nostro autista ha sempre il solito sorriso stampato sul volto ma tutti i passeggeri sono crollati in un sonno profondo…..sarà la digestione?
Una volta rientrata dalla California mi sono ritrovata senza casa e senza lavoro. La mia adorata casetta a Bondi Beach l’avevo lasciata prima della partenza per l’America poiché non potevo permettermi di pagare l’affitto per tre settimane mentre ero via. Il lavoro invece avevo deciso di lasciarlo perché comunque al rientro dalla vacanza me ne sarei andata da Sydney per cominciare a girare per l’Australia.
Dopo aver trascorso la prima notte a casa di un amico mi sono attivata per cercare un ostello per la settimana successiva. Non conoscendo nessun ostello in particolare ho dovuto andare a caso, prenotando quello che più mi “ispirava”. L’unica cosa di cui ero certa ero che lo volevo a Bondi Beach e non in città: in previsione di una settimana di cazzeggio niente di meglio dell’oceano e della sabbia di Bondi per trascorrere le giornate nell’ozio. La mia scelta è così caduta su “Surfside Backpacker”: non avrei potuto fare una scelta peggiore!!! Questa volta purtroppo la fortuna non mi ha aiutato. L’ostello era terribilmente sporco, c’erano due soli bagni e tre docce da dividere con una ventina di ragazze, nella mia camera c’erano quattro letti a castello distribuiti sui quattro lati di una stanza di 3 metri per 3. Vi risparmio i dettagli della cucina, vi dico solo che in una settimana ho sempre mangiato fuori perché avevo schifo a cucinare in quel posto. Purtroppo avendo pagato in anticipo per una settimana non potevo che pazientare e cercare di trascorrere meno tempo possibile in ostello. Proprio per questo motivo la mattina dopo la prima notte in ostello mi sono svegliata di buon ora e sono andata a Bondi Junction per sbrigare alcune commissioni. Innanzitutto dovevo rinnovare la mia assicurazione medica e poi dovevo aprire un conto in banca. Arrivata davanti alla porta della banca mi sono detta “Quasi quasi il conto lo apro oggi pomeriggio quando torno a Bondi Beach, tanto anche lì c’è la stessa banca” e come in una sovrapposizione di pensieri ho pensato “Ma no, ormai sono qui, entriamo”. Ora col senno di poi, so che quel pensiero, quella frazione di secondo, ha determinato lo stravolgimento della mia giornata e delle settimane successive.
Entrata in banca mi dirigo al piano di sopra dove si trovano gli uffici preposti all’apertura dei conti. Appena salite le scale vedo tre ragazzi seduti e chiedo “Are you waiting?” e uno di loro mi risponde “We are waiting for you”. La risposta era senza dubbio una delle più banali che mi potessi aspettare, ma mi dà il pretesto per attaccare bottone. Mi avvicino a loro, mi siedo accanto a quello che mi ha risposto e solo in quel momento, guardandolo da vicino, mi rendo conto di quanto è bello: una massa enorme di capelli neri,lunghi e ricci che fanno da cornice a un viso dai lineamenti assolutamente perfetti,lunghe e folte ciglia nere attorno a due occhi verdi, pelle olivastra e labbra carnose a completare il tutto. Con le solite presentazioni di rito vengo a sapere che si chiama Moses, ha 24 anni, è nato in Israele da madre Argentina e padre Brasiliano, vive anche lui a Bondi Beach e nella vita non fa praticamente nulla tranne competizioni di surf. Appena gli dico che sono italiana, gli si illuminano gli occhi e mi racconta di quando da ragazzino veniva a Roma per fare dei servizi fotografici come modello. Parliamo del più e del meno per dieci minuti dopo di che, come se fosse la cosa più naturale del mondo, comincia ad abbracciarmi e baciarmi come se fossimo insieme da una vita. Usciamo insieme dalla banca e camminando per la strada lui mi tiene per mano o mi mette un braccio attorno alle spalle. Entriamo insieme in un negozio e la commessa ,notando il suo atteggiamento affettuoso nei miei confronti, parlando a Moses si riferisce a me come “la tua ragazza”. In un altro negozio invece il commesso mi chiede se anch’io sono israeliana o brasiliana, al che non posso fare a meno di rispondere che sono italiana e che ho conosciuto Moses mezz’ora fa, suscitando così l’ilarità del commesso. La situazione era talmente surreale che non potevo fare a meno di ridere pensando all’assurdità di quello che mi stava succedendo e allo stesso tempo mi sembrava una delle cose più naturali del mondo camminare stretta a questo ragazzo che conoscevo da mezz’ora. Comunque da questo incontro così casuale, ma assolutamente già disegnato nel destino, ne è derivata una “relazione” durata circa tre settimane. La sera stessa del nostro incontro mi ha invitata a cena a casa sua con i suoi due coinquilini dove ho potuto partecipare alla cerimonia dello “shabbath” ossia la celebrazione per gli ebrei della fine della settimana e l’inizio del riposo del fine settimana. Prima di tutto i ragazzi hanno imbandito la tavola con pollo al forno e patate, insalata, funghi marinati e un paio di salse per accompagnare la carne. Dopo esserci lavati le mani loro tre si sono messi in testa la cuffietta rotonda , uno di loro ha preso in mano la bibbia e ha cominciato a leggerne dei passi (ovviamente in Ibra, perciò senza che io ne capissi una sola parola) in cui, presumibilmente, si ringraziava Dio per il cibo che ci apprestavamo a consumare. A questo è seguita una sorta di “benedizione” del pane del vino. In mezzo alla tavola c’era una grossa pagnotta e un calice di metallo con del succo d’uva da cui, dopo la lettura di alcune preghiere, abbiamo tutti bevuto un sorso accompagnandolo con un pezzo di pane. In quel momento ho pensato per l’ennesima volta che è proprio questo che amo dell’Australia e del mio viaggiare: la possibilità di incontrare, di conoscere e di vivere culture e religioni con cui mai e poi mai mi sarei sognata di confrontarmi. Fintanto che vivevo in Italia non avevo la più pallida idea di cosa volesse dire essere un ebreo, se non per le poche nozioni che potevo aver appreso dai libri di storia o dalle ore di religione a scuola. Ora invece mi trovavo a dividere la cena con loro e ad imparare giorno dopo giorno ad entrare nella loro vita e nel loro modo di pensare. So di non poter generalizzare e di non poter dare un giudizio avendo conosciuto solo un numero ristretto di persone, ma devo dire che negli ebrei che ho frequentato in queste poche settimane ho potuto ritrovare delle persone veramente generose, ospitali e soprattutto con un grande rispetto per l’essere umano. Moses, nella sua piccola saggezza di ventiquattrenne surfista, mi ripeteva costantemente che bisogna sempre avere rispetto per tutte le persone e dare a tutti una possibilità. Nel suo inglese un po’ stentato mi ha spiegato che nel momento in cui conosce una persona nuova lui le attribuisce sempre un valore di 100 e in base a come questa persona si comporta il punteggio può restare 100 o scendere. E’ una filosofia molto sempliciotta ma se tutti la pensassero così ci vorrebbe davvero poco ad avere un mondo migliore. Inoltre la sua teoria non è stata mai smentita dalla pratica e nelle poche settimane che ci siamo frequentati ha sempre dimostrato un rispetto sincero nei miei confronti.
La nostra relazione si è interrotta quando io ho deciso che era arrivato il momento di lasciare Sydney per andare a scoprire qualcosa di nuovo e di diverso dell’Australia. La mia sorellina era ormai arrivata da una settimana a Sydney e dopo alcune giornate trascorse a visitare la città e i dintorni abbiamo deciso di comune accordo di spostarci. In realtà non so se sia stato davvero “di comune” accordo. La mia scelta era motivata dal fatto di voler girare e nello stesso tempo lavorare per estendere il mio visto. Apro una piccola parentesi in proposito. Dovete sapere che il governo australiano dà la possibilità a chi possiede il primo Working Holiday Visa (cioè il mio) di ottenerne un secondo solo a condizione di svolgere per 3 mesi un lavoro nell’ambito dell’agricoltura, della pesca o dell’allevamento in una zona remota dell’Australia. Si tratta di lavori che gli australiani non vogliono fare e perciò il governo ha studiato questo programma per sfruttare i poveri backpackers come noi. Ad essere sincera al momento non lo so se voglio trascorrere un altro anno in Australia: ora so di non voler tornare in Italia, ma non so se ad Aprile, quando scadrà il mio visto sarò ancora della stessa idea. Perciò quello che mi sono detta è stato: “Creiamo le condizioni per poter estendere il visto, poi se sfruttarlo oppure no lo si vedrà in seguito”. Alla luce di tutto ciò potete ben capire che per me la scelta di viaggiare era motivata e consapevole, mentre per mia sorella si è trattato più che altro di una conseguenza del voler viaggiare insieme. Comunque abbiamo messo in chiaro le cose fin da subito stabilendo che ognuna è libera di prendere strada diverse in qualunque momento.
A questo punto la prima cosa da fare era trovare un lavoro e poi di conseguenza spostarsi. All’apparenza sembrava facile trovare un lavoro nelle farm, ma in realtà l’impresa si è rivelata molto più difficile del previsto. Innanzitutto non riuscivo a reperire informazioni concordanti: c’era chi mi diceva di stare al sud perché c’erano più opportunità e chi invece mi diceva che il nord era meglio. Dopo un paio di giorni trascorsi invano a telefonare a qualunque farm di cui riuscissi a reperire il contatto abbiamo deciso di spostarci al nord in cerca di fortuna. Parlando con una ragazza conosciuta a casa di Moses vengo a sapere che Byron Bay è un buon punto di partenza per trovare lavoro poiché nei dintorni ci sono tantissime aziende agricole. Mi suggerisce inoltre di andare in un’agenzia di viaggi in Byron Bay, chiamata Peter Pan, dove avrei potuto reperire una lista di numeri di telefono delle farm che stanno cercando manodopera. Decidendo così di seguire il suo consiglio Venerdì sera lasciamo Sydney e dopo 14 ore di autobus ci ritroviamo il mattino dopo a Byron Bay. Dopo esserci sistemate in ostello ci mettiamo subito all’opera per cercare lavoro. Purtroppo la fortuna sembra non essere dalla nostra e, non solo all’agenzia di viaggi non ci danno nessun numero di telefono, ma veniamo a sapere che circa un mese fa un terribile uragano ha distrutto tutte le colture nei dintorni e che perciò è praticamente impossibile trovare lavoro in quella zona.
Demoralizzate ma decise a non mollare incominciamo a chiamare le farm del nord, nella zona di Brisbane e di Cairns. Finalmente dopo alcuni tentativi falliti riceviamo una risposta positiva: abbiamo trovato lavoro!!!! Il posto si chiama Gatton, è a circa un’ora da Brisbane, a metà strada tra quest’ultima e Toowoomba. Non sappiamo assolutamente di che lavoro si tratta, poiché l’uomo al telefono non me lo ha specificato, sappiamo solo che c’è lavoro e che l’alloggio ci costa $75 a settimana…..non oso immaginare che tipo di alloggio possa essere per 35 Euro a settimana!!!
Nei tre giorni trascorsi a Byron Bay, tra una telefonata e l’altra, riusciamo comunque anche a goderci la cittadina. Io, non so se vi ricordate, c’ero già stata a Luglio ma purtroppo allora il tempo non era stato dalla mia parte e mi ero perciò ripromessa di tornarci d’estate per vederla sotto un’altra luce e devo dire che ne è valsa assolutamente la pena. La cittadina di per sé non è nulla di eccezionale, quattro vie che dipartono da una piazzetta centrale, contornate da caffè, ristoranti e negozi di costumi da bagno e tavole da surf. Ma appena si esce dal centro le lunghe spiagge di sabbia finissima e bianca e l’immensità dell’oceano regalano un panorama da cui è difficile distogliere lo sguardo. Un panorama che lascia senza fiato quando dalla spiaggia si comincia a salire verso il promontorio retrostante caratterizzato dal pittoresco faro bianco che si staglia sull’apice circondato da una rigogliosa foresta che fa parte di uno dei tanti parchi nazionali di cui l’Australia abbonda. Per raggiungere il faro seguiamo un sentiero che in due ore di sali-scendi ci porta a raggiungere Cape Bayron, il punto più a est di tutta l’Australia.
L’ultima giornata prima della partenza per Gatton, decidiamo di trascorrerla visitando il paese di Nimbin. Purtroppo non esistono autobus di linea perciò dobbiamo prenotare un tour di una giornata. All’ufficio informazioni troviamo tantissime proposte diverse ma noi ovviamente decidiamo di optare per la più economica: $20 per una visita di due ore a Nimbin preceduta da una tappa a delle cascate, di cui sinceramente non ricordo il nome, con partenza alle 10 di mattina e rientro verso le 4.30. Sul volantino non c’è riportato nessun sito internet o nessun indirizzo, solo un numero di telefono. La cosa ci puzza un po’, ma decidiamo comunque di prenotare. Il mattino dopo alle 10 troviamo fuori dall’ostello ad aspettarci un grosso pulmino tutto scassato e colorato con la scritta “Happy coach”. Salite a bordo ci troviamo come autista un tipo completamente spanato: capelli lunghi rasta e un sorriso perennemente stampato sul volto. Forse è il caso di darvi una breve spiegazione di cos’è Nimbin, solo così potrete capire che il nostro autista non era assolutamente fuori posto!!! Nimbin è una cittadina a circa un’ora di strada da Byron Bay in cui tutto si è fermato agli anni sessanta-settanta. Ci vivono solamente hippy che passano le loro giornate a vendere marjuana, funghi allucinogeni e biscotti preparati con ingredienti che solitamente le nostre mamme non usano. Ora capite bene che il nostro autista era solamente un antipasto di quello che avremmo visto una volta arrivati a destinazione. Chiaramente si può andare a Nimbin solo per due ragioni: comprare la ganja o dare un’occhiata a questo paese surreale. Ovviamente noi ci siamo andate per la seconda , ma la maggior parte ci va per lo shopping. Ad ogni negozio trovi qualcuno che ti chiede se cerchi l’erba, se vuoi biscotti e il centro vero proprio dello spaccio è il museo del paese. Il museo è chiaramente tutto tranne che un museo. Ci sono sei o sette stanze con oggetti strani, scritte, ritagli di giornale, tutto inerente alla marja, ma alla fine del percorso si arriva ad un cortile esterno dove puoi fare i tuoi acquisti, proprio come nei negozi di souvenir dei veri musei!!! Trascorse le due ore a Nimbin pranzando e girando per le strade ritorniamo verso Byron. L’atmosfera sul pulman è decisamente diversa rispetto all’andata. Il nostro autista ha sempre il solito sorriso stampato sul volto ma tutti i passeggeri sono crollati in un sonno profondo…..sarà la digestione?
venerdì 7 novembre 2008
SECONDA SETTIMANA
Chiuso il capitolo “green tortoise” mi restava ora un’altra settimana a mia disposizione e nessun progetto ben definito in mente. Fondamentalmente le opzioni tra cui scegliere erano due: visitare le zone della California che con il tour non avevamo toccato (tipo L.A., San Diego, Palm Spring, Santa Barbara, ecc.) oppure rimanere a San Francisco visitando per bene la città e le zone limitrofe. Per molteplici ragioni la mia scelta è caduta sulla seconda opzione. Innanzi tutto la settimana in viaggio aveva lasciato alcuni postumi, in termini di stanchezza, non trascurabili e l’idea di ripartire sinceramente mi pesava. In secondo luogo stare a San Francisco avrebbe significato avere vitto e alloggio gratis e, dovendo scegliere tra investire dei soldi per viaggiare in California o per viaggiare in Australia, preferivo di gran lunga risparmiare per l’Oz. Infine va considerato il motivo di fondo e cioè che non ero assolutamente motivata a visitare la California. Non ho mai provato nessun desiderio o interesse nel visitare l’America, l’unica ragione del mio viaggio avrebbe dovuto essere rivedere mia sorella. Perciò, sfumata la ragione principale, questo mio viaggio è stato per certi versi “obbligato”. Così ho deciso di rimanere a casa di Alba e vedere giorno per giorno cosa la città mi poteva offrire.
Seguendo i suggerimenti di mia cugina e dotata di una mappa della città ho trascorso due o tre giorni semplicemente girando a piedi qua e la per la città. Ho passeggiato per le vie chiassose di Chinatown percorrendo all’andata Grant Avenue, la strada principale, prettamente turistica con negozi che vendono ogni sorta di cianfrusaglia, vasi, statue, gioielli e tutto ciò che anche da noi in Italia è possibile trovare “dai cinesi”. Al ritorno invece ho imboccato Stockton Street, una parallela di Grant Avenue, molto meno turistica ma proprio per questo molto più vera. Su ambo i lati della strada negozi di frutta, verdura, pesce e carne con anatre laccate appese ed esposte in vetrina e un brulichio di minute donne cinesi che facevano la spesa. Gli edifici erano tipicamente in stile orientale e i nomi delle vie, dei locali, dei negozi erano scritti in cinese ed in inglese. Camminando per le strade mi sembrava veramente di essere stata catapultata, tramite il teletrasporto, in un altro continente. Si potevano contare i “bianchi” in quella via e nell’aria si sentiva solo un gran vociare in cinese, tanto che avevo la sensazione di non riuscire a comunicare con quelle persone dato che non parlavo cinese. E’ stato come dimenticare per un paio d’ore di essere in America.
Sfidando la ripida salita di Hyde Street ho raggiunto la cima di Russian Hill, un elegante quartiere residenziale, il cui punto più famoso è Lombard Street, chiamata “la strada più tortuosa del mondo”. In origine era una delle strade più ripide della città con una pendenza del 27%. Per facilitarne la percorribilità vennero costruiti al suo interno 8 piccoli tornanti ornati da aiuole di ortensie. Poco distante da qui un’altra ripida collina, Telegraph Hill, offre una magnifica vista della baia. A fine giornata, per ricompensarmi delle mie lunghe camminate, mi sono concessa una mega coppa gelato a Ghirardelli Square. Un tempo questa era la sede di una grande fabbrica di cioccolato ora è un ampio centro commerciale con vari negozi in cui è possibile assaggiare la cioccolata che l’ha resa famosa.
Ovviamente non potevo farmi mancare le due classiche gite da turista: Alcatraz e Golden Gate Bridge.
L’accesso all’isola tramite il traghetto mi ha regalato una bellissima visuale della baia e dell’intera città. L’interno del penitenziario era visitabile usufruendo di un audio-guida in italiano. La voce nelle cuffie dava indicazioni sul percorso da seguire e forniva spiegazioni sulla storia e sulla vita all’interno del carcere. Inaspettatamente ho scoperto che la vita nel penitenziario non era così terribile come mi sarei immaginata. Non si racconta (o forse non lo si vuole raccontare?) di violenze o soprusi, semplicemente i detenuti dovevano rispettare le regole se volevano cibo e vestiario garantito ogni giorno. Ciò che invece maggiormente rendeva terribile il soggiorno ad Alcatraz era poter vedere “la vita” a poche centinaia di metri di distanza, laggiù nella city, poterne sentire i suoni e i rumori, e non poterla raggiungere.
Per raggiungere il Golden Gate Bidge invece, ho camminato lungo un bellissimo parco, chiamato Presidio, e da qui ho imboccato il tratto pedonale che dopo un’ora di cammino mi ha portato all’altro capo della baia.
Terminata la mia visita in città, Alba mi ha portato un po’ in giro per le zone limitrofe. Un pomeriggio siamo andate ad Half Moon Bay, poco più a sud di San Francisco e sulla via del ritorno ci siamo fermate in un campo di zucche per comprare la zucca per Hallowin. Con noi c’era Ginette, un’eccentrica signora di origini maltesi, amica di lunga data di Alba, che per l’occasione aveva indossato orecchini e bracciale a forma di zucca, una maglia con streghe e zucche e una borsa nello stesso stile.
Il giorno successivo siamo andate a Russian River, una località vicino a Napa Valley la principale zona vinicola della California. Mia cugina ha una casa in questa località dove trascorre i fine settimana e parte delle vacanza estive. All’andata ci siamo fermate in una cantina vinicola e per coincidenza stava per cominciare una visita guidata al suo interno, così ci siamo aggregate. Arrivate a Russian River mi è parso di trovarmi all’interno della favola di Cappuccetto Rosso o di Pollocino: una fitta foresta di altissime sequoie, la luce del sole che filtrava a fatica tra le fronde e qualche casetta di legno sparsa qua è là tra gli alberi.
L’ultimo fine settimana in California l’ho trascorso a casa di un’altra cugina, Arline, e di suo marito Ralph. Vivono nella East Bay, a circa un’ora di distanza da Glen Park, in una zona chiamata “Diablo”. E’ una bellissima zona residenziale, con bellissime ville nel tipico stile californiano e quella di mia cugina non faceva eccezione. Abbiamo fatto diverse cose in due giorni: visitato i dintorni di Diablo, cenato al glof club di cui Arline e Ralph sono membri, passeggiato per le vie frikkettone e hippy di Berkeley. Ma in assoluto la cosa più esilarante è stato andare a messa la Domenica mattina. Sì, avete capito bene. Mia cugina è molto credente perciò non mi data possibilità di scelta: Domenica mattina si va in chiesa!Potete immaginare il mio entusiasmo, essere in California e dover passare la Domenica mattina in chiesa!?!?!? E invece è stato un vero spasso!!! Innanzi tutto si trattava di una chiesa luterana, perciò cancellate dalla mente qualunque immagine legata alle nostre chiese cattoliche. Innanzitutto non si trattava di una classica chiesa, ma era un semplice locale con delle panche e un altare in centro. A presenziare la funzione c’erano un pastore e due donne (non so se si usa il termine “pastore” anche al femminile) con le stesse funzioni. Quella domenica l’omelia era incentrata sulla riforma della chiesa e il pastore ha chiesto a tutti i presenti di scrivere su un foglio di carta cosa secondo loro andava fatto per riformare la chiesa. Dopo di che ognuno si è diretto verso l’altare con il foglio tra le mani e, con chiodo e martello, ha appeso la propria proposta di cambiamento ad una porta finta che era stata precedentemente posizionata (con la cornice e il piedistallo, tipo quelle che si vedono a teatro).
Al termine dell’operazione una delle due donne si è seduta per terra, in mezzo all’altare, e ha chiamato a se tutti i bambini presenti. Parlando a tutti noi, ma rivolgendo la sua attenzione solo ai bambini attorno a sé, la donna-pastore ha cercato di far capire loro il significato dell’amore incondizionato di Dio con delle metafore e con un’arte oratoria davvero notevoli.
Un altro momento davvero particolare è stato poco prima della comunione. Tutti i presenti si sono presi per mano formando un’unica lunga catena e ognuno aveva l’opportunità di esprimere la propria opinione in merito a “Per cosa preghiamo oggi?” e in un secondo momento “Per cosa ringraziamo il Signore oggi?”. In quest’ultimo contesto mia cugina ha ringraziato il Signore per la mia presenza lì, in quel momento. Anche la consacrazione del pane e del vino è stata diversa dalla nostra. “Il pane spezzato” era veramente una grossa pagnotta e la comunione prevedeva un pezzetto di quel pane e un sorso di vino rosso.
Al termine della funzione il pastore mi ha pubblicamente ringraziato per la mia presenza tra di loro quel giorno e ci ha invitato a trattenerci più a lungo per il rinfresco nell’atrio antistante la chiesa.
Ad eccezione dei momenti di preghiera, tutta la funzione si è svolta in un clima di assoluta “leggerezza”, tutti potevano parlare, ridere, fare battute senza quel clima di austerità e serietà che caratterizza le nostre messe. Non ho nessuna nozione in termini di chiesa luterana, non so in cosa credano di preciso e su quali principi si basi, ma se dovessi mai decidere di frequentare una chiesa, questa potrebbe essere sicuramente una possibile alternativa.
Lunedì mattina, ho aperto gli occhi e il mio primo pensiero è stato: oggi si torna a casa!!!!! So che può sembrare assurdo essere in vacanza, in California, e non veder l’ora di andarsene, ma Sydney mi è mancata da morire in quelle due settimane. Soprattutto la seconda settimana facevo il conto alla rovescia dei giorni che mi mancavano al mio rientro e quando sono arrivata all’aeroporto di Sydney e un’enorme cartello diceva “Welcome in Sydney, welcome at home” un enorme sorriso mi è apparso sul volto e una gioia inspiegabile mi è esplosa dentro. Finalmente a casa.
Seguendo i suggerimenti di mia cugina e dotata di una mappa della città ho trascorso due o tre giorni semplicemente girando a piedi qua e la per la città. Ho passeggiato per le vie chiassose di Chinatown percorrendo all’andata Grant Avenue, la strada principale, prettamente turistica con negozi che vendono ogni sorta di cianfrusaglia, vasi, statue, gioielli e tutto ciò che anche da noi in Italia è possibile trovare “dai cinesi”. Al ritorno invece ho imboccato Stockton Street, una parallela di Grant Avenue, molto meno turistica ma proprio per questo molto più vera. Su ambo i lati della strada negozi di frutta, verdura, pesce e carne con anatre laccate appese ed esposte in vetrina e un brulichio di minute donne cinesi che facevano la spesa. Gli edifici erano tipicamente in stile orientale e i nomi delle vie, dei locali, dei negozi erano scritti in cinese ed in inglese. Camminando per le strade mi sembrava veramente di essere stata catapultata, tramite il teletrasporto, in un altro continente. Si potevano contare i “bianchi” in quella via e nell’aria si sentiva solo un gran vociare in cinese, tanto che avevo la sensazione di non riuscire a comunicare con quelle persone dato che non parlavo cinese. E’ stato come dimenticare per un paio d’ore di essere in America.
Sfidando la ripida salita di Hyde Street ho raggiunto la cima di Russian Hill, un elegante quartiere residenziale, il cui punto più famoso è Lombard Street, chiamata “la strada più tortuosa del mondo”. In origine era una delle strade più ripide della città con una pendenza del 27%. Per facilitarne la percorribilità vennero costruiti al suo interno 8 piccoli tornanti ornati da aiuole di ortensie. Poco distante da qui un’altra ripida collina, Telegraph Hill, offre una magnifica vista della baia. A fine giornata, per ricompensarmi delle mie lunghe camminate, mi sono concessa una mega coppa gelato a Ghirardelli Square. Un tempo questa era la sede di una grande fabbrica di cioccolato ora è un ampio centro commerciale con vari negozi in cui è possibile assaggiare la cioccolata che l’ha resa famosa.
Ovviamente non potevo farmi mancare le due classiche gite da turista: Alcatraz e Golden Gate Bridge.
L’accesso all’isola tramite il traghetto mi ha regalato una bellissima visuale della baia e dell’intera città. L’interno del penitenziario era visitabile usufruendo di un audio-guida in italiano. La voce nelle cuffie dava indicazioni sul percorso da seguire e forniva spiegazioni sulla storia e sulla vita all’interno del carcere. Inaspettatamente ho scoperto che la vita nel penitenziario non era così terribile come mi sarei immaginata. Non si racconta (o forse non lo si vuole raccontare?) di violenze o soprusi, semplicemente i detenuti dovevano rispettare le regole se volevano cibo e vestiario garantito ogni giorno. Ciò che invece maggiormente rendeva terribile il soggiorno ad Alcatraz era poter vedere “la vita” a poche centinaia di metri di distanza, laggiù nella city, poterne sentire i suoni e i rumori, e non poterla raggiungere.
Per raggiungere il Golden Gate Bidge invece, ho camminato lungo un bellissimo parco, chiamato Presidio, e da qui ho imboccato il tratto pedonale che dopo un’ora di cammino mi ha portato all’altro capo della baia.
Terminata la mia visita in città, Alba mi ha portato un po’ in giro per le zone limitrofe. Un pomeriggio siamo andate ad Half Moon Bay, poco più a sud di San Francisco e sulla via del ritorno ci siamo fermate in un campo di zucche per comprare la zucca per Hallowin. Con noi c’era Ginette, un’eccentrica signora di origini maltesi, amica di lunga data di Alba, che per l’occasione aveva indossato orecchini e bracciale a forma di zucca, una maglia con streghe e zucche e una borsa nello stesso stile.
Il giorno successivo siamo andate a Russian River, una località vicino a Napa Valley la principale zona vinicola della California. Mia cugina ha una casa in questa località dove trascorre i fine settimana e parte delle vacanza estive. All’andata ci siamo fermate in una cantina vinicola e per coincidenza stava per cominciare una visita guidata al suo interno, così ci siamo aggregate. Arrivate a Russian River mi è parso di trovarmi all’interno della favola di Cappuccetto Rosso o di Pollocino: una fitta foresta di altissime sequoie, la luce del sole che filtrava a fatica tra le fronde e qualche casetta di legno sparsa qua è là tra gli alberi.
L’ultimo fine settimana in California l’ho trascorso a casa di un’altra cugina, Arline, e di suo marito Ralph. Vivono nella East Bay, a circa un’ora di distanza da Glen Park, in una zona chiamata “Diablo”. E’ una bellissima zona residenziale, con bellissime ville nel tipico stile californiano e quella di mia cugina non faceva eccezione. Abbiamo fatto diverse cose in due giorni: visitato i dintorni di Diablo, cenato al glof club di cui Arline e Ralph sono membri, passeggiato per le vie frikkettone e hippy di Berkeley. Ma in assoluto la cosa più esilarante è stato andare a messa la Domenica mattina. Sì, avete capito bene. Mia cugina è molto credente perciò non mi data possibilità di scelta: Domenica mattina si va in chiesa!Potete immaginare il mio entusiasmo, essere in California e dover passare la Domenica mattina in chiesa!?!?!? E invece è stato un vero spasso!!! Innanzi tutto si trattava di una chiesa luterana, perciò cancellate dalla mente qualunque immagine legata alle nostre chiese cattoliche. Innanzitutto non si trattava di una classica chiesa, ma era un semplice locale con delle panche e un altare in centro. A presenziare la funzione c’erano un pastore e due donne (non so se si usa il termine “pastore” anche al femminile) con le stesse funzioni. Quella domenica l’omelia era incentrata sulla riforma della chiesa e il pastore ha chiesto a tutti i presenti di scrivere su un foglio di carta cosa secondo loro andava fatto per riformare la chiesa. Dopo di che ognuno si è diretto verso l’altare con il foglio tra le mani e, con chiodo e martello, ha appeso la propria proposta di cambiamento ad una porta finta che era stata precedentemente posizionata (con la cornice e il piedistallo, tipo quelle che si vedono a teatro).
Al termine dell’operazione una delle due donne si è seduta per terra, in mezzo all’altare, e ha chiamato a se tutti i bambini presenti. Parlando a tutti noi, ma rivolgendo la sua attenzione solo ai bambini attorno a sé, la donna-pastore ha cercato di far capire loro il significato dell’amore incondizionato di Dio con delle metafore e con un’arte oratoria davvero notevoli.
Un altro momento davvero particolare è stato poco prima della comunione. Tutti i presenti si sono presi per mano formando un’unica lunga catena e ognuno aveva l’opportunità di esprimere la propria opinione in merito a “Per cosa preghiamo oggi?” e in un secondo momento “Per cosa ringraziamo il Signore oggi?”. In quest’ultimo contesto mia cugina ha ringraziato il Signore per la mia presenza lì, in quel momento. Anche la consacrazione del pane e del vino è stata diversa dalla nostra. “Il pane spezzato” era veramente una grossa pagnotta e la comunione prevedeva un pezzetto di quel pane e un sorso di vino rosso.
Al termine della funzione il pastore mi ha pubblicamente ringraziato per la mia presenza tra di loro quel giorno e ci ha invitato a trattenerci più a lungo per il rinfresco nell’atrio antistante la chiesa.
Ad eccezione dei momenti di preghiera, tutta la funzione si è svolta in un clima di assoluta “leggerezza”, tutti potevano parlare, ridere, fare battute senza quel clima di austerità e serietà che caratterizza le nostre messe. Non ho nessuna nozione in termini di chiesa luterana, non so in cosa credano di preciso e su quali principi si basi, ma se dovessi mai decidere di frequentare una chiesa, questa potrebbe essere sicuramente una possibile alternativa.
Lunedì mattina, ho aperto gli occhi e il mio primo pensiero è stato: oggi si torna a casa!!!!! So che può sembrare assurdo essere in vacanza, in California, e non veder l’ora di andarsene, ma Sydney mi è mancata da morire in quelle due settimane. Soprattutto la seconda settimana facevo il conto alla rovescia dei giorni che mi mancavano al mio rientro e quando sono arrivata all’aeroporto di Sydney e un’enorme cartello diceva “Welcome in Sydney, welcome at home” un enorme sorriso mi è apparso sul volto e una gioia inspiegabile mi è esplosa dentro. Finalmente a casa.
lunedì 3 novembre 2008
UNA SETTIMANA IN VIAGGIO
12 OTTOBRE 2008
La partenza è prevista alle ora 7a.m. davanti all’ostello che porta lo stesso nome del bus “Green Tortoise Hostel” in North Beach. Alba e Micheal sono così gentili da farsi la levataccia con me e accompagnarmi sul posto. Come sempre in questi casi l’orario della partenza non viene rispettato e aspettando i soliti ritardatari finiamo per metterci in viaggio alle 9. Il gruppo è composto da circa 20 persone. Un ragazzo e una ragazza di Brisbane (Australia), uno di Adelaide (Australia), un ragazzo e due ragazze tedesche, uno di Zurigo, due ragazze della Repubblica Ceca, due svedesi, tre inglesi, un israeliano, un canadese, un signore di mezz’età di cui non ho mai capito la provenienza e due spettacolari signore tedesche di 70 anni.
Dopo circa tre ore di strada arriviamo alla prima meta: Pinnacles National Park. Il tour non prevede nessuna escursione guidata, ma gli autisti sono sempre molto disponibili e prima di “scaricarci” nei vari punti di ritrovo ci forniscono le mappe dei parchi e ci danno alcune indicazioni su quali piste seguire in base alle potenzialità di “hikers” e in base alle ore a nostra disposizione. Ad eccezione delle due signore settantenni, tutto il gruppo opta per un giro di circa 7 miglia che percorriamo in circa quattro ore di cammino. Si tratta di un percorso a circuito che ci permette pertanto di non ripercorrere mai lo stesso tracciato e che si conclude con un passaggio attraverso delle caverne che riusciamo a percorrere solo con l’aiuto di torce elettriche.
Ritornati al bus ci spostiamo solo di pochi kilometri per raggiungere un’area pic-nic che sarà la nostra base per la cena. Il freddo è pungente perciò la cena e il riassetto vengono fatti il più in fretta possibile. Aspettiamo impazienti che “the miracle” venga compiuto e al calduccio nei nostri sacchi a pelo ci mettiamo in viaggio con destinazione Joshua Tree National Park.
13 OTTOBRE 2008
Il deserto di Joshua Tree non ci accoglie nei migliori dei modi. Alle 7 di mattina il vento è di un freddo polare tanto che siamo costretti a consumare la colazione sul bus. La mattinata e il primo pomeriggio prevedono nuovamente percorsi di trekking (Hidden Valley e Jambo Rocks)che riusciamo a percorrere solo indossando maglioni e giacche anti vento e grazie a un tiepido sole che sebbene non riesca a vincere il vento gelido dà comunque un’illusione di calore. Nel pomeriggio gran parte del gruppo se ne va con il bus al Visitor Centre per acquistare cibarie per la cena e per il giorno seguente, mentre io altre 4 ragazze decidiamo di rimanere nel parco. Io mi cerco un posticino riparato e riscaldata dal sole mi concedo una pennichella nel silenzio del deserto. La notte non viene trascorsa in viaggio, ma nonostante la buona volontà degli autisti di accendere un fuoco all’aperto, nessuno è così folle da dormire all’aperto e tutti ci rifugiamo al calduccio nel bus.
14 OTTOBRE 2008
Altra mattinata all’insegna del trekking nel parco nazionale. Un oretta e mezza di cammino per raggiungere Ryan Mountain e godere, dalla vetta, dell’immenso panorama a 360°. Nel primo pomeriggio il viaggio riprende con destinazione Las Vegas, Nevada. Confesso che fin da principio l’idea di visitare Las Vegas non mi entusiasmava più di tanto ed in effetti le mie aspettative sono state assolutamente smentite. Credo che Las Vegas sia una di quelle città (ce ne sono altre al mondo?) che vale la pena visitare solo per poter dire “Io ci sono stata!!”. E’ tutto completamente finto, artefatto e sorprendentemente folle. Dovunque luci, musica, screens che proiettano immagini di ogni genere, pubblicità, spettacoli erotici, intrattenimenti, ovunque rumore di slot machines, roulettes e fishes. Gente inchiodata per ore davanti a numeri in attesa del jeck pot o ad un tavolo verde in attesa delle carte vincenti. Follia pura. Abbiamo trascorso circa 5 ore in Vegas, dalle 7p.m. a mezzanotte e mezzo, e credo proprio che siano state più che sufficienti per vedere la città per la prima e, sicuramente, l’ultima volta.
15 OTTOBRE 2008
Chiusi gli occhi la sera prima con impresse le luci di Las Vegas li riapriamo il giorno seguente di fronte alla dirompente natura del Gran Canyon in Arizona. Il Gran Canyon National Park è in sostanza una sorta di villaggio con al suo interno un grosso Centro Visitatori, bar, ristoranti, un supermercato, campeggi e strade percorribili dalle auto che permettono di spostarsi in vari punti di osservazione. Non essendo automuniti noi dobbiamo utilizzare le due linee di Shuttel Bus che fermano nei principali punti panoramici. Gli autisti delle navette oltre ad annunciare col microfono la fermata successiva illustrano ai passeggeri cosa è possibile vedere o di quali servizi è possibile usufruire ad ogni fermata. Scesi dal bus l’autista ci indica gentilmente il punto di partenza del percorso chiamato Bright Angel Trailhead che ci consentirà di raggiungere il fondo del Canyon. E’ sufficiente muoverci di pochi passi per trovarci di fronte allo spettacolo naturale più bello che abbia mai visto in tutta la mia vita. Per tutta la giornata, ogni volta che il mio sguardo si perdeva in quell’infinita bellezza non riuscivo a realizzare che fosse vero, mi sembrava di avere di fronte a me come un gigantesco quadro dipinto dalla mano di un genio. Ho provato il desiderio di allungare la mano per toccare quel dipinto, per sentire la consistenza della pennellata, del colore, della luce,ma non era possibile perché quella era realtà e a me era stata concessa la fortuna di essere lì e di poterla ammirare con i miei occhi.
Ci incamminiamo così lungo il sentiero ma nonostante la nostra buona volontà dopo circa due ore di cammino siamo solo a un terzo del percorso, perciò decidiamo di fare dietro-front e risalire sfruttando così il pomeriggio per ammirare il canyon da altri punti. Utilizzando i bus interni abbiamo perciò ammirato il canyon da diverse angolazioni e alla fine abbiamo scelto un punto per contemplare un’altra meraviglia nella meraviglia: il tramonto nel Grand Canyon.

16 e 17 OTTOBRE 2008
Le due giornate successive non si sono rivelate particolarmente esilaranti. Le abbiamo trascorse nella Death Valley alternando mattinate di trekking con pomeriggi di relax. E’ stata senza dubbio un esperienza non comune trascorrere due giorni nel deserto, ma, dopo un po’, la vastità, il vuoto e il silenzio del deserto cominciavano a diventare paradossalmente soffocanti e tutti noi manifestavano il desiderio di tornare alla civiltà.
18 OTTOBRE 2008
L’ultimo giorno l’abbiamo trascorso quasi totalmente in viaggio. Ci siamo messi in strada piuttosto tardi perché, al termine dell’ultima colazione, abbiamo dovuto fare le “pulizie generali” del bus e inventariare cibo e stoviglie. Per un lungo tratto abbiamo percorso il Big Sur, una delle strade a picco sull’oceano più spettacolari d’America, ma purtroppo il tempo non è stato dalla nostra perciò non abbiamo potuto godere appieno del panorama. Un paio di soste a Pedra Blanca e a Monterey ci hanno consentito di sgranchirci le gambe e rispettivamente di osservare una colonia di elefanti marini e passeggiare lungo le vie di una caratteristica cittadina nata come attracco per i pescherecci di sardine e divenuta poi capitale della California sotto il dominio sia spagnolo che messicano.
La partenza è prevista alle ora 7a.m. davanti all’ostello che porta lo stesso nome del bus “Green Tortoise Hostel” in North Beach. Alba e Micheal sono così gentili da farsi la levataccia con me e accompagnarmi sul posto. Come sempre in questi casi l’orario della partenza non viene rispettato e aspettando i soliti ritardatari finiamo per metterci in viaggio alle 9. Il gruppo è composto da circa 20 persone. Un ragazzo e una ragazza di Brisbane (Australia), uno di Adelaide (Australia), un ragazzo e due ragazze tedesche, uno di Zurigo, due ragazze della Repubblica Ceca, due svedesi, tre inglesi, un israeliano, un canadese, un signore di mezz’età di cui non ho mai capito la provenienza e due spettacolari signore tedesche di 70 anni.
Dopo circa tre ore di strada arriviamo alla prima meta: Pinnacles National Park. Il tour non prevede nessuna escursione guidata, ma gli autisti sono sempre molto disponibili e prima di “scaricarci” nei vari punti di ritrovo ci forniscono le mappe dei parchi e ci danno alcune indicazioni su quali piste seguire in base alle potenzialità di “hikers” e in base alle ore a nostra disposizione. Ad eccezione delle due signore settantenni, tutto il gruppo opta per un giro di circa 7 miglia che percorriamo in circa quattro ore di cammino. Si tratta di un percorso a circuito che ci permette pertanto di non ripercorrere mai lo stesso tracciato e che si conclude con un passaggio attraverso delle caverne che riusciamo a percorrere solo con l’aiuto di torce elettriche.
Ritornati al bus ci spostiamo solo di pochi kilometri per raggiungere un’area pic-nic che sarà la nostra base per la cena. Il freddo è pungente perciò la cena e il riassetto vengono fatti il più in fretta possibile. Aspettiamo impazienti che “the miracle” venga compiuto e al calduccio nei nostri sacchi a pelo ci mettiamo in viaggio con destinazione Joshua Tree National Park.
13 OTTOBRE 2008
Il deserto di Joshua Tree non ci accoglie nei migliori dei modi. Alle 7 di mattina il vento è di un freddo polare tanto che siamo costretti a consumare la colazione sul bus. La mattinata e il primo pomeriggio prevedono nuovamente percorsi di trekking (Hidden Valley e Jambo Rocks)che riusciamo a percorrere solo indossando maglioni e giacche anti vento e grazie a un tiepido sole che sebbene non riesca a vincere il vento gelido dà comunque un’illusione di calore. Nel pomeriggio gran parte del gruppo se ne va con il bus al Visitor Centre per acquistare cibarie per la cena e per il giorno seguente, mentre io altre 4 ragazze decidiamo di rimanere nel parco. Io mi cerco un posticino riparato e riscaldata dal sole mi concedo una pennichella nel silenzio del deserto. La notte non viene trascorsa in viaggio, ma nonostante la buona volontà degli autisti di accendere un fuoco all’aperto, nessuno è così folle da dormire all’aperto e tutti ci rifugiamo al calduccio nel bus.
14 OTTOBRE 2008
Altra mattinata all’insegna del trekking nel parco nazionale. Un oretta e mezza di cammino per raggiungere Ryan Mountain e godere, dalla vetta, dell’immenso panorama a 360°. Nel primo pomeriggio il viaggio riprende con destinazione Las Vegas, Nevada. Confesso che fin da principio l’idea di visitare Las Vegas non mi entusiasmava più di tanto ed in effetti le mie aspettative sono state assolutamente smentite. Credo che Las Vegas sia una di quelle città (ce ne sono altre al mondo?) che vale la pena visitare solo per poter dire “Io ci sono stata!!”. E’ tutto completamente finto, artefatto e sorprendentemente folle. Dovunque luci, musica, screens che proiettano immagini di ogni genere, pubblicità, spettacoli erotici, intrattenimenti, ovunque rumore di slot machines, roulettes e fishes. Gente inchiodata per ore davanti a numeri in attesa del jeck pot o ad un tavolo verde in attesa delle carte vincenti. Follia pura. Abbiamo trascorso circa 5 ore in Vegas, dalle 7p.m. a mezzanotte e mezzo, e credo proprio che siano state più che sufficienti per vedere la città per la prima e, sicuramente, l’ultima volta.
15 OTTOBRE 2008
Chiusi gli occhi la sera prima con impresse le luci di Las Vegas li riapriamo il giorno seguente di fronte alla dirompente natura del Gran Canyon in Arizona. Il Gran Canyon National Park è in sostanza una sorta di villaggio con al suo interno un grosso Centro Visitatori, bar, ristoranti, un supermercato, campeggi e strade percorribili dalle auto che permettono di spostarsi in vari punti di osservazione. Non essendo automuniti noi dobbiamo utilizzare le due linee di Shuttel Bus che fermano nei principali punti panoramici. Gli autisti delle navette oltre ad annunciare col microfono la fermata successiva illustrano ai passeggeri cosa è possibile vedere o di quali servizi è possibile usufruire ad ogni fermata. Scesi dal bus l’autista ci indica gentilmente il punto di partenza del percorso chiamato Bright Angel Trailhead che ci consentirà di raggiungere il fondo del Canyon. E’ sufficiente muoverci di pochi passi per trovarci di fronte allo spettacolo naturale più bello che abbia mai visto in tutta la mia vita. Per tutta la giornata, ogni volta che il mio sguardo si perdeva in quell’infinita bellezza non riuscivo a realizzare che fosse vero, mi sembrava di avere di fronte a me come un gigantesco quadro dipinto dalla mano di un genio. Ho provato il desiderio di allungare la mano per toccare quel dipinto, per sentire la consistenza della pennellata, del colore, della luce,ma non era possibile perché quella era realtà e a me era stata concessa la fortuna di essere lì e di poterla ammirare con i miei occhi.
Ci incamminiamo così lungo il sentiero ma nonostante la nostra buona volontà dopo circa due ore di cammino siamo solo a un terzo del percorso, perciò decidiamo di fare dietro-front e risalire sfruttando così il pomeriggio per ammirare il canyon da altri punti. Utilizzando i bus interni abbiamo perciò ammirato il canyon da diverse angolazioni e alla fine abbiamo scelto un punto per contemplare un’altra meraviglia nella meraviglia: il tramonto nel Grand Canyon.
16 e 17 OTTOBRE 2008
Le due giornate successive non si sono rivelate particolarmente esilaranti. Le abbiamo trascorse nella Death Valley alternando mattinate di trekking con pomeriggi di relax. E’ stata senza dubbio un esperienza non comune trascorrere due giorni nel deserto, ma, dopo un po’, la vastità, il vuoto e il silenzio del deserto cominciavano a diventare paradossalmente soffocanti e tutti noi manifestavano il desiderio di tornare alla civiltà.
18 OTTOBRE 2008
L’ultimo giorno l’abbiamo trascorso quasi totalmente in viaggio. Ci siamo messi in strada piuttosto tardi perché, al termine dell’ultima colazione, abbiamo dovuto fare le “pulizie generali” del bus e inventariare cibo e stoviglie. Per un lungo tratto abbiamo percorso il Big Sur, una delle strade a picco sull’oceano più spettacolari d’America, ma purtroppo il tempo non è stato dalla nostra perciò non abbiamo potuto godere appieno del panorama. Un paio di soste a Pedra Blanca e a Monterey ci hanno consentito di sgranchirci le gambe e rispettivamente di osservare una colonia di elefanti marini e passeggiare lungo le vie di una caratteristica cittadina nata come attracco per i pescherecci di sardine e divenuta poi capitale della California sotto il dominio sia spagnolo che messicano.
GREEN TORTOISE – ISTRUZIONI PER L’USO
Green Tortoise (tartaruga verde). Questo è il nome della compagnia con cui ho prenotato il mio tour in U.S. Su suggerimento di Alba ho visitato il sito e quando ho visto il prezzo del “Wester Road Trip” non ho avuto un attimo di esitazione nel prenotare. Il tour prevedeva 7 giorni in giro per la California, visitando i parchi nazionali di Pinnacles e Joshua Tree, un salto in Nevada per una notte a Las Vegas, una deviazione in Arizona per una giornata nel Grand Canyon, il rientro in Caifornia sostando due giorni nella Death Valley e la risalita verso San Francisco lungo la West Coast, il tutto per una cifra di 535 U.S.$ comprensivo del 70% dei pasti, pernottamento ed ingresso ai parchi. A questo punto vi chiederete dove stava la fregatura. Nessuna fregatura. La ragione di un prezzo così basso era dovuta semplicemente al fatto che il requisito richiesto per potervi partecipare era la più totale e assoluta capacità di adattamento.
Cominciamo con il “pernottamento”. Non abbiamo trascorso nessuna notte in alberghi o ostelli, ma abbiamo dormito 4 notti sul bus (sfruttando così la notte per gli spostamenti) e due notti in campeggio. Il bus chiaramente non era un classico bus. Immaginatevi di salire le scale di accesso e di trovarvi di fronte il lungo corridoio di un classico bus. Ora avanzate di qualche passo e nel green tortoise bus, invece dei classici due sedili da parte e parte, vi trovate su ambo i lati due lunghe “cassapanche” imbottite e larghe come due sedili. A metà corridoio, sempre su ambo i lati, due tavoli rispettivamente con due panche. Sul fondo una superficie larga come tutto il bus interamente ricoperta da materassi dove pertanto non era possibile assumere una classica posizione seduta, ma dove ci si poteva sdraiare e ci si doveva spostare a gattoni per raggiungere il fondo. Non so se ho reso l’idea dell’interno del bus, comunque se qualcuno fosse curioso nel sito della “green tortoise tours” si può vedere un immagine 3D del bus. La sera, prima di metterci in viaggio avveniva quello che gli autisti chiamavano “the miracle”. Ossia i due tavoli e le quattro parche venivano trasformate in un triplo letto a castello e le due cassapanche nella parte anteriore diventavano un unico grande lettone. Tutto ciò che noi dovevamo fare era infilarci nei nostri sacchi a pelo, sdraiarci e “cercare” di dormire. Le due notti in “campeggio” non erano in realtà in un campeggio. Semplicemente il bus era fermo e noi avevamo la facoltà di scelta se dormire comunque sul bus o all’aperto, sull’erba. La prima notte in Joshua Tree non abbiamo avuto possibilità di scelta: faceva talmente freddo che tutti abbiamo dormito sul bus. La seconda notte, invece, nella Death Valley, il clima ci ha permesso di dormire all’aperto, sotto le stelle e per coincidenza, quella notte, ho aperto gli occhi e ho potuto vedere un coyote che passeggiava tranquillamente a un paio di metri da noi.
Per quanto riguarda i pasti, era nostro compito quello di preparare i pasti e lavare le stoviglie al termine. Il bus era ben equipaggiato con tavoli, fornelletto, ogni genere di stoviglia e di cibo. Eccovi una tipica giornata alimentare.
COLAZIONE. Gli autisti si occupavano di accedere il fornello e di scaldare l’acqua che sarebbe servita per il tè e il caffè, ma anche per il lavaggio delle mani e successivamente delle stoviglie. Nostro compito quotidiano era invece quello di tagliare la frutta per la macedonia (ananas, melone, uva,kiwi e altra frutta fresca) e altre attività che variavano in base al menu del giorno. La prima mattina infatti avevamo a disposizione yogurt, croissant e muffins. La seconda abbiamo tostato il pane farcito con uova e formaggio. Un’altra mattina abbiamo preparato toast francesi e altre due colazioni sono state a base di latte e svariati tipi di cereali. Inoltre tutti i giorni avevamo a disposizione Nutella, marmellata e burro d’arachidi.
PRANZO. Dopo aver consumato la colazione veniva il momento della preparazione del pranzo. Il pranzo consisteva sempre in sandwiches e frutta dato che a mezzogiorno ci trovavamo sempre nel bel mezzo di qualche passeggiata o escursione. A noi spettava preparare i piatti con gli affettati (di solito tacchino e roast-beef) e il formaggio, lavare l’insalata e tagliare le verdure per farcire il panino (pomodori, cetrioli, cipolle, avocado, ecc.). Dopodiché ci mettevamo in coda e uno alla volta farcivamo il nostro panino a piacimento . Inoltre avevamo a disposizione ogni giorno della frutta fresca e delle barrette di cereali.
CENA. La cena seguiva lo stesso iter degli altri pasti. Gli autisti decidevano il menu, il base alla spesa fatta in giornata, e noi cucinavamo. La dieta è stata prettamente vegetariana ma sempre molto varia: pasta con sugo di verdure e insalata mista; burritos; crema di pomodoro e purè (questa direi che è stata in assoluto la peggiore tra le cene) e pizza.
Al termine dei pasti si dovevano lavare e ritirare tutti gli utensili. Avevamo tre bacinelle: la prima con detersivo,la seconda solo con acqua per sciacquare e la terza con acqua e candeggina per disinfettare. Dovendo sostare spesso in zone desertiche avevamo a disposizione sul bus numerosi barili di acqua che dovevano riempire ogni qualvolta ci trovassimo in una zona con disponibilità di acqua potabile. Non abbiamo mai dovuto elemosinare l’acqua, anzi gli autisti ci ricordavano frequentemente l’importanza di bere molto per evitare la disidratazione, ma di certo non ci era concesso sprecarla.
Terzo punto non trascurabile, era la NON garanzia di poterci fare una doccia tutti i giorni. E così stato. La prima doccia (mai doccia fu così bramata e desiderata!!!!) è stata dopo 4 giorni, in un campeggio nel Gran Canyon.
11 OTTOBRE 2008
Dopo 12 ore di sonno ristoratore apro gli occhi e dalle finestre posso vedere un cielo limpido ed azzurro. Giornata perfetta per il giro turistico e per scattare mille foto. Scendo in cucina e Alba mi presenta una fantastica colazione con toast francesi e sciroppo d’acero e caffè (americano chiaramente, quello che noi chiameremmo “acqua sporca”). Prendiamo la metro e scendiamo alla fermata chiamata Embarcadero e da qui ci spostiamo a piedi lungo la baia. Embarcadero è il molo principale da cui partono i traghetti che collegano le varie località della baia.

La piazza antistante il molo è vivacemente animata da un mercato di frutta e verdura biologica. Alba mi spiega che è in corso un’intensa campagna per sensibilizzare gli americani sulla scelta di un’alimentazione sana, il problema è che il cibo biologico rimane comunque un mercato di nicchia dati i costi elevati. In effetti me ne renderò conto da sola girando per le strade che il problema dell’obesità è palesemente rilevante. Dopo aver costeggiato per un po’ la baia ci spostiamo un po’ più nell’interno a North Beach, la little Italy di San Francisco. Chiaramente il segno di riconoscimento sono i numerosi caffè e ristoranti che offrono specialità della cucina italiana. Oltre per i ristoranti, prettamente concentrati sulla Columbus Avenue, North Beach è conosciuta anche come la zona in cui sono concentrati la maggior parte dei night club e dei locali che offrono spettacoli erotici di ogni genere.
Il quartiere in sostanza non offre nulla di particolare, così dopo un rapido giro ritorniamo sulla costa e precisamente al Fisherman Worth, originariamente un porto per i pescherecci e un mercato del pesce, ora solamente una zona ricca di negozi, ristoranti con specialità di mare e varie attrazioni per i turisti.
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Inaspettatamente per Alba (non per me che chiaramente non avevo idea di come fosse normalmente la zona) le strade pullulano di gente. Ci mettiamo poco a capire la ragione. Un rombo assordante ci sovrasta: sono i Blue Angel, l’equivalente delle nostre frecce tricolore, che una volta all’anno offrono uno spettacolo di tre ore sopra i cieli di San Francisco. Dal Fisherman Worth ci spostiamo di poco verso il molo chiamato Pier 39 la cui attrazione principale è una numerosa colonia di leoni di mare che ha deciso di stabilire qui la sua residenza.
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Verso le 4 del pomeriggio, entrambe stanche per lunga passeggiata ci dirigiamo verso casa e ci prepariamo per il party pro-Obama. L’America sta vivendo con estrema passione, forse come non mai prima d’ora, queste elezioni. La campagna elettorale va avanti ormai da più di un anno e tra poco più di venti giorni ci sarà il verdetto finale: Obama o Mac Cain? La California è uno stato fortemente liberare, perciò tutti incrociano le dita affinché a vincere sia Obama. Sui vetri delle finestre delle case si vedono scritte di sostegno per Obama e per le strade numerose bancarelle vendono adesivi, spille, magliette e quant’altro. Il party a cui stiamo per andare è stato organizzato dai vicini di casa di Alba al fine di raccogliere fondi per la campagna elettorale. Appena varcata le soglia mi è sembrato davvero di essere catapultata dentro una scena di un tipico telefilm americano. Dopo le solite presentazioni di rito i padroni di casa ci hanno invitato ad andare in cucina dove un ragazzo in camicia e pantaloni neri ci ha preparato due cocktels (ho scoperto solo più tardi che si trattava di un barman professionista chiamato e pagato appositamente per il party). Dalla cucina ci siamo spostate nella sala da pranzo dove ad attenderci c’era una tavola imbandita di stuzzichini dolci e salati, palloncini rossi e blu appesi dovunque e una quindicina di persone con bicchieri in mano che discutevano animatamente di politica. Dopo poco meno di cinque minuti la padrona di casa ha richiamato la nostra attenzione dicendo che tra pochi secondi avremmo avuto in linea telefonica un paio di persone che stavano lavorando per la campagna elettorale e che ci avrebbero offerto una testimonianza della loro esperienza. Ovviamente io non ho capito una sola parola delle due telefonate (la voce metallica del vivavoce mi ha reso impossibile la comprensione), ma era stupefacente già solo vedere quelle persone riunite per un unico scopo: sostenere una persona in cui ripongono la loro fiducia per un futuro migliore. Confesso di aver provato un pizzico di invidia per quel patriottismo che io non ho mai avuto, non nel senso di non essere fiera di essere italiana, tutt’ altro,ma perché non ho mai prestato nessuna attenzione alla politica del mio paese, non ho mai cercato di capire chi tra i nostri politici potesse rappresentarmi maggiormente. Quelle persone invece si trovavano tutte insieme in quel momento per condividere gli stessi ideali e per cercare di convincere i dubbiosi che la scelta di votare per Obama fosse in assoluto la migliore. Persino i bambini, presumo i figli dei padroni di casa, avevano fatto dei disegni in cui riproducevano il volto del candidato afro-americano.
In sé per sé il party non è stato nulla di eccezionale, ma mi è piaciuta l’idea di trovarmi immersa in un episodio della vita reale di una famiglia americana e non esserne semplicemente spettatore esterno, come purtroppo lo si è spesso da semplice turista.
La piazza antistante il molo è vivacemente animata da un mercato di frutta e verdura biologica. Alba mi spiega che è in corso un’intensa campagna per sensibilizzare gli americani sulla scelta di un’alimentazione sana, il problema è che il cibo biologico rimane comunque un mercato di nicchia dati i costi elevati. In effetti me ne renderò conto da sola girando per le strade che il problema dell’obesità è palesemente rilevante. Dopo aver costeggiato per un po’ la baia ci spostiamo un po’ più nell’interno a North Beach, la little Italy di San Francisco. Chiaramente il segno di riconoscimento sono i numerosi caffè e ristoranti che offrono specialità della cucina italiana. Oltre per i ristoranti, prettamente concentrati sulla Columbus Avenue, North Beach è conosciuta anche come la zona in cui sono concentrati la maggior parte dei night club e dei locali che offrono spettacoli erotici di ogni genere.
Il quartiere in sostanza non offre nulla di particolare, così dopo un rapido giro ritorniamo sulla costa e precisamente al Fisherman Worth, originariamente un porto per i pescherecci e un mercato del pesce, ora solamente una zona ricca di negozi, ristoranti con specialità di mare e varie attrazioni per i turisti.
Inaspettatamente per Alba (non per me che chiaramente non avevo idea di come fosse normalmente la zona) le strade pullulano di gente. Ci mettiamo poco a capire la ragione. Un rombo assordante ci sovrasta: sono i Blue Angel, l’equivalente delle nostre frecce tricolore, che una volta all’anno offrono uno spettacolo di tre ore sopra i cieli di San Francisco. Dal Fisherman Worth ci spostiamo di poco verso il molo chiamato Pier 39 la cui attrazione principale è una numerosa colonia di leoni di mare che ha deciso di stabilire qui la sua residenza.
Verso le 4 del pomeriggio, entrambe stanche per lunga passeggiata ci dirigiamo verso casa e ci prepariamo per il party pro-Obama. L’America sta vivendo con estrema passione, forse come non mai prima d’ora, queste elezioni. La campagna elettorale va avanti ormai da più di un anno e tra poco più di venti giorni ci sarà il verdetto finale: Obama o Mac Cain? La California è uno stato fortemente liberare, perciò tutti incrociano le dita affinché a vincere sia Obama. Sui vetri delle finestre delle case si vedono scritte di sostegno per Obama e per le strade numerose bancarelle vendono adesivi, spille, magliette e quant’altro. Il party a cui stiamo per andare è stato organizzato dai vicini di casa di Alba al fine di raccogliere fondi per la campagna elettorale. Appena varcata le soglia mi è sembrato davvero di essere catapultata dentro una scena di un tipico telefilm americano. Dopo le solite presentazioni di rito i padroni di casa ci hanno invitato ad andare in cucina dove un ragazzo in camicia e pantaloni neri ci ha preparato due cocktels (ho scoperto solo più tardi che si trattava di un barman professionista chiamato e pagato appositamente per il party). Dalla cucina ci siamo spostate nella sala da pranzo dove ad attenderci c’era una tavola imbandita di stuzzichini dolci e salati, palloncini rossi e blu appesi dovunque e una quindicina di persone con bicchieri in mano che discutevano animatamente di politica. Dopo poco meno di cinque minuti la padrona di casa ha richiamato la nostra attenzione dicendo che tra pochi secondi avremmo avuto in linea telefonica un paio di persone che stavano lavorando per la campagna elettorale e che ci avrebbero offerto una testimonianza della loro esperienza. Ovviamente io non ho capito una sola parola delle due telefonate (la voce metallica del vivavoce mi ha reso impossibile la comprensione), ma era stupefacente già solo vedere quelle persone riunite per un unico scopo: sostenere una persona in cui ripongono la loro fiducia per un futuro migliore. Confesso di aver provato un pizzico di invidia per quel patriottismo che io non ho mai avuto, non nel senso di non essere fiera di essere italiana, tutt’ altro,ma perché non ho mai prestato nessuna attenzione alla politica del mio paese, non ho mai cercato di capire chi tra i nostri politici potesse rappresentarmi maggiormente. Quelle persone invece si trovavano tutte insieme in quel momento per condividere gli stessi ideali e per cercare di convincere i dubbiosi che la scelta di votare per Obama fosse in assoluto la migliore. Persino i bambini, presumo i figli dei padroni di casa, avevano fatto dei disegni in cui riproducevano il volto del candidato afro-americano.
In sé per sé il party non è stato nulla di eccezionale, ma mi è piaciuta l’idea di trovarmi immersa in un episodio della vita reale di una famiglia americana e non esserne semplicemente spettatore esterno, come purtroppo lo si è spesso da semplice turista.
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